L’Arteterapia funziona!

 

Premessa

Iscritta da 100 giorni al corso quadriennale di Arteterapia di Palermo, ho ancora molto da imparare e un lungo percorso di crescita personale davanti. Ho scelto con grande sicurezza questo corso di formazione. Da docente mi sento spesso impotente di fronte alle situazioni, alle problematiche e ai vissuti dei ragazzi che si confidano, che piangono, che urlano o che si avventano contro gli altri.

Da circa vent’anni mi trovo ad assorbire, ad ammortizzare, a ripulire tutto il rancore sopito, la violenza, il veleno che i ragazzi mi scaricano addosso, fidandosi di me. Non so perché ciò accada. Non trovo nessun merito in questo: semplicemente accade.

Coltelli puntati alla gola, minacce con catene, urla feroci, pianti isterici, tagli profondi, sventati suicidi, ragazzi che spacciano e che rubano, utilizzati dalle famiglie perché non punibili per legge, o che vendono il proprio corpo per un pacchetto di sigarette, una birra, una borsa o peggio ancora, per una ricarica da 10 euro per il cellulare. E poi, di recente, accanto al bullismo, proliferano tutti quei fenomeni che caratterizzano i nativi digitali, come il cyberbullismo o il sexting.

Non potevo girare la testa dall’altra parte, non riuscivo a fare finta di non vedere: i lividi erano evidenti, i tagli profondi, le pupille dilatate… e la puzza di alcol e di fumo alle 8 del mattino erano lì, a farsi sentire. Non riuscivo allora e non riesco adesso a vivere la mia vita perfetta, da insegnante diligente e impeccabile, con la camicia immacolata e la manicure all’ultima moda. I ragazzi chiedono, implorano, ci supplicano. Ma chi li vede? Chi li ascolta?

Non riuscivo, non riesco e non ho mai voluto girarmi dall’altra parte. Mi sono chiesta per anni cosa potessi fare per loro. Ho iniziato a pensare e così ho organizzato dei laboratori, inizialmente la mattina (così da alleggerire i colleghi dai ragazzi problematici) e poi di pomeriggio. La cosa mi sembrò funzionare: almeno per il tempo che erano impegnati a scuola non potevano arrecare danno a se stessi o agli altri. Ebbi contezza del fatto che i laboratori potessero redimere, legare, consolare, rafforzare, strutturare e migliorare la vita dei ragazzi quando, in uno di quei giorni venni accerchiata e minacciata.

I laboratori funzionano. E i ragazzi fanno tutto da soli. Sono loro che si sostengono e si proteggono, come hanno protetto me quel pomeriggio.

Da quel momento capii che non potevo fermarmi qua, che la strada era quella giusta. In quel preciso istante, in quella circostanza anziché provare paura, avevo appena capito quello che volevo essere: un utile strumento. Ho iniziato a studiare e a lavorare molto per raggiungere questo obiettivo: essere uno strumento utile per chiunque mi chiederà aiuto. Non voglio essere e non voglio fare altro nella vita.

Ma vedere i problemi e non avere le competenze, i titoli, la preparazione adatta per poterli affrontare nel modo giusto, senza danneggiare ulteriormente chi, già fragile si rivolge a noi, è altamente frustrante.

Ho iniziato a confrontarmi con psicologi, psicoterapeuti, arte terapeuti, sacerdoti. Una cosa li accomuna tutti ed è la prima cosa che ho imparato: l’assenza di giudizio.

Da questo proficuo confronto e grazie anche all’incessante attività laboratoriale, ho deciso cosa fare per migliorare l’aspettativa di vita dei ragazzi, per preparali alla caduta nella certezza della risalita, per donargli la consapevolezza di sé e renderli padroni della propria vita, per riappropriarsi dell’identità e della dignità.

L’arte terapia è tutto questo e anche di più. Inizia adesso il mio percorso contro la paura, la rassegnazione e l’omertà. Sono già trascorsi 100 giorni dalla mia iscrizione ad Artedo, 100 giorni che segnano il mio cammino come i 100 passi di Peppino Impastato[1] e che mi hanno già dimostrato di avere fatto la scelta giusta. Già, perché l’arteterapia è un farmaco che va prescritto dopo averne testato l’efficacia su di sé… e su di me ha funzionato!

 

L’Arteterapia funziona

Mi è bastato svolgere 4 laboratori (nell’ordine: Cattich, Caracciolo, Sidoti, Centonze) per avere contezza delle straordinarie potenzialità insite nell’approccio e nel metodo. La capacità straordinaria dei conduttori –non per niente sono dei professionisti- hanno permesso a noi, operatori in formazione di acquisire non solo tecniche, ma anche strategie laboratoriali per un approccio meno diretto, meno invasivo, meno evidente ma non per questo meno incisivo e profondo.

La delicatezza e il rispetto con cui i docenti ci hanno guidato e condotto verso un’indagine introspettiva, portandoci a scavare dentro di noi, fino a giungere in profondità (che è come la città dei pozzi[2]) e prendere consapevolezza dei nostri limiti (dentro e fuori la maschera[3]), per poi accettarci così come siamo e aprirci all’altro senza ostilità e senza remore[4], affidarsi per lasciarsi leggere, aperti come libri, nudi come la verità[5].

A rimarcare l’efficacia dell’arte terapia, non essendo ancora in grado di validare tale affermazione con casistiche specifiche, ritengo opportuno tuttavia esporre quali effetti tale metodo ha sortito su di me, mettendo a confronto due elaborati prodotti in momenti e circostanze diverse.

Il primo elaborato è stato realizzato il 16 dicembre 2017, durante il laboratorio di S.Centonze sul “Metodo Autobiografico Creativo con la tecnica della Fiabazione”.

È il mio autoritratto. La sagoma del mio corpo sdraiato comodamente per terra, su un foglio di carta da imballaggio marrone e che Ornella ha delineato perfettamente con il pastello blu che avevo scelto. Da questo momento inizia il processo creativo: avremmo dovuto usare la sagoma come lo spazio deputato ad accoglierci, raccontando di noi quello che vogliamo: pregi, difetti, paure, fobie, desideri, sogni, aspettative, ma anche aneddoti, ricordi, personaggi che fanno parte del nostro vissuto o del nostro immaginario, lutti, mancanze, presenze, passioni, gusti e così via.

Ho iniziato cercando una valigia, perché mi sento sempre in viaggio e in effetti lo sono; percorro strade che mi obbligano spesso a cambiare direzione, a rimodulare il cammino e cambiare orizzonte. Vado avanti sempre, comunque e nonostante tutto, perché magari sono una testa dura o perché piuttosto trovo una ragione in tutto: niente succede per caso[6].

Macerie

Ho continuato cercando frasi, parole, colori, oggetti che mi potessero in qualche modo rappresentare e quando non ne ho trovati, li ho costruiti. Così sono nate le macerie, realizzate da strisce di carta di giornale (strappata e stropicciata), incollata a creare dei volumi su cui si leggono racconti e immagini di guerra, violenza, degrado, solitudine e su cui ho realizzato dei grafemi utilizzando un pastello nero.

In ginocchio sulle macerie

Poggiano sulle macerie, ma non ne sono contaminati: ginocchia, piedi e tutto il resto del corpo. Nonostante il dolore che provoca lo stare in ginocchio sulle pietre, la sagoma ha la pelle azzurra, a tratti blu mentre al suo interno, la sagoma rimane bianca, è sempre bianca luce.

E proprio dove fa più male, sulle ginocchia genuflesse sopra le macerie, nasce la fatidica domanda: Dove nasce l’arcobaleno?

Da dove nasce l’arcobaleno?              

L’arcobaleno di luce: un piccolo, straordinario miracolo che riesce a trasformare una goccia d’acqua trafitta da un raggio di sole[7] in una meravigliosa creazione. Le lacrime sulle macerie fanno lo stesso: la luce interiore trasforma il dolore in arcobaleni. L’amore è la risposta a tutto. L’amore ha tutti i colori dell’iride.

Io… cambio

Dall’Io… cambio policromatico parte all’interno della sagoma, una linea che porta fino al cuore, un circuito vero e proprio (la mia circolazione sanguigna) dai colori dell’arcobaleno. Sempre partendo dall’Io variopinto si snoda una frase che, dall’interno della sagoma si riversa al suo esterno, per farsi/fare luce al di fuori di sé e per allontanare il buio.

nascono…

Io so dove nascono gli arcobaleni e non ho paura del buio[8]. Perché il buio lo conosco, ma conosco anche l’effetto salvifico dell’acqua, che grazie alla luce mi permette di trasformarmi in arcobaleno o in fiore[9]. Ecco perché so dove nascono gli arcobaleni, perché è lo stesso posto, sono le stesse macerie da cui vengono fuori i fiori.

Dove nascono gli arcobaleni? Dove sono queste macerie? Dov’è il buio?

Vuoti

Io l’ho incontrato nei vuoti che mi porto dentro, nello spazio lasciato da chi è voluto andare via, da chi mi è stato strappato, da chi ha dovuto lasciarmi. L’ho affrontato nel silenzio, nell’assenza, nel distacco, nell’apatia e nell’incomunicabilità. Ne ho avuto terrore, ci ho lottato a lungo. Ho conosciuto la follia della disperazione, l’ho vissuta tutta appieno, c’ho sguazzato dentro per conoscerla meglio e l’ho divorata.

Ho iniziato a risalire. Le ferite, i vuoti, gli strappi per quanto dolorosi e  profondi possano essere, dopo un po’ non fanno più male. Ci si abitua a tutto[10], persino al dolore. Dopo un po’ non lo senti neanche più, si attutisce pian piano, fin quasi a scomparire, a diventare un fantasma che ti cammina affianco senza disturbare, senza invadere. Più volte ho ripreso in mano la mia vita, iniziando la risalita.

I vuoti sono un’opportunità, nuovo spazio lasciato da chi ormai non c’è più. I vuoti sono spazio da riempire con la luce di nuovi ricordi tutti da costruire, sono ponti e nuovi arcobaleni, sono ipotesi e progetti per il futuro, sono speranza e fiducia. Porto un grande paniere vuoto con me e sono pronta a colmarlo di nuovo, consapevole del fatto che prima o poi dovrò lasciare andare qualcos’altro.

Bisogna essere coraggiosi

Dentro la sagoma ho voluto inserire, oltre alla valigia, anche altri elementi autobiografici:

  • una donna che dipinge (che rappresenta il mio amore per l’arte in genere),
  • una donna che trucca i bambini (in riferimento alle attività di laboratorio che svolgo questo target),
  • Una donna che combatte, a cui ho aggiunto la scritta: “Bisogna essere coraggiosi!” (perché nessuno può combattere le battaglie in nostra vece).

Al suo posto, all’interno della sagoma, ho incollato un grande cuore rosso, sottolineando però che “Il cuore non è rosso”.

Ho voluto evidenziare questa affermazione, partendo dal presupposto che il colore rosso (a cui generalmente si fa riferimento quando si parla di cuore) nella sua accezione, ha un duplice significato: positivo, naturalmente dedicato all’amore e negativo, legato all’istinto irrazionale di passione, pericolo, rabbia[11]. L’amore per me, quindi non può ridursi alla monocromia. L’amore non può limitarsi ad una sola persona, non è solo passione fisica: esiste l’amore verso la natura, verso gli animali, l’arte, il buon cibo e la bellezza in genere. Tutto questo arcobaleno di colori è l’amore, pertanto, per quel che mi riguarda: il cuore non è rosso.

Un gancio in mezzo al cielo

Continuando il viaggio, in un ipotetico percorso ascensionale, si incontra adesso una corda, un gancio in mezzo al cielo[12] che ci riporta su, rendendo lieve la risalita. In fondo, a lasciarsi trasportare e a fidarsi del proprio cuore l’unico rischio che si corre è fare la scelta giusta.  In fondo, l’inconscio ne sa più di noi!

La corda, a cui mi aggrappo è legata ad una sorta di palloncino a forma di cuore (amore dentro di me, amore fuori di me). La trama utilizzata è quella della paglia che compone i nidi, ricorda il caldo comodo di una casa che non so più dove si trova, là fuori di me:  “sarà altrove”, osserverebbe Cattich[13].

Mi sento, per certi versi apolide, sballottata un po’ qua e un po’ là dagli eventi ma riesco, nonostante tutto a trovare “nidi” caldi e sicuri, nuove forme di casa e altre famiglie in ogni posto dove sono stata. Ho vissuto donando, morirò donando. Non avrebbe senso la mia vita in altro modo. Mission e vision della mia esistenza, del mio fare: essere un utile strumento per rendere migliore la vita degli altri, attraverso la mia. Ecco perché al centro del cuore-nido fuori di me, ho inserito la scritta: L’amore non ripara niente, eppure alla fine ci salva.

Benvenuti

Ho imparato, ad accogliere con generosità e fiducia. Se voglio sorrisi, devo seminare sorrisi. La prima forma dell’accoglienza nel mio autoritratto è la bocca: una porta[14] che si apre, attraverso il sorriso, per metterci in contatto con l’altro fuori di noi. Dimostro io per prima cortesia e disponibilità, perché mi piacerebbe gli altri facesso lo stesso con me. Preferisco essere gentile e non mi piace urlare per dire quello che penso, non mi piace stordirmi per raggiungere l’euforia: non ne vedo l’utilità. Sto bene con me, con i miei equilibri precari, in bilico perenne tra costruzione e distruzione, a progettare di costruire ponti-arcobaleno con i sassi delle macerie.

Questa sono io: Benvenuti. Entrate pure attraverso i miei occhi, da lì insieme a voi, entra la luce. Io non ho paura, perché dovreste averne voi?

Adesso vorrei mettere a confronto, l’elaborato autobiografico sopra descritto, realizzato durante un laboratorio di arti terapie, con un dipinto realizzato il 22 dicembre 2017 a seguito di un trauma subito, che mi ha provocato uno stato di agitazione, inquietudine e forte confusione. Stranamente non avvertivo paura, ero straripante di adrenalina.

Nonostante il mio stato, ho dovuto adempiere ad alcuni obblighi lavorativi, suscitando sgomento e apprensione a quanti, abitanti dell’attuale nido, meglio sapevano leggere oltre le apparenze. Ho pianto un po’, mentre raccontavo e mi sono commossa per l’affetto sincero e la tenerezza con cui è stato accolto il mio sfogo. Non mi aspetto mai niente, da nessuno perché ho imparato che nella vita, niente è dovuto e quando si agisce, non lo si fa mai per averne un tornaconto. Forse per questo, non aspettandomi niente, mi sono sentita avvolta, con calore e affetto sincero: sicura nell’instabilità emotiva del qui e ora.

Arrivata a casa, ho pianto, fatto una lunga doccia calda e, ricordandomi di quanto appreso da ciascuno dei docenti con cui ho avuto la possibilità di fare dei laboratori, mi sono guardata intorno… ho preso una tela dalle grandi dimensioni (una tela bianca non manca mai!) e i tre colori fondamentali. Ho preso gli acrilici perché volevo intensità cromatica, volevo matericità, volevo nitidezza. Ho preso le spatole, perché per essere forte e incisiva, avevo bisogno di schiaffeggiare il buio, di ricordargli che dentro di me non c’è spazio per lui. E così, armata di tutto punto, mi sono preparata  alla battaglia.

Ho messo la tela su un tavolo di poco più grande, poggiato i colori puri (non mi serviva diluirli) ed ho iniziato a stendere il colore a colpi di spatola. Non c’erano suoni o musiche in sottofondo, non mi servivano: facevano troppo chiasso i miei pensieri confusi mentre si accapigliavano con tutto il resto dei pensieri grigi.

E più giravo intorno alla tela, più il dipinto prendeva forma e più il groviglio si dipanava. Più colore sulla tela, più silenzio e ordine nella mia testa. Percepivo chiaramente il rallentare dei battiti cardiaci, il respiro farsi più lungo e i muscoli distendersi. Sono riuscita ad astrarre[15] dalla mia realtà intima, dal mio stato di caos e disordine emotivo, una realtà “altra” fatta di colori puri (emozioni contrastanti) che lottano tra loro, non perdendo mai la loro identità. Alla fine, esausta ma serena, riguardando il dipinto mi sono detta: “L’arteterapia funziona!”. Queste ne sono le prove.

Soli

Riguardandolo, a distanza di ore e di giorni, noto due elementi circolari gialli che lottano, contrastando l’oscurità del blu oltremare con la potenza e la forza del rosso, senza lasciarsene contaminare. Lo vedo così, questo dipinto da questa prospettiva. È stato questo il mio campo di battaglia. Che strano pensare che da tante emozioni negative e oscure, riesca sempre a emergere la bellezza e a ritrovarmi, coerente nel mio precario equilibrio.

Sembra che voli

Ho deciso di mostrare il dipinto. Il suo valore per me va oltre l’estetica[16]. L’azione creativa è catarsi, liberazione, rigenerazione, consapevolezza e quiete: questa per me è la vera bellezza dell’arte.

Partendo da questo presupposto e non avendo firmato il dipinto, ho chiesto un parere ad alcuni amici, non consegnando loro alcun vertice d’osservazione. Nel riquadro ho evidenziato quello che ha “visto” una mia amica, aggiungendo: “Sembra che voli”.

Il mostro

Un altro, invece, cambiando ulteriormente punto di vista, ha letto nel dipinto l’immagine paurosa di un mostro, una maschera cattiva che vuole sbranare qualcuno. A sentirglielo dire, mi è tornato subito alla memoria il mito di Caos e Saturno che divora i suoi figli (Goya ne fa un’immagine potente e terrificante allo stesso tempo).

È vero: avevano ragione entrambi. Ognuno sceglie quello che vuole vedere e lo decodifica. Eppure questo dipinto lo avevo fatto io. Eppure c’avevo girato intorno continuamente, senza mai accorgermi della ragazza che vola e del mostro che divora.

È vero. So solo vedere e voglio solo vedere il lato positivo in ogni cosa.

L’arteterapia funziona. Io ne ho contezza, ne ho fatto esperienza e mi sono salvata. Anche questa volta.

Antonella Maria Piazza 

Arteterapeuta in formazione, Artedo – Palermo

[1]Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore” Peppino Impastato.

[2] Rif. “Il Metodo Autobiografico Creativo”, S.Centonze, Ed.Circolo Virtuoso, Lecce 2017; p.61-63.

[3]La maschera è l’organo di superficie dell’insieme delle relazioni sociali”, tratto da “La maschera tra identità e azione”, I.Caracciolo, dispensa per uso interno Artedo.

[4] Ricordo ancora quando, tutta contenta per il delizioso Pinocchio che avevo disegnato –capace di illuminare con la sua pur flebile fiammella, anche il buio del gigante Mangiafuoco- quando Cattich chiese alla coppia di scambiarsi i disegni e di intervenire ciascuno su quello dell’altro. All’inizio la cosa mi destabilizzò, poi vidi rinvigorire quella  fiammella luminosa, fino a trasformarsi in fuoco che arde e purifica, grazie all’intervento di Silvio. Ne fui felice.

Dal laboratorio di N.Cattich, Integrazione tra disegno speculare progressivo e dramma terapia.

[5] Esperienza rivelatrice fatta durante il laboratorio di Musicoterapia Recettiva Analitica attraverso l’uso di stoffe colorate, condotto da M.Sidoti. In questa occasione Federica commentava le composizioni che andavo realizzando, dopo avere fatto ascoltare al gruppo la scaletta da me proposta e in base alla quale, il gruppo sceglieva i colori delle stoffe in base alle emozioni evocate in ciascuno. Alla fine ho imparato che è bello lasciarsi leggere, per scoprire parti di sé che a volte possono sfuggire.

[6] C.G. Jung , Teoria della sincronicità.

[7] Cit. “Ed è subito sera”, S. Quasimodo.

[8] Frase che me ne ricorda una ulteriore, partorita durante il laboratorio di Arte terapia condotto da Ilaria Caracciolo (in occasione del convegno nazionale svoltosi a Verona): “Mi nutro anche dell’acqua dei temporali”, me prima ancora, sempre durante un laboratorio condotto da I .Caracciolo mi sono rappresentata come un fiore. In realtà è stato un po’ come ritornare alle mie origini, agli anni in cui muovevo i primi passi in Accademia e, chiamandomi Antonella, decisi che il mio nome d’arte sarebbe stato “anthos” (dal greco antico, fiore). Così iniziai a firmare i lavori con un nome in cui tutt’ora mi rivedo e che mi rappresenta appieno: non potrei desiderare nome diverso.

[9] Per questo il percorso che si snoda dalle macerie e che da dentro la sagoma porta fuori ha i colori dell’arcobaleno e per questo, alla parola “nascono” ho voluto far coincidere le immagini di alcuni fiori, evidenziando con un cerchio rosso la parola “anthos”

[10]Ci si abitua a tutto nella vita: alla sofferenza, alla miseria, alla perdita di un amore. Nei primi tempi si soffre molto, crediamo di non farcela, desideriamo morire, ma poi, con il tempo, diventa un’abitudine anche il dolore, e continuiamo a vivere. La solitudine stessa diventa un’abitudine”, Romano Battaglia, Il silenzio del cielo.

Ci si abitua a tutto, quando non rimane più niente”, Natalia Ginzburg.

[11] Rif. “L’oltre e l’altro. Arte come terapia” di N. Cattich, G.Saglio, Ed.Priuli e Verlucca, Torino 2010; p.165.

[12] Rif. “Strada facendo troverai, un gancio in mezzo al cielo e sentirai la strada far battere il tuo cuore, vedrai più amore, vedrai ”, dal testo della canzone “Strada Facendo” di C.Baglioni, 1981.

Rif. “Un gancio in mezzo al cielo”, Vol.VI collana “Storie di vita” di G.Gabrieli, Ed.Paoline, 2012.

[13] Rif. “Il sé e il sé corporeo”, da “L’oltre e l’altro. Arte come terapia” di N.Cattich, Ed.Priuli & Verlucca, Torino 2010; pp.331-335

[14] E come dicevano gli antichi latini: Janua patet cor magis (la porta è aperta, il cuore di più).

[15] Astrarre, inteso nel suo significato meramente etimologico (derivato dal latino “abstrahere”, verbo composto da abs –fuori da, via da-  e trahere –tirare-), tirare fuori da.

[16] che a dirla a tutta, nell’arte di oggi, considero anche un limite, un bisogno di dover piacere a tutti i costi a scapito della genuinità della propulsione a creare come un antico demiurgo.

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Antonella Maria Piazza

Autore: Antonella Maria Piazza

“L’opera umana più bella è di essere utile al prossimo”. Sofocle

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