La tribù dei nani cannibali

LABORATORIO SULLO STORYTELLING DI VITO FURIO.

Premessa

È trascorso un po’ di tempo dalla mia iscrizione ad Artedo Palermo, adesso   non conto più i giorni, ma i mesi, i laboratori da seguire, le materie da studiare, i libri da leggere per approfondire le mie sempre più crescenti competenze. Da metodica, razionale, super organizzata e iper pianificatrice quale sono, sapevo fin dall’inizio, da quando cioè scelsi il mio piano di studi, che il mese di giugno e quella data in particolare avrebbero fatto sorgere tanti dubbi in me, per tanti motivi. Il principale, l’unico per cui avrei rinunciato a tutto e fatto qualsiasi cosa pur di non deludere le sue aspettative, era Marco. Da quando è venuto al mondo, combattendo come un piccolo eroe tenacemente attaccato alla vita, non ho mai mancato un suo compleanno. Da dieci anni a questa parte, il 16 giugno è per me una data sacra, inviolabile. Lo scorso anno, pur di esserci, arrivai alle 21.40 alla sua festa, dopo un viaggio in auto di tre ore. Quest’anno, invece, per la prima volta mi assale il dubbio. Decisi comunque di inserire il laboratorio sullo storytelling di Vito Furio nel mio piano di studi. L’argomento mi interessava particolarmente: avevo già usato questa tecnica di scrittura creativa in contesti educativoformativi, ma senza l’opportuna competenza che solo questo laboratorio mi avrebbe potuto fornire. Mi serviva un feedback, mi interessava crescere, migliorarmi per poter agire nel modo migliore nell’interesse dei miei utenti, dovevo assolutamente sapere se stavo facendo la cosa giusta. Trascorrono i mesi e il compleanno di Marco è ormai vicino, ho ancora mille dubbi e decido di parlarne direttamente con lui, in quel momento mi sembrava la cosa migliore da fare. Gli parlo a cuore aperto, gli espongo i miei dubbi e confermo il mio amore per lui. Ricordo perfettamente la sua risposta, mi ha interrotta prima ancora che io finissi di parlare: “Zia, non ti preoccupare, perché non è importante che tu ci sei: è importante che tu ci vuoi essere” e mi ha abbracciato. Mi ha commosso questa sua sensibilità e il mio cuore si è fatto leggero. Arriva la data fatidica. Riaffiorano i dubbi. Mi chiedo soprattutto se fare questo laboratorio sarà all’altezza delle mie aspettative, che sono altissime. Alla fine, ne sarà valsa la pena?

Sabato, 16 giugno 2018.

Arrivo in anticipo, come sempre. Non vedo l’ora di iniziare questa nuova avventura. Sono curiosa. All’ingresso della sede, una ragazza che non conosco. Le chiedo se anche lei quel giorno avrebbe fatto il laboratorio sullo storytelling e mi dice di si. Dall’accento con cui mi risponde, capisco che non è siciliana. Si chiama Federica e viene dalla lontana Padova per fare questa lezione con Vito Furio. “Caspita” mi dico “questo docente deve essere davvero bravo!”. Arrivano gli altri: Valentina, Paolo, Lidia, Giusy con il suo piccolo Vincenzo, divenuto ormai la nostra “mascotte” e soprattutto arriva lui, Vito Furio. Imponente e rassicurante allo stesso tempo, dall’aspetto mi ricorda un po’ gli artisti di strada (per poi scoprire che ha fatto anche il trampoliere e clownerie) e la mia curiosità cresce. Ci mette subito a nostro agio, facendoci giocare e divertire come mai mi era ancora capitato. La sensazione più bella l’ho provata quando ci ha chiesto di immaginare di essere trasportati dal vento, chiedendo di “farci” leggeri e lasciarsi “muovere” nello spazio, assecondando la musica e il nostro sentire. È stato bello sentirsi in balìa di se stessi e delle proprie emozioni. Inizia adesso il laboratorio vero e proprio.

Mi scopro più profondamente se scruto il mio viso ad occhi chiusi, sentendo i lineamenti sotto le dita e mi descrivo più sinceramente rimanendo ad occhi chiusi per tracciare le linee del disegno che sono il mio ritratto. Apro gli occhi e mi vedo. Sembra strano, ma quella sono io. “Trasformiamola in un personaggio”. Il disegno assume una nuova identità. Ero io, ma adesso può diventare altro fuori di me. Tengo le redini del gioco e do’ vita a Stilla, un universo-atomo fatto d’acqua, trasparente in superficie come in profondità. Chi sta in superficie vede un colore di Stilla, ma in profondità il colore cambia, si fa più caldo.

“Troviamo una difficoltà incontrata oggi, durante il laboratorio”. Nascono i problemi. Ognuno porta il suo al gruppo, che tenterà di risolverli. Ciascuno ha il compito di risolvere un problema altrui.

Cambia la prospettiva, cambia il vertice di osservazione, cambia la risposta, cambia il risultato, ergo: cambio anche io. Inizia la mia trasformazione. “Lasciarsi andare agli incubi” per affrontare la paura, perché dal sonno ci si sveglia comunque e al mattino il sole torna sempre.

Ci muoviamo di nuovo nello spazio, ci riconosciamo come forme che interagiscono divertendosi e giocando: è tutto molto leggero e stiamo bene insieme. Si consolida il gruppo e la magia del conduttore ci trasforma, ancora una volta. Diventiamo statue di cera dentro un museo, la gente paga per venirci a vedere: siamo stati personaggi importanti, abbiamo fatto grandi cose nel mondo e per il mondo! Scegliamo noi alla fine chi vogliamo essere: siamo chi abbiamo deciso di rappresentare o decidiamo di diventare -e quindi trasformarci- in ciò che gli altri hanno visto? In cuor mio pensavo di essere una persona curiosa, una che amava studiare, indagare, dare risposte a tutti i suoi perché e, invece, per alcuni rappresentavo la statua di una ballerina scaccia-demoni e per altri una donna fortissima, in grado da sola di spostare i muri (1). Decido di essere una ballerina, niente di più lontano da me. Per questo forse ho voluto sperimentarmi in un personaggio diverso, quasi “anomalo”. Quattro personaggi alla volta, interpretando ciascuno il proprio ruolo, metteranno in scena una storia per raccontare la loro improbabile interazione. Per fortuna con noi, il “dispotico” (2) Paolo, che in quanto a competenza in campo teatrale non teme confronti. Riusciamo a far interagire tutti i personaggi e ho modo di scoprire, grazie anche a quest’attività, la grande generosità di Paolo e la sua umiltà.

Da come eravamo ridotti, pensavamo che il laboratorio si stesse ormai per concludere, ma non avevamo fatto i conti con il nostro conduttore, il quale decide di farci sperimentare una particolare forma narrativa. Credo di non avere mai riso tanto insieme a gente conosciuta solamente poche ore prima. Se il pianto per Aristotele era catartico (3), per Vito Furio la catarsi si può ottenere stimolando l’aspetto ludico-ricreativo con cui veste le tematiche importanti, intime e profonde che affronta insieme al gruppo, guidandolo opportunamente con grande sensibilità e delicatezza.

Domenica, 17 giugno 2018.

Arrivo puntuale, in anticipo come sempre, ma non troppo stamattina. Lo stato d’animo è diverso. C’è voglia di fare per stare bene insieme e costruire nuovi ricordi. Ho studiato molto in questi mesi, con grande impegno e fatica. Richiede grandi sacrifici portare avanti questo percorso se non si è motivati e se lo si vuole affrontare proficuamente. Temo di non ricordare tutto, di non riuscire a consolidare le competenze acquisite. Questo è un mio intimo pensiero, un cruccio di cui non ho fatto parola a nessuno per timore di essere giudicata, incapace o inadatta a svolgere un ruolo per cui occorrono invece grande preparazione e concentrazione. È un mio pensiero e anche un mio limite. Ricomincia il laboratorio. Mi osservo e vi osservo tutti. Siamo tutti più belli, oggi. Tutti più sereni, rilassati e “aperti” senza remore e timori a nuove connessioni. C’è un clima disteso, di quiete e curiosità. Ci chiediamo tutti che cosa accadrà. Vito Furio ci ha stupiti, ha saputo demolire le nostre strutture protettive, le nostre sicure corazze e ci ha dato la possibilità di ben-divenire altro, senza temere il cambiamento. Ancora un nuovo, ulteriore metodo per stimolare la scrittura creativa: si tirano i dadi stamattina e a decidere il titolo della storia che ciascuno di noi scriverà, sarà la sorte.

“La clessidra vede il criceto” è il titolo del mio racconto. C’è un altro universo, un ritmo scandito dal tempo a cui tutti si allineano e un altro viaggio. C’è di nuovo qualcosa/qualcuno che vuole essere visto, che vuole venir fuori e per farlo ha bisogno di alleggerire il suo fardello. Lasciare andare un pezzo di me, metterlo da parte, non vuol dire abbandonarlo. Più semplicemente significa riporlo nell’apposito cassettino della memoria che l’emisfero sinistro ha già predisposto, per poi andarlo a riprendere quando sarà il momento. Nel frattempo lasciamo che a parlare sia la parte destra del cervello, quella creativa, analogica, irrazionale.

Inventiamo, scriviamo e ci raccontiamo in un contenitore temporale ridotto, che lascia poco spazio ai ripensamenti, agli adattamenti, alle allitterazioni e a tutti quelli orpelli e sovrastrutture che impedirebbero all’emisfero destro, che nel frattempo si è impadronito di noi, di esprimersi senza remore. Si fa largo uso di metafore e simboli, ciascuno vedrà ciò che vuol vedere. La cosa portentosa di Vito Furio è l’assetto assolutamente non-giudicante. Non solo non vuole “interpretare” (e ce ne sarebbe materiale su cui lavorare) ma usa le nostre storie per dare a ciascuno di noi la possibilità di osservarsi: “Rileggete, se ne avete voglia, le storie che avete scritto. In alcune ci sono degli elementi ricorrenti e riflettete: che cosa vi state dicendo? Magari è proprio lì che potete trovare delle risposte”. Giusto il tempo di iniziare a far girare qualche ingranaggio nella testa che arriva l’indicazione per svolgere un’altra attività ancora. Non dobbiamo interagire tra di noi, ma girare nello spazio esterno all’aula e trovare un oggetto banale con cui identificarci nel qui ed ora del laboratorio. Faccio appena in tempo a mettere il naso fuori dalla porta che mi ritrovo davanti un bel mucchio di foglie rampicanti, abbarbicate su un’alta grata ma secche: eccomi, sarò una di quelle foglie a cui -chissà perché- hanno tolto l’acqua. Inizio a scrivere. Una volta ero una delle tante foglie verde brillante che crescevano alte verso il cielo, poi non ho più avuto l’acqua e sono seccata. Mi chiedo perché, ma senza rimuginarci tanto. Accetto la mia nuova condizione e cerco di capire cosa, adesso, possa io fare per diventare migliore e cambiare la mia condizione attuale. E penso al fuoco: potrei bruciare e ardere, essere luce, calore, fiamme e perfino fumo, cambiare consistenza e innalzarmi al cielo, trasformandomi in qualcosa di completamente differente. Cambia lo stato, cambia la consistenza ma non l’essenza. E in realtà mi sento un po’ così, in moto perenne e continuo cambiamento, assetata di conoscenza e serena. Non ho paura di lasciare tutto e ricominciare. Resilienza è questa la mia forza. Mi scopro forte, impavida e sicura, non temo il giudizio altrui, né la solitudine, né il dovermi ri-adattare ogni volta ai cambiamenti. So attuare il cambiamento in me per trasformarmi, ben-divenire e riuscire comunque a ritrovare un nuovo equilibrio e il ben-essere. Metamorfosi? La definirei piuttosto evoluzione. Chissà quale sarà la forma che mi sarò data alla fine di questa avventura! E mentre rifletto tra me e me, Vito Furio ci rende protagonisti in scena, dandoci una spalla su cui scaricare la naturale tensione/emozione che potrebbe esserci nel leggere a un pubblico la propria storia di oggetto “vivente”. Il nostro compagno sul palco diventa l’oggetto transizionale che si racconta e su cui naturalmente si sposta l’attenzione del pubblico-gruppo. Chi mima l’oggetto, dal canto suo, non ha nemmeno avuto paura di mettersi in gioco perché un oggetto può comunicare, ma non ha grandi margini di movimento o espressività. Così anche io divento prima la targa di un automobile, poi una lavagna su cui chiunque scrive e scarabocchia e devo confessare che la cosa mi ha molto divertito. Bella sensazione sentirsi uno spazio vuoto su cui chiunque arrivare può lasciare un segno colorato. Un nuovo gioco, adesso: siamo calamite per gli altri, poi oggetti respingenti. Che sensazioni meravigliose e contrastanti. Il gioco ha un potere che non immaginavo. Lasciarsi andare è un’esperienza magica. Adesso “diventiamo” i personaggi delle favole dei fratelli Grimm e in particolare i nani storia della storia di Biancaneve. In realtà questi personaggi ci erano già stati assegnati dal conduttore a inizio laboratorio, ma li avevamo messi da parte. Adesso è arrivato il momento di riprenderli. Ciascun nano sarà il suo opposto, cioè dovrà rappresentarsi come era prima dell’arrivo di Biancaneve. Ma perché i sette nani cambiano? Perché si trasformano? Che succede in quella parte della storia che nessuno conosce?

Ci mettiamo al lavoro, questa volta tutti insieme: scriveremo un racconto partecipato. Nasce così, da un’idea del dispotico Paolo (che devo dire il gruppo ha pienamente condiviso e acclamato), il desiderio di uccidere l’ottavo nano: Furiolo, per poi mangiarcelo e a causa di questo, diventare ciascuno il suo opposto. In realtà l’unica colpa di Furiolo era di essere stato un trovatello accolto dai nani, un bonaccione un po’ troppo ingenuo, che non essendosi rivelato un nano anche lui, era diventato presenza ingombrante per gli altri nani. Così decidono di narcotizzarlo e farlo cadere in un pentolone per poi mangiarselo. A parte le grasse risate di noi tutti e soprattutto della nostra adorabile mascotte, la cosa che mi ha fatto riflettere alla fine di tutto è stata la “cattiveria” del gruppo, pronta a cibarsi dell’inerme Furiolo che fiducioso, senza alcuna remora si è fatto mettere nel sacco. Tante idee mi sono passate in testa. Per prima cosa ho ripensato a Marina Abramovic e ai suoi esperimenti sociali. In una sua performance, la gente lasciata libera di fare all’artista quello che vuole e non vedendo alcuna reazione in lei, arrivava a essere crudele, accanendosi brutalmente, quasi a voler provocare un reale dolore fisico, pur di ricevere un feedback alla propria azione. E poi ho pensato al sacrificio estremo, di chi si butta in pasto ai suoi discepoli che ormai da lui non hanno più nulla da prendere. È emersa da una parte l’energia primitiva del volere tutto, della necessità primordiale di voler divorare quanto più possibile per saziarsi e dall’altra, l’assoluta volontà a lasciarsi andare in balìa del gruppo, in totale e fiducioso abbandono.

La felice tribù dei nani cannibali

Da Furiolo abbiamo preso tutto quello che potevamo prendere. Quando le idee, i consigli, le indicazioni e le risoluzioni sono state esaudite, abbiamo preso anche l’ultima cosa che restava di lui e che ancora non ci aveva donato: la sua carne. Furiolo, metaforicamente è entrato in noi, donandosi al gruppo in tutto se stesso con i suoi insegnamenti, il suo esempio e da adesso farà per sempre parte di noi. Vito Furio più che un conduttore si è rivelato un grande professionista, ricco di competenze e intelligenze multiple, un vero Maestro di umiltà, generosità e coraggio per questo non possiamo che ringraziare Artedo per avercelo servito su un piatto d’argento.

Antonella Maria Piazza

Artedo-Palermo

 

1 – Quest’ultima opzione, in realtà non mi sarebbe affatto dispiaciuta. Spostare i muri non è cosa da poco e poi questa caratteristica mi avrebbe avvicinato a Marina Abramovic, Attraversare i muri. Un’autobiografia. Ed. Bompiani, 2016. Ma non mi sembrava il caso. Non avrei retto il confronto con lei.

2 – Dispostico, è l’affettuoso epiteto con cui siamo soliti chiamare Paolo.

3 – Per Aristotele la purificazione dell’anima (corrotta dalle pulsioni e dalla passioni irrazionali) e del corpo (contaminato dalle azioni conseguenti al cedere alle passioni e all’istinto) avviene attraverso la fruizione delle tragedie e prende il nome di catarsi. La catarsi, come sostiene Aristotele nella Poetica, si esperisce quando lo spettatore, osservando una rappresentazione tragica (in cui sono messi in scena fatti luttuosi o gravi) viene coinvolto empaticamente dal racconto, tanto da suscitare in lui terrore e pietà. Esprimere questi sentimenti attraverso il pianto, era considerata un’azione catartica, in grado di purificare anima e corpo. Precedentemente, però, lo stesso Aristotele nella Politica aveva sostenuto che fosse la musica ad avere potere catartico e questo perché l’ascolto induce stati di meditazione e riflessione.

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Antonella Maria Piazza

Autore: Antonella Maria Piazza

“L’opera umana più bella è di essere utile al prossimo”. Sofocle

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