Mandala

LABORATORIO SUL MANDALA INTUITIVO DI ILARIA CARACCIOLO

 Inizia in maniera rocambolesca questa nuova avventura:
un laboratorio iniziato sotto una buona stella.

Stella, incinta al settimo mese, è la moglie di Antonio, un caro amico e collega. Antonio insegna “Italiano, storia e geografia” nella mia stessa scuola. È persona buona, galante e sensibile. Da anni Stella e Antonio provano ad avere un bambino e adesso, finalmente, il loro desiderio si è avverato. Antonio è al settimo cielo. È il 29 giugno ed è anche l’ultimo giorno di scuola. Ci congederemo dai nostri amici-colleghi che sono stati trasferiti e dal mio adorato Prof. Cardaci che andrà in pensione, ma ci stiamo anche preparando a rientrare a casa, per cui questa giornata ha un sapore dolce e amaro, che mi ricorda quello delle fragole.

Sto facendo l’appello e mentre snocciolo diligentemente l’elenco dei nomi di tutti i docenti dell’istituto, vedo avvicinarsi Alessandro[1] e dire qualcosa all’orecchio di Gaetano[2]. In realtà mi sembra strano che Alessandro sia venuto fin lì per parlare con noi, ma l’idea di non essere arrivata a scrivere il verbale del Collegio precedente mi distrae dal resto e non considero particolarmente importante l’accaduto.

Continuo a snocciolare nomi e penso a cosa avrei detto alla fine, qualcosa del tipo: “La lettura e l’approvazione del precedente verbale si rimandano alla successiva seduta del Collegio docenti”. Faccio in tempo a chiamare l’ultima Zapparrata che Gaetano mi dice: “Devi andare. A Stella si sono rotte le acque ed è in ospedale”. Alzo lo sguardo e vedo Antonio, Alessandro e Francesca in piedi. Mi alzo, senza neanche salutare e insieme corriamo verso la macchina e verso l’ospedale.

 Non ho fatto in tempo a salutare Karin, Nelly, Cardaci. Lo strappo è troppo forte. Apparentemente indolore. Un po’ come la ceretta. Il dolore arriva appena realizzi. Appena ti fermi.

Davanti l’ospedale, Antonio è un papà preoccupato ma tenace, saldo nella sua speranza e fiducioso. “Stella sta bene. Sta bene anche la piccola Gaia, ma è meglio fermarsi qui un paio di giorni per monitorare la situazione” ci informa. Ho il cuore più leggero, ma sono ancora preoccupata.

Arrivo a destinazione e chiamo Valentina: Antonio lo conosce anche lei. Ci raccordiamo per il giorno dopo. Verrà a prendermi alle 7.00 e ha preparato l’insalata di riso per entrambe. “Cosa avrò mai fatto per meritare tutto questo affetto?”. Ringrazio e mi metto a dormire o almeno queste erano le intenzioni. Il mio pensiero costante è a Stella.

 Sabato, 30 giugno 2018

Valentina arriva puntuale. Insieme iniziamo questa nuova avventura. Tanti pensieri, tante aspettative, tante emozioni contrastanti e poi la paura. Immagino il buio e penso a Gaia: la felicità nascosta dentro una Stella. Lei, piccola creatura esuberante che ha fretta di venire al mondo: la immagino scalpitante e curiosa, dentro un fragile guscio luminoso.

Sono così assorta dai miei pensieri che non mi rendo neppure conto di

essere giunta a destinazione. Il bosco di Malabotta[3] è meraviglioso, lascia senza fiato e tutto si ferma. Ancora una volta.

Ilaria, la nostra sapiente e saggia docente, ci chiede di disporci in cerchio e metterci comodi. La prima cosa che faremo è presentarci al gruppo e lanciare un desiderio nello spazio, tra le stelle: “perché tutto parte dalle stelle”. Sorrido e penso a questo nuovo inizio a cui tutti siamo chiamati a presentarci al meglio, come in realtà dovremmo fare ogni giorno, presentandoci alla vita come se stessimo andando “ad un appuntamento d’amore”.

Ricomincio a camminare[4]. Riparte da qui, tra le stelle, il mio nuovo percorso di crescita personale.

Ilaria inizia a parlare, offrendoci spunti di riflessione sull’etimo di due verbi dai significati apparentemente diversi eppure affini: de-siderare e con-siderare.[5]

Le stelle c’entrano e centrano sempre,
sia che si tratti di un desiderio o una speranza, 
sia che si tratti di momenti di riflessione e ponderatezza[6].

Adesso tocca a me!  Mi presento: “Sono Antonella e desidero piegare i miei limiti alla mia volontà per proseguire il cammino e spingermi oltre l’orizzonte”. E mentre parlo mi chiedo se mai riuscirò a piegare il destino alla mia volontà: ho l’abitudine -o la follia- di sognare in grande, da impavida e temeraria.

Concluse le presentazioni, Ilaria ci invita ad esplorare lo spazio magico del bosco e a focalizzare la nostra attenzione su un elemento che susciti il nostro interesse, per poi rientrare nel setting e creare un mandala tenendo a mente quell’ispirazione. Diventiamo tanti semi lanciati nello spazio del bosco, in cerca di terreno fertile dove attecchire e portare frutto. Noto che a questo laboratorio sta partecipando anche Marianna Sidoti, la nostra Direttrice: donna minuta ma energica, dall’aspetto apparentemente fragile ma con una forza tale da riuscire a spostare le montagne. La cosa mi incuriosisce. Marianna non è solita partecipare da allieva ai laboratori. Evidentemente ne sentiva il bisogno o ne era attratta, per noi sicuramente sarebbe stato un modo per osservarla da un’altra prospettiva, un’opportunità per conoscere meglio la nostra superprecisa e impeccabile Direttrice.

Siamo assorti nel silenzio dei nostri pensieri mentre ascoltiamo tutti i suoni intorno a noi. Respiriamo a pieni polmoni un’aria che profuma di fragole e querce. C’è pace, quiete, armonia. La mia attenzione si posa su due alberi, uno è più robusto, il tronco è solido, le radici sono ben piantate per terra e i rami svettano verso il cielo. Non tutti, però. Alcuni si protendono in avanti, dove c’è un piccolo arbusto, un alberello dall’esile tronco e dalle ancora incerte radici, i cui rami si intrecciano con quelli dell’albero più grande. Mi viene in mente l’immagine di Ilaria con sua figlia, Mayabelle. Distolgo lo sguardo da quell’immagine, brucia troppo: deve essermi entrato un ricordo nell’occhio.

Rientriamo nel setting del cerchio e su un foglio A4 tracciamo un cerchio da riempire come vogliamo, usando a piacere pastelli a olio, matite colorate e pennarelli. Alla fine dovremo dare un titolo al nostro primo mandala intuitivo. Il mio l’ho intitolato “La curiosità”. Ho pensato al cielo e alle mie stelle, chissà, se da lassù riescono a vedermi e chissà se sono contente di me.  L’occhio brucia ancora un po’, ma presto passerà. Passa sempre.

Continua il cammino. Si sentono degli strani suoni come di passi, ma è un suono diverso, sconosciuto, fatto di ritmo e armonia. Ci guardiamo intorno per capire da dove provenisse quella melodia e scopriamo che Mayabelle stava eseguendo il suo primo concerto per ossofono: un insolito strumento musicale costruito mettendo insieme resti d’ossa e rami raccolti nel bosco.

La “piccola Ilaria” aveva infatti realizzato in assoluta autonomia, uno strumento rudimentale, con cui accompagnare allegramente e grande solerzia la nostra attività. E devo dire che lo stava facendo davvero bene!

Finito lo stupore e dopo avere tributato il giusto applauso alla nostra giovane concertista, dobbiamo ritagliare il nostro mandala, incollarlo su un foglio più grande e collocarlo in un punto qualsiasi del bosco, insieme al pastello/pennarello scelto. Manco a dirlo, la mia “curiosità” va ad abbracciare il grande tronco e resta in attesa che qualcuno giunga a lasciare un dono: una traccia, un disegno, una parola o un qualsiasi altro elemento raccolto nel bosco.

Dopo avere trovato idonea collocazione ai nostri mandala, Ilaria ci raduna e trasforma ancora una volta. Diveniamo noi stessi un “mandala di persone” nel setting del bosco, disposti a raggiera, sdraiati per terra con i pensieri che si toccano e i piedi distanti. Restiamo ad occhi chiusi ad ascoltare le sue indicazioni, ci fa rilassare al punto che c’è pure chi si addormenta beato e poi ci chiede di andare a riprendere i nostri mandala e di osservarli.

Mi ritrovo faccia a faccia con un elaborato più ricco di quanto avessi potuto immaginare. Inizio a sorridere mentre leggo alcune parole che mi sono state lasciate: “pizza fioreggiante” “come le ninfee” e inizio a stare meglio. Mi guardo intorno e vedo volti più distesi e sereni, anche se è difficile lasciare andare chi invece si vorrebbe trattenere.

 Resta ancora da con-siderare se è il caso che si avveri ogni nostro de-siderio.

Ci spostiamo in un’altra zona: vedremo i megaliti dell’Altopiano dell’Argimusco e da lì potremo chiudere questo primo lavoro con i mandala. Lungo il percorso per raggiungere l’altopiano esploriamo l’ambiente, osserviamo la vegetazione, la geomorfologia del luogo e le innumerevoli farfalle che non temono di avvicinarsi. Il cinguettio degli uccelli è pura melodia. Ci muoviamo in uno spazio dalle infinite tonalità di verde, lussureggiante, ricco di alte felci, tanti fiori e pochi alberi. Solo all’inizio del sentiero che conduce alla parte più alta ci imbattiamo, per la gioia di Valentina[7], in un albero di biancospino. Da lì procediamo, fino a raggiungere un pianoro da cui è possibile scorgere le isole Eolie: si apre davanti ai nostri occhi uno scenario sorprendente e suggestivo. Qui, al ritmo dell’ossofono (che ostinatamente Mayabelle continua a trascinarsi dietro), riprendiamo il setting circolare per rendere onore al gruppo e al lavoro svolto durante questa giornata, mentre il sole riscalda le pietre con la sua calda luce, tipica dei pomeriggi estivi e le linee si fanno più morbide. Tutto è in assoluta armonia: il ritmo melodioso dell’ossofono, le nostre risate, i suoni della natura e persino lo svolazzare di grilli e farfalle. Ci separiamo per esplorare questo spazio, sederci a fare quattro chiacchiere o semplicemente restare dove siamo per contemplare la meraviglia della natura.

Osservando le varie forme che la pietra ha assunto nel tempo, non posso fare a meno di notare una figura orante[8]. Chissà verso chi è rivolta. Sembra guardare verso il mare o forse guarda il sole. Certo è che sta pregando e vorrei anche io unirmi a lei. In fondo il mio desiderio altro non è che una preghiera alle stelle… e il sole è la nostra stella: ogni giorno sorge, raccoglie i nostri de-sideri e se li porta nel buio della notte per prendere in con-siderazione la possibilità di realizzarli o meno. E adesso che mi trovo dinnanzi a questa enorme statua orante penso che il sole a breve tramonterà e non mi rimane abbastanza tempo per decidere chi e cosa affidare alle stelle. Confido nell’amore siderale, in fondo il cielo è pieno di stelle e tra loro ce ne sarà pur qualcuna pronta ad esaudire i miei desideri. Penso a Nelly, a Karin, a Cardaci ma soprattutto ad Antonio, Stella e alla piccola Gaia. Penso alla mia famiglia, alle piccole scintille incompiute e alle nostre stelle luminose che rendono più brillante il cielo e rivivo gli abbracci, risuonano le risate, le voci. È un cielo fatto di sonagli festanti a cui affidare ciò che il mio cuore desidera. Ma adesso è tardi. Non riesco a formulare un desiderio coerente con ciò che voglio. Mi serve tempo.

Ilaria propone di tornare all’Altopiano dell’Argimusco per assistere al sorgere del sole da questo luogo sacro, considerando l’importanza di voler affidare al sole che sorge i nostri più intimi desideri.

Ma c’è tempo per riflettere sul da farsi, dobbiamo rientrare e andare a cena: tutti insieme all’Agrutirismo dello zio di Marianna, che nel frattempo scopriamo essere imparentata con mezza Montalbano Elicona. Trascorriamo una serata piacevole tra buon cibo e vino.

Mi colpisce la piccola Mayabelle: è a suo agio con tutti, gioca, si diverte e si relaziona con ciascuno in modo appropriato. Ha gli occhi felici e il sorriso luminoso. È stato un dono per tutto il gruppo, ma soprattutto per Silvio: a vederlo giocare con la piccola Ilaria, sembrava essere tornato bambino.

Con il corpo sono a cena, ma la mia mente viaggia altrove. Ho troppi desideri, troppe cose da chiedere. Occorre mettere in ordine i pensieri, fare chiarezza per non sbagliare. 
Devo trovare la forza e il coraggio per lasciare andare. Confido nell’amore siderale: se lo desidero con tutto il cuore, il destino si piegherà alla mia volontà. Voglio superare i miei limiti, affidarmi e andare oltre, altrove, dove ancora non so, senza paura alcuna.

Finisce la cena, torniamo al B&B. Dovrei dormire. Tra qualche ora andremo a vedere sorgere il sole, ma la mia testa non ne vuole sapere. Il pensiero è a Stella.

Ho nostalgia, capita anche a me. Sembra strano, ma ogni volta che faccio accomodare qualcuno nel mio cuore, sistematicamente mi viene strappato via e questo strappo fa male. Ogni volta allo stesso modo. E non è vero che al dolore ti abitui, che ti abitui alla mancanza. Col tempo ho imparato che tutto passa. Panta rei, tutto scorre: ce lo insegnano a scuola e io ho imparato che è tutto un ritmo in divenire, un ciclo che inizia e si conclude a scandire come musica l’esistenza. Questa consapevolezza, però, non mi impedisce di soffrire e di starci male.

 Domenica, 1° luglio 2018

La notte è così breve. È già ora di andare. È un’opportunità che non ricapiterà: affrontare le stelle con la fiducia di Marianna e la forza Ilaria. Non temo nulla, mi affido completamente. Prendo i miei desideri e andiamo.

Mentre ci incamminiamo a passo spedito verso l’orante, assistiamo ad un evento straordinario. Al nostro passaggio, le tenebre si diradano e il silenzio lascia spazio al risveglio della natura: la luce dei primi raggi del sole richiama alla vita ogni cosa. Le felci e i fiori si schiudono, ricomincia il ronzio delle api e gli uccelli riprendono a cinguettare, sbucano da chissà dove anche tante farfalle colorate e la brina trasforma ogni cosa in preziosi riflessi di cristallo.

Saliamo fino in cima alla pietra “che prega” per offrire al sole i nostri desideri. Certe e impavide che la nostra buona stella ci avrebbe ascoltate. Giunte a destinazione, ci fermiamo. Restiamo in silenzio, assorte nelle nostre con-siderazioni, rispettose ciascuna dello spazio dell’altra e il silenzio diventa luce che ci inonda e trasforma. Mi sento nutrita da tante buone energie: adesso ritrovo la forza per continuare. Ricomincia il cammino.

La discesa è leggera e festosa, più del sonno avvertiamo la fame. Con Francesca e Daniela decidiamo di fermarci al bar per fare colazione. Ci saremmo riposate dopo, in fondo la seconda parte del laboratorio avrebbe avuto inizio alle 9.00 e noi avevamo più di due ore di tempo a disposizione. Quanta pace! Ne avevo un gran bisogno.

Ore 9.00 – Ritorniamo rigenerate al bosco di Malabotta e allestiamo il setting per l’attività di oggi. Così, mentre noi ci adoperiamo per creare la base su cui lavorare, un grande foglio quadrato per terra, Ilaria ritaglia un disco di carta bianca per ciascuno. L’assetto del gruppo è nuovamente circolare: siamo un cerchio attorno a un quadrato. A questo punto dobbiamo verbalizzare che cosa il bianco rappresenti per noi e sistemare i dischi dove vogliamo all’interno del grande foglio .

“Luce e materia. Non solo superficie di un foglio, ma anche materia da plasmare, senza horror vacui[9]”.

Nel mio caso, lo spazio vuoto, anziché atterrire, lascia spazio alla progettazione e apre a infinite possibilità. Quel disco bianco diventa un’ulteriore opportunità. Serve solo tempo, per fermarsi un attimo a riflettere prima di ripartire: trarre le opportune con-siderazioni e poi dirigersi verso un nuovo de-siderio.

 Le stelle c’entrano e centrano sempre.

Segue attività di meditazione. Ci rilassiamo immaginando i colori ad occhi chiusi e, attraverso la voce calma e rassicurante di Ilaria, partiamo alla volta di un viaggio che ci condurrà fin dentro l’iride. Li vedo tutti, i colori: sono brillanti e luminosi. L’arancio mi inonda, mi avvolge, quasi mi acceca: è abbacinante e mi fa stare bene. Sorrido. Con il lilla ho difficoltà. Non riesco a metterlo a fuoco. Fa vanti e indietro tra le saturazioni di celeste e rosa. È uno zoom che non riesce a stare fermo, non vuole saperne di stabilizzarsi. È un mio problema e sarà quello che dirò al gruppo quando Ilaria ci chiederà di comunicare quale colore ci è rimasto più impresso e con quale, invece, abbiamo avuto difficoltà.

Bene, partiremo da questo! Ciascuno dovrà scegliere il colore con cui lavorare per trasformare il disco bianco in un mandala monocromatico. La mia scelta ricade sul lilla e sulle sue sfumature. Cercherò di affrontare e risolvere il problema, per metterlo a fuoco mi dovranno bastare venti minuti. Oltre non si può.

Ultimati i nostri mandala, li attacchiamo tutti sul grande quadrato bianco per formare un’unica figura circolare al centro del foglio. Ciascuno poi, esternamente al cerchio e come a creare dei raggi, dovrà scrivere una parola utilizzando lo stesso strumento con cui ha colorato il mandala. Si inizia dal proprio lavoro e si arriva fino alla fine del supporto per creare degli spazi di espressione/relazione.

La parola che scelgo è “Arcobaleno”, risuonano in me ancora tutti i colori dell’iride e il ricordo del viaggio che ci ha fatto fare Ilaria è ancora vivido. Fatto questo, Ilaria ci chiede di tornare al bosco per raccogliere in silenzio qualcosa di significativo per noi, per la nostra esperienza e quindi offrirla al gruppo. Raccolgo due foglie di felce, qualcuna di avena e fragola, muschio, tre margherite, un piccolo fiore lilla (forse un geranio selvatico) e li compongo in un gentile ikebana, kado[10]: la mia “strada di fiori” in equilibrio tra cielo e terra.

Ilaria ci chiede di poggiare quanto raccolto sul foglio, nella porzione di spazio che si è venuto a creare tra la nostra parola e quella che ci troviamo alla nostra sinistra. Osservo meglio: alla mia sinistra il “dispotico Paolo” ha scritto in giallo la parola “Successioni” mentre alla mia destra Alessia in arancio segna “Multiverso”. Il mio arcobaleno parte da destra e arriva a sinistra. Non potrebbe fare altrimenti.

Arriva un’altra consegna: dobbiamo comporre un mandala utilizzando quanto raccolto da ciascuno di noi nel bosco. Lavoreremo nella parte interna del cerchio realizzato coi nostri mandala. È un momento di grande empatia, ognuno consegna qualcosa e interagisce col resto del gruppo. C’è chi dispone ordinatamente le foglie di felce, chi crea piccole colline con piantine di fragole mature e chi innalza altari. C’è un po’ di noi in ogni singola foglia, in ogni fiore, in tutti gli elementi. La fase fusionale del gruppo diventa il centro e il fulcro di questa magica esperienza.

Tocca ai colori adesso. È arrivato il momento di lasciare parlare la parte destra del nostro cervello, cosa ci viene in mente mettendo insieme la nostra parola con quella che ci troviamo a sinistra? Il mio arcobaleno però vuole rendere onore alla sua sinistra ma anche alla sua destra, si muove in multiverso, rimbalza agli urti della vita in una successione di eventi. Questo rimbalzare determina il ritmo che ne muove il cammino. Non ne potrebbe fare a meno. L’iride si spande nello spazio assegnato: si fonde con il giallo delle successioni di Paolo e con l’arancio del multiverso di Alessia. C’è bisogno di slancio per ripartire, di guardare dall’inizio per ritrovare la strada. Riparte il cammino.

È il momento di verbalizzare al gruppo quello che abbiamo fatto, descrivere il processo per dare significato alle azioni. È il momento di leggerci e capirci, per poi dire solo quello che riteniamo opportuno far saper agli altri. Ci sono spazi che non vanno invasi, emozioni che non devono essere violate, silenzi e lacrime che devono essere rispettate. È il momento di ringraziare, di affidare alle stelle i nostri desideri, di dire addio e lasciare andare. È intimo, gruppale e fusionale allo stesso tempo. È empatico. È l’abbraccio del gruppo, divenuto un unico organismo pulsante al ritmo scandito dall’ossofono di Mayabelle e dalla straordinaria professionalità di Ilaria. Marianna è stupefacente. Si è messa in gioco insieme ai suoi allievi, ha lavorato con noi e ci ha mostrato la sua anima più intima, senza corazze, senza barriere, nuda e fragile e lì l’abbiamo vista risplendere in tutta la sua forza.

Infine, l’ultimo atto, la degna chiusura di un laboratorio tanto arricchente. Ci disponiamo in piedi davanti ai nostri mandala e Ilaria distribuisce a ciascuno un po’ di terra presa dal bosco. È il momento di ringraziare e salutare. Lanciamo la terra al centro del nostro mandala, persino Mayabelle lascia il suo ossofono per dirigerci nel canto, mentre ci teniamo per mano e intoniamo la sua melodia “Tu che muovi i fili di lassù, vento canta, vento danza, vento, oh vento” che man mano si fa più fievole, fino a lasciare spazio al silenzio.

Quella notte, da una Stella amica, nascerà Gaia. 
È solo l’inizio. È il momento di ripartire e i desideri si avvereranno anche questa volta.

Antonella Maria Piazza

Artedo Sicilia

 

[1] Alessandro e Francesca stanno insieme da sempre e da qualche tempo, hanno la fortuna di insegnare nella stessa scuola. Vivono a Catania e, alla fine del Collegio docenti, sarei dovuta andare con loro. A Catania, infatti, avevo prenotato un B&B e da lì, io e Valentina saremmo partite alla volta di Montalbano Elicona per partecipare al laboratorio di Ilaria Caracciolo.

[2] Gaetano è collaboratore e Vicario del nostro Dirigente Scolastico, nonché amico fraterno e gran brava persona.

[3] Il bosco di Malabotta  (Riserva Naturale Orientata) e i megaliti dell’Altopiano dell’Argimusco sono gli spazi individuati da Marianna Sidoti, Direttore Artedo-Sicilia e Ilaria Caracciolo, docente che terrà il laboratorio sul mandala intuitivo.

[4] Il ritmo ciclico che accompagna da sempre tutta la mia vita è ripartito. Questa la colonna sonora della mia vita: https://www.youtube.com/watch?v=lVPLIuBy9CY

[5] La radice “sidera” è il plurale del sostantivo latino “sidus”, che vuol dire stella. Sidera, quindi, si traduce in stelle.

Il prefisso de, ha valore privativo ed indica appunto l’assenza, la mancanza. Desiderare, quindi, vuol dire letteralmente: senza stelle, sentire la mancanza delle stelle. Tale mancanza si traduce in un anelito di ricerca costante verso una “buona stella” che possa fare luce lungo il cammino.

Il prefisso cum (trad. dal latino, con) indica lo stare insieme, l’accompagnarsi. Considerare, al contrario, vuol dire: stare con le stelle, affidarsi alle stelle e quindi apprenderne la lezione. Riflettere e valutare prima di imboccare una strada.

[6] Fin dai tempi più remoti, il nostro sguardo, infatti, è stato costantemente rivolto al cielo. Religione e stelle, hanno sempre avuto uno stretto legame: dai Caldei, ai Greci, dai Romani ai Celti. In passato si osservavano le stelle per determinare il destino di ogni uomo e prevedere gli eventi, tant’è che ancora oggi si è soliti dire, ad esempio che una persona è nata sotto una buona o una cattiva stella. Perfino i Magi seguirono una stella, che si posò sulla grotta dove era posto il Messia e fu sempre una cometa ad annunciare la morte di Maometto.

[7] Valentina e il biancospino: un incontrano casuale, un intreccio magico. Lo ritroveremo spesso durante questo laboratorio e anche per lei, arriverà la risposta alle sue domande. Solo lei può sapere cosa racchiude il suo mandala e solo lei saprà leggere le risposte inviatele dalle stelle. Ma questa è un’altra storia: la sua storia.

[8] Il riferimento è all’uso mesopotamico (Sumeri, Assiri, Babilonesi) di realizzare delle statuette in alabastro da collocare all’interno del tempio in atteggiamento di perenne preghiera e contemplazione del divino. Per questo gli occhi venivano rappresenti molto grandi, con le pupille dilatate.

[9] Horror vacui, letteralmente dal latino “Paura del vuoto”. In arte il vuoto è rappresentato dal bianco, dalla materia intonsa. A causa di questo timore, gli artisti tendono a riempire la superficie con particolari e dettagli minuti e precisi.

[10] Ikebana, letteralmente si traduce in “fiori recisi”. È l’arte di disporre i fiori per cercarne un equilibrio non solo meramente estetico, ma anche e soprattutto indica l’armonia tra Uomo, cielo e terra.

Kado, si traduce letteralmente in “strada di fiori”, indica il cammino che conduce all’equilibrio e alla comunione tra cielo e terra, cammino di elevazione spirituale secondo la concezione zen.

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Antonella Maria Piazza

Autore: Antonella Maria Piazza

“L’opera umana più bella è di essere utile al prossimo”. Sofocle

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