Giochi Senza Barriere di Ribera

GIOCHI SENZA BARRIERE DI RIBERA. 
IL PROCESSO E' GIA' IL RISULTATO.

 Premessa

Iniziato con repentine inversioni di rotta, rinunce, strappi e nuove sfide, il 2014 si conclude in maniera sfavillante, con vuoti che si riempiono e più forza.

È l’anno in cui, entrata di ruolo nella mia provincia, lo concludo e riparto da un’altra città e in un’altra provincia, lontana da casa quasi 200 km. Si rivoluziona ancora una volta la mia vita e mi ritrovo a dover lasciare andare cose, persone, attività, pezzi di cuore. Eppure dovrei esserci abituata. Riparto da me, ancora una volta sola in un luogo che non conosco, spostata a forza per strani giochi di potere o scherzi del destino.

Prendo tempo. Mi fermo. Raccolgo da terra ciò che serve, mi rialzo, mi scuoto di dosso la polvere  e ricomincio il cammino, con coraggio e fiducia.

Arriva la primavera e Valentina[1] mi racconta di essere stata raggiunta da Gaspare Noto, l’allora Presidente in carica del Rotary club di Ribera. Il Presidente, conoscendo bene le iniziative che Valentina porta avanti nel sociale, le chiede di pensare a qualcosa da proporre al Club per i diversamente abili.

Da sempre appassionata dei Giochi senza frontiere Valentina prende spunto da questo torneo di giochi, li propone al Rotary club di Ribera e nascono così i “Giochi senza Barriere”.

Il fine è innescare processi di inclusione sociale e per raggiungerlo occorrerà coinvolgere anche le associazioni del terzo settore che operano nel territorio. Oggi sono cinque le realtà che rispondono positivamente all’appello di Valentina (“Antares” Comunità alloggio per minori, Associazione “Il sogno di Giusy” Onlus, Associazione “Insieme  si può” di Ribera, Unitalsi-Sottosezione di Agrigento-Gruppo di Ribera, Associazione Vincenzo e Teresa Reale  Onlus), oltre a tanti volontari e benefattori.

Ci accomuna il desiderio di volere fare qualcosa di utile nella vita,
sfruttare i doni che abbiamo ricevuto per aiutare l’altro.

 Stranamente nei momenti in cui sentivo più forte il bisogno di essere consolata, arrivava sempre qualcuno da ascoltare e a cui asciugare le lacrime. E così anche a Palagonia.

Catapultata in una realtà che non conoscevo, triste e senza nessun punto di rifermento se non me stessa, iniziai a guardarmi intorno. Alzando lo sguardo incontrai quello dei miei alunni, i miei adorati ragazzi: la mia salvezza! Sono stati il mio specchio, lo schiaffo in pieno viso che mi ha permesso di reagire. Erano lì, in attesa di essere visti e di essere ascoltati. Mi si aprì spontaneo un sorriso sul volto e da lì deve essere uscito qualche pezzo di cuore, perché da quel momento la loro gioia ha raccolto e ri-messo insieme tutti i cocci: ho ri-trovato la mia forza. Ho visto e ascoltato, percependo con tutti i sensi ogni piccola sfumatura e mi sono ri-promessa che ci sarei stata per loro, come loro c’erano stati per me. Alle risate, a volte si mischiano i rimproveri, le lacrime, episodi sgradevoli di emarginazione, rabbia, sconforto e tanto altro ancora.

I ragazzi, se vogliono, sanno essere spietati.

Ho iniziato a restare a scuola anche di pomeriggio, pranzando spesso con loro e attivando svariati laboratori. Ho imparato, osservandoli, a decodificare gesti, atteggiamenti, sguardi e produzioni plastico-pittoriche. Ho imparato allora che all’interno di un intervento di inclusione sociale, il laboratorio artistico è un mezzo potente ed efficace e che non conta il risultato (ossia il valore estetico della produzione in sé), quanto piuttosto il processo attuato per raggiungerlo.

L’arte aiuta a raccontarsi senza usare necessariamente le parole, ma attraverso la realizzazione di elaborati grafici, pittorici, plastici permette di buttare fuori quello che non si vuol tenere dentro e di osservarlo da un’altra prospettiva. Consente di modificarlo, trasformandolo in qualcos’altro  attraverso il gruppo. L’approccio laboratoriale inoltre, contribuisce a creare legami di fiducia e relazioni empatiche, ci si sente protetti, accolti, sostenuti, accettati. E così si cresce insieme.

Questa è l’efficacia di un laboratorio d’arte plastico-pittorica, ma si può fare di più e meglio, e lo intuivo. Avevo solo bisogno di trovare la scuola più adatta ai miei bisogni formativi. Quello che stavo facendo, il meccanismo che si era innescato, poteva portare a ulteriori cambiamenti positivi, atti a perdurare in me e nei miei alunni. Inizia la ricerca, durata quasi tre anni, finché grazie a Mariella[2] scopro Artedo. Leggo e rileggo il sito, il piano di studi, gli articoli che trovo sul web e finalmente decido di contattare la Direttrice della sede di Palermo, la Dott.ssa Marianna Sidoti. Sono entusiasta: sembrava proprio quello che stavo cercando! Dal 1° ottobre 2017 sono ufficialmente iscritta al corso quadriennale di Arte Terapia presso la sede Artedo di Palermo.

Adesso, se guardo indietro, vedo solo le opportunità che mi sono state offerte per trasformare in meglio la mia vita.

  

Un fiore per affacciarsi al sole

deve prima lasciare andare

il seme da cui proviene.

 

 

Adesso, che sono trascorsi cinque anni da quel 2014, siamo alla quinta edizione dei Giochi Senza Barriere di Ribera. L’idea di Valentina ha preso forma, consistenza e sostanza. Si è trasformata in un evento gioioso in cui l’inclusione, all’interno di un ambiente accogliente e non giudicante, è un processo che parte molto prima della manifestazione in sé.

Aspettando i Giochi Senza Barriere. I laboratori prendono vita.

Tornata a casa ai primi di luglio, devo iniziare a subito a far girare le rotelline della parte destra del mio cervello: cosa avremmo fatto quest’anno per i laboratori dei Giochi Senza Barriere di Ribera?

Valentina  viene casualmente “fulminata sulla via di Damasco” dall’ascolto del brano “He Lele No Lilo”, realizzato per il film animato della Disney “Lilo e Stitch”. In realtà lei non aveva mai visto il film e quindi non poteva sapere che il protagonista della storia era un alieno proveniente da un universo lontano, accolto da una piccola hawaiana nella propria famiglia.

 Ohana vuol dire famiglia.
Famiglia vuol dire che nessuno è abbandonato o dimenticato.

Ohana diventa il leitmotiv che unisce tutte le attività propedeutiche all’evento. A cominciare dal promo, realizzato mixando fantasia e realtà, extraterresti “rotti” in cerca di un approdo sicuro e immagini statiche e dinamiche dei precedenti Giochi Senza Barriere di Ribera.

Prendono vita i laboratori.  Il primo a partire è quello di danza-movimento condotto da Rita, che riesce a coinvolgere tutti, carrozzine comprese. La coreografia è semplice ma articolata. Il gruppo è composto da più di venti persone e Rita impiega un po’ di tempo per coordinarci tutti. All’inizio siamo un’allegra brigata, assai variegata e indisciplinata, una compagine disarticolata e scomposta. Chi va a destra, chi a sinistra, chi riceve calci, chi si ritrova sulle carrozzine e chi, non ricordando la coreografia improvvisa un valzer. Poi pian piano, con pazienza  e rimodulazioni continue, la nostra coreografa riesce a trasformare l’anarchia in armonia e tutto segue il ritmo naturale. Chi può, prova a piedi nudi. Decidiamo di vestirci da hawaiani per l’esibizione sul palco ed per accogliere degnamente, con il nostro saluto-Ohana, tutti gli alieni che arriveranno. Inutile dire che già alle prove generali era un tripudio di collane e bracciali in fiore.

Da questa esperienza, analizzata alla luce dei risultati ottenuti, si può trarre una valutazione più che positiva. Il laboratorio di danza-movimento condotto da Rita offre spunti di riflessione, se osservata a diversi livelli. Da una parte la competenza e l’abilità del conduttore, doti indiscusse di Rita, che si uniscono alla sensibilità e all’esperienza pluriennale di un lavoro di volontariato. Sa quello che fa. Ha costruito un corpo di ballo che adesso non è più un mostro a 20 teste, ma un Soggetto collettivo che si muove nel rispetto del proprio e dell’altrui spazio secondo indicazioni chiare, semplici, precise, univoche. L’ho osservata tanto, Rita e da lei ho imparato ad avere pazienza, ad essere più indulgente con i miei limiti.

 Ci sono punti di non ritorno, cose che non si possono più fare.
Pazienza. Si farà altro.

Accettarsi senza temere di non poter essere all’altezza, senza paura di fallire e provarci lo stesso, abbracciare tutti con la luce del suo sorriso. Questa è Rita, una gran bella persona, un dono inaspettato lungo il cammino verso Ohana.

Il secondo laboratorio è quello artistico, che portiamo avanti da cinque anni con crescente entusiasmo e coinvolgimento. Quest’anno per la prima volta e grazie ad Enza[3], presidente dell’“Associazione Vincenzo e Teresa Reale Onlus” abbiamo avuto a disposizione, oltre ai locali, anche l’acqua corrente.

Non avevo idea delle attività da svolgere in laboratorio. Avevamo già dipinto su carta, anche di grandi dimensioni, illustrato testi di canzoni, dipinto sassi e realizzato piccoli quadri, decorato vasetti in terracotta e seminato diversi tipi di piante. Che altro fare? Ripensavo al tema dell’alieno. In fondo tutto ciò che appare diverso da noi è visto come un “extraterrestre”, spaventa e incuriosisce allo stesso tempo. Lo sapevo bene quando ho realizzato il promo[4] e gli acquerelli che ne introducevano il tema.

I laboratori come spazi di inclusione sociale, 
per la crescita personale e il ben-essere.

 Al laboratorio artistico avrebbero partecipato i ragazzi più fortunati dell’Interact[5] di Ribera e i ragazzi presenti nelle case di accoglienza per minori non accompagnati, richiedenti asilo. Due realtà diversissime, se non proprio agli antipodi, ma entrambe appartenenti ad una fascia d’età compresa tra i 12 e i 18 anni con tutte le naturali problematiche che ne conseguono. A loro si sarebbero ulteriormente uniti: bambini, volontari e disabili.

L’obiettivo prioritario deve essere l’inclusione (Tab.1). Non basta integrare, non è sufficiente inserire un gruppo “di diversi” all’interno di un altro gruppo già consolidato. Occorre “includere”, nel senso originario del termine. Includere, infatti, deriva dal latino in (dentro) e claudere (chiudere) e si può intendere come “contenere in sé”.

 
Tab.1 – Schema esemplificativo della differenza tra esclusione, segregazione, integrazione e inclusione.

Il compito che spetta al conduttore è arduo. Bisogna creare un unico grande spazio, in cui si fondano realtà diverse. Un gruppo consolidato, come può considerarsi quello dei ragazzi dell’Interact, dovrà aprirsi, per incontrare e accogliere un nuovo gruppo, fatto da persone con diverse abilità e problematiche. Occorre stabilire legami, attraverso attività che possano interessare tutti i partecipanti e creare occasioni di aggregazione spontanea, ma controllata da una supervisione attenta e costante.  Alcuni gesti naturali, come lo sporcarsi di colore o schizzarsi con l’acqua per gioco, potrebbero provocare in alcuni soggetti, reazioni impulsive e incontrollate. Il conduttore deve essere in grado di intervenire tempestivamente per evitare ogni risposta di acting out.

Le attività da proporre devono essere accattivanti, coinvolgenti, divertenti e risultare una nuova scoperta, interessante per tutti i partecipanti. Ne parlo con Francesco, un portento, un vulcano di energia positiva e creatività. Si spende per i disabili come pochi e da quando lo conosco ho imparato ad apprezzarne generosità e competenza. Riesce a coinvolgere chiunque con la sua spontanea allegria: un vero ciclone. È lui l’animatore dei Giochi Senza Barriere di Ribera, poliedrico e fantasioso. Ci confrontiamo e Francesco mi suggerisce di usare un materiale diverso: il polistirolo. Una nuova sfida. Niente dipinti su carta, nessun piccolo quadro o vasetto, ma una scenografia tridimensionale da disporre in mezzo al percorso dei Giochi.

Iniziamo insieme la progettazione. Ovviamente chiedere ai partecipanti di disegnare e tagliare il polistirolo non era possibile. Avrebbero dipinto le sagome e le varie parti della scenografia. Lo spazio c’era, il materiale pure, i nuovi giochi li avevamo e anche l’acqua: si poteva partire.

Osservare, intervenire per innescare dinamiche positive e costruttive, suggerire senza imporre soluzioni o risposte, offrire momenti di gioco e divertimento, sono state azioni svolte con l’intento di mettere a proprio agio tutti i partecipanti (volontari e operatori compresi). Avere predisposto un setting adeguato alle azioni intraprese, significa avere agevolato opportunità di incontro, scambio reciproco, conoscenza, confronto e creato significative relazioni di fiducia.

Ci si conosce meglio attraverso il “fare insieme” e
il colore racconta meglio di qualsiasi fine oratore.

 Scegliere di dipingere un pesce grigio e farlo per tre, quattro, cinque volte ha un significato preciso. Lasciare che gli altri intervengano sul tuo lavoro per renderlo più colorato, permettere loro di modificarlo, trasformandolo in qualcosa di diverso, che non appartiene più solo a te ma diventa di tutto il gruppo, assume un altro significato e diventa una conquista.

 

 

 

Occorreva anche controllare che le pistole ad acqua acquistate per la nuova edizione dei Giochi Senza Barriere di Ribera funzionassero, così durante l’ultimo incontro propongo ai ragazzi di provarne la funzionalità e di verificare che il colore da usare durante l’evento venisse via facilmente con l’acqua.

In quel preciso momento si è generata un’enorme onda energetica, fatta di tante risate e voglia di giocare. Dentro o fuori dal laboratorio aveva poca importanza. Stavamo interagendo allegramente, conquistando nuovi spazi, tutti insieme senza differenze: avevamo abbattuto le barriere.

Il laboratorio artistico si è rivelato un valido ed efficace strumento nel processo di inclusione. Osservare il gruppo coeso giocare in maniera libera e spensierata ha permesso che, anche l’evento conclusivo, divenisse un grande successo. I giochi che avevamo provato funzionavano, le coreografie, il corpo di ballo e le collane di fiori c’erano e anche le scenografie,nonostante tutto, erano rimaste integre.

29 luglio 2018 – Parte la V edizione dei Giochi Senza Barriere di Ribera

Carichiamo il furgone. Enza si mette alla guida di un mezzo stracarico di pianeti colorati, teli di stoffa variopinta, extraterresti, navicelle spaziali, strutture da assemblare, tempere, pennelli, polveri colorate, 500 bottigliette d’acqua, tantissimi giochi e non so quante altre cose sicuramente utili. Montiamo gli stand. Riempiamo d’acqua piscina e palloncini. Indossiamo magliette e cappellini. Arrivano anche i viveri, ma soprattutto arrivano loro: i nostri cinque extraterrestri con i loro cinque pianeti, sulle loro navicelle speciali, portandosi dietro, sotto la loro scia colorata, fiumi di persone.

Partono da un universo lontano, ciascuno dal suo pianeta per iniziare un nuovo viaggio,una straordinaria avventura. 
Ancora una volta: Giochi Senza Barriere di Ribera.

Ad accoglierli il nostro strepitoso corpo di ballo in tutto il suo magnifico splendore. C’eravamo tutti ed eravamo insieme, una cosa sola. E non ha avuto importanza ricordare i passi o meno, siamo stati un soggetto collettivo, un extraterrestre con tante braccia. Rita ci ha insegnato a mostrarci per quello che siamo e a fare quello che possiamo con orgoglio. Abbiamo imparato ad affrontare il pubblico e il palcoscenico, sostenendoci l’un l’altro, forti del legame che ci ha uniti.

 Ohana! Benvenuti nella nostra famiglia, 
qui nessuno viene abbandonato o dimenticato. 
Coraggio, andiamo. Iniziano i giochi e il colore ci aspetta!

Ci si sposta lungo il percorso stabilito per i giochi. Le squadre si sfidano a coppie in base al colore della maglia, che ne definisce il gruppo di appartenenza. Contemporaneamente si apre l’”Officina della Gioia”, un laboratorio artistico-espressivo che negli anni ha assunto le caratteristiche di una performance collettiva. Una vera e propria esplosione di colore che trae ispirazione dall’”Holi color festival[6]” in India, ossia il “Festival dei colori”. Ci si imbratta tutti, con  tempere o polveri colorate non fa differenza. Adulti, bambini, disabili, alieni, professionisti, casalinghe, studenti, passanti: non c’è nessuna differenza, siamo tutti coloratissimi, felici e bagnati. L’affiatamento del gruppo, il suo consolidamento e le relazioni costruite durante le attività propedeutiche all’evento si palesano in maniera evidente e coinvolgono il resto degli intervenuti in un gioco divertente e spensierato.

 

 

 

Quest’anno accanto a me ho avuto la fortuna di trovare Chiara, un altro splendido e inaspettato dono. Ammiro la sua forza e il suo coraggio, infaticabile e generosa, è stata una risorsa preziosa.

Durante i giochi accadono anche cose meravigliose, che non ti aspetti. C’è persino chi affronta e supera le sue paure, almeno per un momento, almeno per questo pomeriggio, grazie a questa straordinaria atmosfera. Il gioco unisce e il colore uniforma, non serve sapere chi ha vinto o chi ha perso, ognuno avrà la sua medaglia! Per me, però esiste un unico, vero, grande vincitore dei Giochi Senza Barriere ed è Matias. Adesso è lui il mio supereroe preferito, un bambino così straordinario che mio nipote Federico spesso gli dedica i suoi disegni: “A me piace il tuo pianeta blu. È bello!” Arrivato col timore di bagnarsi e di sporcarsi, grazie ai suoi eccezionali genitori e a Francesco (animatore dalla straordinaria sensibilità), Matias prima partecipa al percorso dei giochi bagnandosi come un pulcino e poi arriva da me per continuare il suo cammino da vincitore. Felice e soddisfatto. Ha concluso anche lui il suo viaggio, abbattendo le barriere e giocando insieme agli altri. Siamo proprio un gran bella squadra!

Alla fine ci siamo trasformati in un unico grande gruppo, una mega- bolla di energia positiva attorno cui si muove un universo a sé stante. È la festa di tutti i pianeti, di tutti gli alieni e di chi alieno non si sente, e insieme ne combinano di tutti i colori.

Il fine è l’inclusione, lo stare bene insieme. Il gruppo formatosi durante i precedenti laboratori ha compiuto la magia. Proprio adesso, nel qui ed ora di questa grande officina d’arte, ci si diverte e si gioca senza barriere! Abbiamo insegnato e dimostrato che attraverso il gruppo si possono attivare efficaci processi di crescita personale e ben-essere.

Adesso aspettiamo il prossimo anno, certi che sicuramente giungeranno altri splendidi doni.

Le farfalle non riescono a vedere le proprie ali. 

Non riescono a vedere quanto davvero sono belle. 

Anche le persone sono così”.

Naya Rivera
Antonella Maria Piazza
Arte terapeuta in formazione
Artedo - Palermo

 

NOTE

[1] Valentina Lupo è una mia carissima amica. Meticolosa e precisa nel suo lavoro, quanto più generosa e attiva nel sociale. È stata mia docente al Master in Economia del Turismo, organizzato dall’Università degli Studi di Palermo, dove in quel periodo insegnava. Alla fine del master, l’Università ci ha inserite in un gruppo di lavoro che prevedeva l’individuazione di due Distretti Turistici nella provincia di Agrigento. Da lì imparammo a conoscerci e nacque un’amicizia forte, sincera e leale. Mi coinvolse anche in un’attività la cui mission era lo sviluppo del territorio attraverso strategie di cooperazione attiva tra i vari stakeholders. Insegnavo anche allora e per conciliare i nostri vari impegni, decidemmo di economizzare il tempo e prendere un appartamento in comune: avremmo avuto casa e studio insieme. Adesso, Valentina è un’Agente territoriale (per la Sicilia)  dell’Ente Nazionale per il Microcredito. Ha fatto e continua a fare cose grandi, sebbene le nostre scelte lavorative siano state diverse e ci abbiano allontanante fisicamente, la nostra amicizia continua a crescere. Da quando ci siamo conosciute, c’è sempre stata per me (come farebbe una sorella-gemella) nei momenti bui e negli angoli vuoti. Continuiamo a condividere casa e l’interesse per il sociale. Ci sono legami che sono come elastici: più ci si allontana e più forte è l’abbraccio quando ci si ritrova.

[2] Maria Stella Sudano è la straordinaria donna, che gli amici chiamano Mariella. Penso che la nostra amicizia si possa definire un’affinità elettiva. Le nostre chiacchierate potrebbero protrarsi per giornate intere e toccano argomenti diversi. Passiamo infatti da un argomento all’altro rapidamente, con facilità ed entusiasmo, come rane e grilli d’estate. Mi dà modo di leggere i suoi grafemi astratti, inchiostri sottili, eleganti e raffinati. Ha messo a nudo la sua anima di fronte a me e anche io ho fatto lo stesso: ci siamo lette e capite. Nasce così “In nome della verità”, un poemetto che è anche un racconto illustrato in cui ad un certo punto una stella incontra un fiore e tutto finalmente assume forma, consistenza e significato. E già: niente nella vita capita mai per caso.

[3] Enza Genova, a guardarla sembra una donna fragile e fin troppo bonaria. Si è rivelata, invece, padrona di un naturale coraggio e dotata di una forza interiore fuori misura. Vive quotidianamente la grave disabilità della figlia e della madre, ma la cosa che stupisce è sentirle dire “A me non pesa, davvero. È naturale; perché non lo è?”. Mi commuove la delicatezza della sua anima e la profondità dei suoi pensieri, leggeri e semplici come farfalle e per questo bellissimi. Enza, in qualità di Presidente dell’”Associazione Vincenzo e Teresa Reale Onlus” ci ha aperto le porte della struttura dove i volontari svolgono le attività previste. Inoltre, come ogni anno, è lei che in prima persona (oltre agli amabili operatori volontari) si occupa del trasporto dei disabili in carrozzina fino al lungomare di Ribera, in località Seccagrande dove hanno luogo i Giochi Senza Barriere.

[4] Il promo può essere visibile sulla pagina Facebook dei Giochi Senza Barriere di Ribera o direttamente al link qui riportato :  https://drive.google.com/open?id=172OXpQR4O2jSAeGRqg7cEJqGlm8Cjprm

[5]L’Interact è un’associazione di club di servizio istituita dal Rotary International per giovani di età compresa tra i 12 e i 18 anni.

[6] Il termine “Holi”, vuol dire “brucia”, infatti i festeggiamenti che segnano la vittoria del bene sul male iniziano con un grande falò. Il rituale si rifà ad antiche leggende legate alla religione del luogo, che vuole la divinità malvagia Holika, ridotta in cenere dal fuoco purificatore. I festival del colore si lega anche ad un’altra leggenda, quella che celebra l’amore tra Krishna (che aveva la pelle blu) e Radhna. Temendo di essere rifiutato per il colore della sua pelle, Krishna dipinse la faccia della sua amata con polveri colorate e da quel momento divennero una coppia. Da qui l’usanza di dipingere la faccia dell’amato o dell’amata per dichiararne l’amore.

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Antonella Maria Piazza

Autore: Antonella Maria Piazza

“L’opera umana più bella è di essere utile al prossimo”. Sofocle

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