Arte: comunicazione, espressione, cura in contesto scolastico

ARTE: COMUNICAZIONE, ESPRESSIONE, CURA 
IN CONTESTO SCOLASTICO

Che cos’è l’Arte?

È la prima cosa che chiedo ai miei alunni quando entro in classe, un po’ per collocare le attività da proporre all’inizio del triennio all’interno di una cornice ben definita e un po’ per evitare la frustrazione che naturalmente potrebbe scaturire pensando di dover imitare/riprodurre, quanto più fedelmente possibile, la realtà oggettiva intorno a noi o peggio ancora, pensando di doversi misurare con le opere dei grandi maestri del passato.

Non serve a questo l’arte o almeno non è questo il suo unico scopo. Riprodurre fedelmente ciò che si vede, anelando alla perfezione nell’imitazione, genera un senso di incapacità nei ragazzi. Non siamo macchine fotografiche, né fotocopiatrici. La tecnologia permette di arrivare là, dove i grandi del passato non avrebbero immaginato. Cambia la funzione dell’arte nella storia. Cambiano le tecniche, gli strumenti, i supporti e i materiali, ma cambia anche il gusto, che nel tempo si modifica, dilatando e amplificando le opportunità espressive. Creare significa produrre, realizzare, dare forma e significato ad un’idea astratta, un sentimento o uno stato d’animo, attraverso un processo di trasformazione della materia.

Sin dall’antichità, infatti, l’uomo ha avvertito la necessità di esprimersi per comunicare agli altri parti di sé o del proprio vissuto. È un bisogno primordiale e innato. “È attraverso lo scarabocchio del suo primo anno di vita che il bambino traccia simbolicamente la sua individualità[i]”. Tutti i bambini, infatti, sono in grado di produrre scarabocchi ancor prima di imparare a parlare. Il bambino piccolo comprende rapidamente, ad esempio, la differenza tra tracce sonore e grafiche. Le prime sono effimere ed evanescenti, esaurendosi al finire dell’azione che le ha prodotte. Le seconde, invece, sono evidenti e rimangono a lungo fuori dalla persona che le ha prodotte, testimoniandone la presenza.

A che serve allora l’esercizio di osservazione/riproduzione di un soggetto, sia che si tratti di un disegno dal vero o di copiare un’opera d’arte del passato?

Giotto, Compianto sul Cristo morto, affresco, 200×185 cm, 1303-1305.


Caravaggio, Le sette opere di misericordia, olio su tela, 360×290 cm, 1606-1607.

Secondo la didattica delle Accademie è un esercizio, utile a comprendere la tecnica, lo stile e la personalità dell’autore. Un po’ come quando le maestre assegnano il copiato o la paginetta da riempire con grafemi vari. Ma come potrebbe un adolescente che vive nel XXI secolo mettersi nei panni di Giotto o di Caravaggio? Non può, perché ogni opera è espressione del suo tempo, è filtrata dallo spirito dell’artista, ne è figlia e specchio. Come potrebbe un nativo digitale concepire la suggestione di una tempera su tavola in cui la prospettiva intuitiva sui cieli blu, fa da sfondo ad un rivoluzionario pianto angelico? Come potrebbe mai competere con la violenza e la forza impetuosa di figure che squarciano il buio attraverso l’uso sapiente della luce?

Confrontarsi con i grandi del passato è un esercizio che può anche risultare dannoso per gli adolescenti che invece sono alla ricerca di un proprio canale espressivo-comunicativo, un linguaggio che ne rappresenti l’identità, come la grafia. Non esiste, infatti, una grafia che sia uguale all’altra, proprio perché ciascuno di noi esprime e comunica la propria individualità attraverso i segni che lo caratterizzano. Ci sono scienze esatte che studiano il carattere delle persone analizzandone appunto la grafia (le perizie grafologiche e calligrafiche vengono richieste sempre più spesso per definire meglio il quadro psicologico della persona), così come pure, ci sono studi che riconoscono all’espressione artistica una validità scientifica (si pensi ai vari test proiettivi usati in psicologia o all’analisi/decodifica dei disegni realizzati dalle vittime di abusi e maltrattamenti).

George Mathieu, I capetingi ovunque, olio su tela, 300×600 cm, 1954.

Attraverso il segno, il disegno, i pittogrammi e la scrittura si possono comunicare molte cose. Si può “dire” senza in realtà dire nulla, senza il bisogno cioè di utilizzare il linguaggio verbale parlato. Occorre imparare ad osservare e a leggere “oltre” l’effimera valenza estetica delle parole scritte o dell’opera.

 Esprimersi e comunicare attraverso l’Arte

Maurizio Cattelan, Bambini impiccati, installazione, 2004.

Che cos’è allora l’Arte? Certo non può limitarsi ad essere considerata come semplice, mnemonica e meccanica riproduzione di una realtà oggettiva, ma deve intendersi come specchio e sintesi tra esterno e interno, tra ciò che accade fuori e la sua risonanza interiore, tra gli eventi coevi e la loro influenza sull’artista. L’arte, dunque, non si limita a riprodurre ciò che vede. L’arte è un potente strumento espressivo, ma l’artista, attraverso le sue produzioni, intende anche comunicare agli altri una propria soggettiva visione del mondo interiore ed esteriore. L’arte si mostra agli occhi, ma non svela a tutti il suo significato. L’arte non è superficie (quella è crosta, guscio) ma profondità, anche quando apparentemente si prende gioco dei fruitori, anche quando si traveste da assurda, illogica, irritante, banale e crudele Megera[ii].

Arte vuol dire comunicare, esprimersi attraverso le immagini” è ciò che rispondo ai miei ragazzi. Risposta semplicistica, ma adeguata al target con cui una docente di “Arte e Immagine” si relaziona.

Insegno da circa dieci anni nelle scuole medie, quelle che oggi vengono definite come scuole secondarie di primo grado. La prima volta che sentii questa definizione, sorrisi. Mi fece pensare ai tre gradi di giudizio dei nostri tribunali e mi si formò nella mente l’immagine di un docente-giudice (a metà tra un dotto cattedratico posto su piedistallo e un goffo azzeccagarbugli, una sorta di valutatore-burocrate invischiato tra griglie/rubriche di valutazione e cassettini dove catalogare BES, DSA, H) che etichetta i ragazzi con un numero, neanche fossero giocatori di una squadra di calcio. È vero che la scuola pubblica ha ampi margini di miglioramento, ma è pur vero che molti docenti si spendono ogni giorno per far sì che l’”Agenzia del sapere” non si comporti secondo le leggi di un economia di mercato che premia le prestazioni e non si cura dei processi (p. educativo, di crescita personale, relazionale e infine didattico, di apprendimento). 

Innescare, stimolare, indurre e promuovere processi di crescita attraverso lo sviluppo del pensiero creativo e dell’intelligenza emotiva: questo deve fare l’arte a scuola, questo può fare l’arte terapia. La curiosità e la meraviglia sono i principali motori che muovono la conoscenza. Come posso pensare di far studiare ai miei alunni, gli artisti del Rinascimento se non riesco a generare la sete di conoscenza, la curiosità? E qui entrano in campo le altre arti: dalla poesia alla narrativa, dalla musica alla danza, al teatro e alla matematica. Bisogna modulare le Indicazioni Nazionali sul curricolo, occorre cercare connessioni tra le varie discipline per raggiungere gli obiettivi previsti e concludere le programmazioni iniziali. E spesso si fa più da una parte e di meno dall’altra, si approfondisce un tema e se ne tralascia un altro. Non si tratta di compromessi, ma di priorità. Al centro sono i ragazzi, i loro desideri, le loro aspettative e così un anno “Leonardo incontra i Manga[iii]”, un altro si fa una sfilata di moda sul palco del paese, un altro si festeggia con un “Toga party”.

Il faraone della I E, classe prima Scuola Secondaria I grado

Far conoscere l’evoluzione dell’arte e dei suoi linguaggi attraverso approfondimenti tematici, libere sperimentazioni di tecniche e materiali, significa offrire al ragazzo un ricco portfolio di possibilità espressive e competenze comunicative. Mettere la persona in condizione di esprimere prima e comunicare poi, le proprie emozioni e stati d’animo, attraverso la tecnica e il materiale a lei più congeniale, significa fornirla di uno strumento espressivo-comunicativo efficace e potente.

Non valuto mai il mero aspetto estetico di un elaborato, mi aspetto che il lavoro prodotto dal ragazzo soddisfi i suoi intenti espressivo-comunicativi. Se ad esempio la consegna del Tema Operativo è “Inventa un  animale fantastico a protezione della tua classe, dagli un nome e assegnali dei superpoteri” (il riferimento in questo caso va all’arte gotica e alla funzione dei gargoyle) la mia attenzione si soffermerà sull’aspetto creativo, piuttosto che su quello meramente tecnico. Di solito questo esercizio genera un clima disteso, divertente, di curiosità. Ci si chiede, ad esempio, dove potrebbe collocarsi il gargoyle per difendere meglio il gruppo classe, che cosa mangia, se sa parlare, se è simpatico, dormiglione. E tutte le volte, mentre li osservo, mi chiedo “Ma cosa dovrei valutare?”. Il ruolo mi impone di valutare il risultato, ma come non tenere conto del processo? Il risultato è temporaneo, tecnicistico e nozionistico (imparare la lezione a memoria o realizzare un bellissimo disegno con la porporina spesso non lascia traccia). Mi sforzo di innescare cambiamenti positivi, generare il desiderio e la sete di conoscenza, creando un clima di fiducia, rispetto e armonia all’interno del contesto classe attraverso l’umorismo e l’affetto.

Esprimersi senza temere di essere giudicati se il disegno è venuto male o è meno bello di quello del compagno è il primo passo per aprirsi con fiducia e creare relazioni con gli altri. Produrre un elaborato unico condiviso, insieme all’intero gruppo-classe, significa costruire un setting fisico e mentale in cui si impara gradualmente a conoscersi, raccontarsi, capirsi e interagire efficacemente.

 Perché l’arte cura?

Attraverso segni, segnali e simboli, che in un crescendo graduale di maggiori complicanze/implicazioni diventano metafore e allegorie, l’uomo ha sempre cercato di comunicare agli altri un proprio messaggio, un’emozione o uno stato d’animo, un’esortazione (come nel caso di alcuni segnali di pericolo o divieto), di raccontare rituali e cerimonie legate al mito, celebrando la grandiosità di condottieri, imperatori e divinità attraverso opere maestose (come le Piramidi o il Colosseo). L’arte ha pure una valenza espressiva, soprattutto se lasciata libera da condizionamenti (politici, religiosi, sociali, committenze) e allora diventa un utile strumento attraverso cui comprendere se stessi e gli altri. La libera attività artistica è paragonabile al sogno: il disegno esprime ciò che razionalmente la parte sinistra del nostro cervello si rifiuta di vedere o non vuol ammettere. L’apparente banalità di un disegno può celare (per chi ne ha gli strumenti di lettura) un universo complesso e meraviglioso, ma anche un disagio, un bisogno, un desiderio.

Paul Klee, Il pesciolino d’oro, tecnica mista, 1925.

L’arte è cura e antidoto. L’arte racconta senza dire. Parla per linee, colori e materiali diversi. L’arte è strazio e consolazione. Può raccontare il dolore, la rabbia, la frustrazione, la delusione e mostrarcelo senza filtri. Consente di buttare fuori le parti buie di noi e di osservarle dall’esterno, da un altro vertice d’osservazione. Attraverso il gruppo, ogni cosa viene rivista, modificata, epurata e trasformata. Si impara a lasciare andare le parti secche e ad accogliere nuovi innesti: l’incontro con l’altro genera cambiamenti.

Da più di 20 anni attivo laboratori artistici, ma l’arte terapia è altro. È un bisogno, una necessità sorta nel tempo. La vicinanza ai ragazzi, ai loro vissuti, problematiche, desideri inespressi ha fatto nascere in me la voglia di migliorare le mie competenze professionali. Non si può restare disarmati di fronte a certi segnali e confidenze, che in alcuni casi sono esplicite richieste di aiuto. L’arte terapia mi sta dando la forma che serve, plasmandomi e rafforzandomi. La crescita personale mi aiuta ad affrontare ogni cosa con maggiore consapevolezza, ma la strada è ancora lunga e faticosa. I risultati però li viviamo quotidianamente in noi, la ricaduta positiva dell’approccio arte terapico si misura concretamente negli obiettivi raggiunti dal gruppo classe e dai professionisti che, mettendosi in discussione, accettano di sperimentare, insieme a me, nuove strategie e metodologie. 

 Ludendo docere (educare giocando).

Disegno dal vero presso Orto Botanico di Ctania, Orto siculo, classi prime Scuola Secondaria I grado

Noi docenti dovremmo imparare da quest’antica locuzione latina. Possiamo dare ai ragazzi la possibilità di rendersi visibili, di farsi vedere dagli altri senza timore, di esprimere e sperimentarsi come persone, di concedersi tempo per elaborare, metabolizzare e lasciare andare le parti buie e dolorose di sé all’interno di un setting protetto e accogliente. Nella maggior parte dei casi il disagio nasce da difficoltà comunicative, analfabetismo emotivo e scarse capacità relazionali. Basterebbe prestare attenzione ai segnali che i ragazzi ci inviano, creare un ambiente sereno e disteso per promuove il ben-essere globale del singolo e del gruppo, al fine di ottenere migliori prestazioni/ performance anche su un piano meramente nozionistico. Una relazione empatica tra docente e gruppo-classe, basata sul rispetto e l’ascolto reciproco, ha infatti ricadute positive anche sulla valutazione dei risultati scolastici (attraverso la misurazione degli obiettivi raggiunti, che devono comunque essere concreti, oggettivi e misurabili secondo quando previsto dalla vigente normativa, cui la scuola deve attenersi).

L’arte diventa cura e si fa terapia quando si progettano interventi mirati, programmando attività modulate/ri-modulate sulle esigenze specifiche delle persone e ne promuove il ben-essere e il ben-divenire attraverso processi di cambiamento e trasformazione. L’innovazione è nell’approccio strategico e metodologico (ad esempio: assenza di giudizio sulla persona, accoglienza “nonostante tutto”, ascolto attivo, libertà espressiva).

La chiave di tutto, però è sempre una, la stessa per ogni contesto applicativo delle arti terapie: la disponibilità del conduttore a vedere, accogliere, osservare e sentire con tutti i sensi ciò che l’altro vuol dire, ma non sa come fare perché non ha strumenti. Ciò si traduce, per l’arte terapeuta in un’azione programmatica volta, non solo ad innescare processi di cambiamento, ma anche a facilitare il percorso verso il raggiungimento di una situazione di ben-essere psico-fisico che tenga conto della persona nella sua globalità.

Antonella Maria Piazza
Arte terapeuta in formazione
Artedo - Palermo

NOTE

[i] Edvige Crotti, Alberto Magni, Come interpretare gli scarabocchi, Ed.Red

[ii] Megera, secondo la mitologia classica era un’orribile divinità infernale che, insieme alle sorelle Aletto  e Tisifone, seminava il male tra gli uomini. Le tre sorelle erano anche chiamate  Erinni o Furie ed erano rappresentate come donne maligne, cupe, arcigne e vecchie.

[iii] https://drive.google.com/file/d/18-aL0kz1MIyZzN-qidkcKIuwmsblyf8f/view?usp=sharing

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Antonella Maria Piazza

Autore: Antonella Maria Piazza

“L’opera umana più bella è di essere utile al prossimo”. Sofocle

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