Imparerò a prendermi cura di me… e lo farò per te

IMPARERO’ A PRENDERMI CURA DI ME… E LO FARO’ PER TE

 Premessa e antefatto

Lecce, venerdì 14 settembre 2018, ore 6:25

Faccio una ricognizione nella stanza per controllare di avere rimesso tutto in valigia. Alle 6:50 arriverà il taxi che mi porterà alla stazione degli autobus. Non mi trucco: il viaggio sarà lungo. Arrivo previsto a Catania alle 17.10 e ripartenza per Palagonia alle 18.30. Se non ci saranno intoppi dovrei rientrare nella mia “casa[i]” palagonese alle 20.00 circa.

Arriva un messaggio. “Chi sarà a quest’ora?” mi chiedo.

È Emanuela, la maggiore delle tre sorelle, tutt’e tre mie figliocce.

Gabriella, la loro mamma, persona solare e dal sorriso coinvolgente, mi ha dato grande fiducia affidandomele e io sento forte, tutto l’amore che indissolubilmente mi lega a loro. In famiglia le chiamiamo affettuosamente “Pille” e insieme siamo cresciute tutte, costruendo le nostre tradizioni. Ricordo la notte che precede la commemorazione dei defunti, che in Sicilia assume una connotazione gioiosa, tanto da essere definita “Festa dei Morti”. È usanza infatti, nascondere in giro per casa dei dolci tipici, appositamente confezionati in cesti di vimini (il cosiddetto “Panaru di li Morti” o “Cannistru”) e regali vari. Il mattino seguente ai bambini vengono date delle indicazioni (noi facevamo pure le poesie in rima, così come ci aveva insegnato mio padre) perché li trovino. Diventava un gioco, una vera e propria caccia al tesoro. Tesoro di cui i piccoli avrebbero dovuto ringraziare i “morti”, ossia i parenti defunti, a cui legare ricordi positivi e gioiosi, in contrasto con una visione tetra e angusta del decesso.

Le serate trascorse da madre e madrina, precedenti la festa dei morti, erano imbastite da rituali e risate. Si iniziava dalla cena: pastina in brodo con l’omogeneizzato (di cui noi eravamo golose, le bimbe meno). Poi, a notte tarda, quando le piccole, stremate finalmente si addormentavano, entravamo in opera noi. Da tutti i pertugi più reconditi sbucavano pupi di zuccaru (statuine interamente realizzate con lo zucchero), dolci, caramelle, cioccolatini, bambole, giochi, nastri, cesti, lustrini, farfalle e ogni altro accessorio ovviamente poco sobrio, luccicante e super colorato. Ci mettevamo ore per sistemare i cesti e renderli sempre più colorati, realizzando vere e proprie cascate di riccioli di nastro. Il giorno dopo la scena era esilarante: noi provate dalla notte bianca, loro super eccitate per la caccia al tesoro. Ecco, ogni volta che trovavano il cesto, lo guardavano con aria di sufficienza, accennando un “Ohhh, che bello” (poco sentito) per chiederci subito dopo, dove fossero nascosti gli altri tesori. Continuammo lo stesso, imperterrite, la nostra festosa tradizione per anni, probabilmente per realizzare un cesto talmente bello da non far desiderare altro alle piccole. Purtroppo ogni anno era sempre la stessa storia.

Ricordo che con Gabriella, ancora adolescenti, facevamo lunghissime camminate, percorrendo chilometri e attraversando quasi tutta Sciacca, dalla parte ovest a quella est: era il nostro modo per stare bene. Insieme camminavamo e camminavamo, chiacchierando, ridendo e lasciando andare nel vento ogni cosa spiacevole.

Ci facevamo bene e alla fine di ogni “viaggio”, eravamo stanche, leggere e quiete.

 Qualche decennio dopo, durante una di queste passeggiate (adesso le facevamo in macchina) ci fermammo in un bar a prendere un aperitivo: eravamo diventate grandi e mature al punto giusto. La strada iniziata insieme, ora aveva preso per ciascuna direzioni diverse. Apparentemente ci aveva allontanate, ma la distanza fisica non riesce ad annullare o affievolire l’intensità di un affetto quando è profondo, sincero e leale. Eravamo solo noi due, occhi negli occhi circa quindici anni fa. Lei era incinta di Eleonora e da lì a poco sarebbe ripartita insieme ad Emy e Adry (Adriana, di poco più piccola, è la secondogenita di Gabriella).

Prendo un analcolico rosso, lei un Negroni. Mi guarda seria, con la faccia che di solito indossava per le grandi occasioni e mi dice quello che mai più dimenticherò. Mi aveva fatto dono di una grande responsabilità, un atto di estrema fiducia e amore. Parole solo nostre, momenti e frasi di cui allora non comprendevo il significato, ma ricordo chiaramente, come se fosse adesso, il sapore di quegli istanti e il rosso di quei bicchieri, scintillavano al sole e brillavano, intesi e trasparenti allo stesso tempo, proprio come noi.

 Ferma, continuo a camminare.

Lecce, venerdì 14 settembre 2018, ore 6:25

Arriva un messaggio. “Chi sarà a quest’ora?” mi chiedo.

 È Emanuela, la maggiore delle tre sorelle, tutt’e tre mie figliocce.

Gabriella, la loro mamma, persona solare e dal sorriso coinvolgente, è morta.

Ferma. Credo che in quel momento anche il sangue mi si sia fermato in corpo. Neppure salivazione. Nemmeno il respiro. Fermo, tutto dentro di me era immobile e nel mio silenzio interiore, sentivo crollare ancora una volta la mia anima. Ancora una volta, ero finita a pezzi.

Ferma, immobile nel raggelante silenzio interiore che mi ghiacciava le vene mentre il resto del mondo, fuori di me, iniziava a girare vorticosamente. Era come trovarsi dentro ad una trottola che frulla e ri-frulla impazzita, mentre il perno resta fermo al suo posto.

Raccolgo velocemente pezzi e pensieri dentro di me. Trovo l’amore che mi riallinea al resto del cosmo e rispondo, anche io con un messaggio. La voce non ne voleva sapere di uscire. Era raggomitolata in fondo allo stomaco, incredula e impreparata. In fondo però, anche il mio stomaco sapeva che per lei, ormai non c’era più nulla da fare. Nessuna cura, nessun farmaco, nessuna speranza. Era rimasta solo l’attesa e mi ritorna alla memoria quell’attesa che condividevamo per il risveglio delle pille, nel giorno della festa dei morti.

Ritorno in me, dentro la mia pelle e nelle mie scarpe. Guardo l’orario: sono sempre le 6:25.

Quanto lungo può essere un istante… 
Il tempo ha due misure: una sta dentro, l’altra sta fuori.

Chatto con Emy, poi la chiamo. Mando messaggio ad Adriana, scrivo anche ad Eleonora. Scendo giù con tutti i bagagli arruffati in mano e i pensieri scarmigliati[ii] in testa. Mi dirigo davanti allo specchio, mentre mi dico “Ho fatto bene a non truccarmi oggi”, mi guardo, sorrido e vado avanti.

Inizia la resilienza.

Non permetterò al dolore di sopraffare il mio amore: la forza arriva dal cuore.

Riprendo il cammino e ancora una volta, mentre dentro è un cumulo di macerie, la faccia sorride e aspetta l’eco buono del sorriso che ha generato negli altri. Non ho voglia di fare conversazione, né di ridere alle battute dell’autista, come avevo fatto nel viaggio di andata. Certo, non sarò solare, ma non ho neppure perso la luce. Si è solo affievolita un po’, c’è sempre. Non ho voglia di comunicare a tutti che quel momento era triste per me. Lo sa la mia famiglia, quella che ha profonde radici e tanti rami. Chi doveva sapere, ha saputo. Agli altri, preferisco mostrare solo la faccia in luce di me. Non permetto a chiunque di vedere le mie ombre.

Non è fuga, è sopravvivenza. 
Non è menzogna, è raziocinio. 
Non è paura, è temperanza.

 Il tempo intorno continua a scorrere e lo stesso istante che per alcuni è dolore, per altri è gioia.

Anche la mia famiglia palagonese segue questo ritmo incessante di alternanza festa/funesta[iii].

Gaetano e Liliana si trovano a Milano per la laurea di Virginia. Sono trepidanti, orgogliosi e felici.

Sebastiano invece, che sarebbe dovuto partire con loro, si ritrova nel cuore della notte a dover soccorrere il figlio in ospedale.

È lo stesso tempo, vissuto da persone diverse, con emozioni e sentimenti in discrasia[iv].

Il viaggio è lungo. Non ho trucco e nemmeno occhiali da sole. Non mi è concesso abbandonarmi al dolore. Ma va bene così. Ho forza a sufficienza per iniziare a raccogliere le macerie e liberarmene. Il vuoto è solo altro spazio da riempire e non saranno certo le mie lacrime a colmarlo.

Il vuoto è un’opportunità” mi dico per farmi coraggio e mi risuonano le parole con cui mi ero definita poco tempo prima al corso di formazione a Lecce “impavida e coraggiosa”. Bene, adesso ho l’opportunità di dimostrarlo. La priorità sono le pille. Le tre sorelline che amo immensamente e a cui devo molto. Mi hanno insegnato la bellezza dell’ingenuità e fatto vedere il mondo attraverso i loro occhi fiduciosi. Hanno raccolto più spine che fiori nel corso della loro vita e forse per questo le ritrovo così mature e potenti. Ma l’universo è un ciclo in perenne movimento e ogni cosa si trasforma, cambia e rigenera in altre forme, essenze e sostanze[v].  E mentre rifletto, risuonano in me le parole che Ilaria Caracciolo spesso cita durante i suoi laboratori di Arte terapia: “Ciò che è destinato a te, troverà il modo di raggiungerti” (cit. H.Browne).

Chissà da che parte è la gioia in questa vita.
Dovremo pur imparare la strada o riconoscerla.

Ritorno a casa, nella mia casa interiore, dopo avere messo a posto le macerie e adesso va meglio. Sono fiduciosa, gonfia di speranza e certa che le cose si sistemeranno. L’arte terapia ha questo potere: innesca un cambiamento e genera una trasformazione. Grazie a un rinnovato equilibrio, inizio a stare bene: la trasformazione è in atto.

Sono come una salamandra[vi]” raccontavo a Sara e Tea durante il nostro soggiorno a Lecce. E in realtà lo ero già, ma l’arte terapia ha accorciato i tempi di rigenerazione: è portentosa. Comprendere che per essere utili agli altri, per prima cosa dobbiamo star bene noi è stato fondamentale. Dal mio ben-essere dipende anche il ben-essere delle persone che mi stanno accanto. È come uno specchio, un boomerang lanciato nell’universo e che non si sa da dove, ma ritornerà cento, mille volte più forte. Diffondo luce, perché voglio luce intorno. Regalo sorrisi, perché ne ho bisogno. Semino ciò che un giorno vorrei mi tornasse indietro. E così, al mio arrivo a Sciacca, sorrido e vado avanti, portando alle mie pille adorate la serenità dei miei abbracci.

Non vorrei mai essere per loro presenza ingombrante e greve, farò del mio meglio per esserci con discrezione ed entusiasmo. Ecco, vorrei donargli la certezza di esserci, sempre e comunque. La distanza non è un limite.

Charlie Bowater

  

Hai fatto un buon lavoro amica mia, le hai cresciute libere, limpide e generose, ciascuna a modo suo, ciascuna con il suo colore e il suo suono. Affronteranno la vita da “impavide e coraggiose”, come ci hai insegnato tu. Continua a sorridere.

Ogni cosa, adesso, andrà a suo posto.

 

 

Quando tu guarderai il cielo di notte, poiché io abiterò in un una di esse, poiché io riderò in una di esse, allora sarà per te come se tutte le stelle ridessero. Tu avrai, tu solo, delle stelle che sanno ridere!” Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe

 

 

Antonella Maria Piazza
Arte terapeuta in formazione
Artedo - Palermo

 

 

NOTE

[i] Casa è dove lasci un pezzo di cuore. Ogni luogo in cui sono stata bene e che mi ha lasciato dentro qualcosa, per me è stata casa, nido accogliente e sicuro: famiglia. Dalla mia casa di origine, la mia amatissima famiglia di Sciacca, al mio nido sicuro e rassicurante di Ribera, in cui correre a rigenerarmi ogni volta che in me crolla qualcosa, alla mia famiglia di Linosa, Lampedusa e l’impetuoso porto di Palagonia, dove in realtà il mare non c’è, ma dove navigo volentieri insieme a persone che mi hanno accolto con grande affetto e generosità. Adesso chiamo casa anche Artedo, avendo avuto modo di conoscere più profondamente questa realtà, grazie ad un corso di formazione. Esperienza magica, arricchente e che difficilmente dimenticherò. Ho scoperto, inaspettatamente e meravigliosamente, che Artedo è soprattutto un luogo dove star bene, fatto da persone che ti ascoltano e danno valore: siamo tutti tessere importanti di un unico, grande mosaico.

[ii]Costruitevi un pensiero felice, proprio adesso (…). Un pensiero irrazionale, scarmigliato e libero. E sorridetegli” (cit. A. Dubois)

[iii] Festa = deriva dal latino “festus”, che vuol dire “gioioso, felice”.

Funesta = deriva dal latino “funestus”, vuol dire “che provoca o ricorda morte, lutti, danni irreparabili”.

 

[iv] Discrasia = dal greco “diskrasia”, che vuol dire “cattiva mescolanza”.

[v]Tutto è energia e questo è tutto quello che esiste. Sintonizzati alla frequenza della realtà che desideri e non potrai fare a meno di ottenere quella realtà” A. Einstein

[vi] La salamandra è famosa per l’efficienza portentosa della rigenerazione di coda e arti dopo mutilazioni o amputazioni. Non ha uguali in nessun altro vertebrato. Nella mitologia alle salamandre è riconosciuta la capacità di vivere nel fuoco, alimentando il fuoco buono e spegnendo quello cattivo. Per questo simboleggia la costanza e la resistenza al male.

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Antonella Maria Piazza

Autore: Antonella Maria Piazza

“L’opera umana più bella è di essere utile al prossimo”. Sofocle

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