Il mio primo anno in Artedo. Dai laboratori verso il tirocinio

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Il tempo scorre sempre così veloce e il primo anno volge già al termine. Un anno da me vissuto, mi riferisco in particolare a livello emotivo, in maniera molto intensa anche perché, e su questo sto riflettendo proprio ora, tutto il percorso è stato decisamente “condensato”. Mi riferisco alla temporalità lungo l’arco che dall’iscrizione arriva ad oggi, vissuta da me quasi tutta d’un fiato, senza fermarsi, inseguendo impegni ed emozioni che si sono susseguiti con un ritmo energico ma nel contempo cadenzato, fluente, libero di essere. Avendo vissuto in precedenza l’esperienza universitaria, posso dire che vivere questo primo anno accademico in Artedo è stata esperienza diversa e, per le attività pratiche facenti parte del piano di studio (assenti al D.a.m.s), maggiormente coinvolgente in quanto tanta parte di questo percorso si è appunto svolta nella pratica. Com’è giusto che sia. Se la comprensione delle cose non può prescindere, ed anzi è cosa assolutamente fondante, dall’entrare in contatto diretto con la realtà, ecco che i laboratori pratici costituiscono proprio l’affondo nella materia, nella sua vita pratica appunto, come prolungamento ideale dell’apparato nozionistico, assolutamente importante, che ne costituisce la base di partenza. La comprensione passa direttamente dall’esperienza, dal vivere in prima persona gli eventi per percepirli nella loro pluridimensionalità e sostanza, andando a ripulire quell’alone d’astrazione che, nella purezza della teoria, rimarrebbe sospeso in uno spazio non contingente al reale e dunque al quotidiano, alla vita.

I laboratori sono proprio questo: vivere un’esperienza non solo con la mente ma con le mani, con il corpo, con la fatica e la concentrazione che ogni volta si vivono e ogni volta impegnano noi stessi, sia individualmente che nel contesto gruppale e dunque con i compagni del nostro percorso. Poco fa ho usato la parola “intensità” non casualmente, in quanto questi bellissimi ed entusiasmanti laboratori non avrebbero potuto non essere tali dal momento che vanno a dialogare con la propria interiorità e dunque col proprio mondo emotivo connettendo questo a quello degli altri, in quella configurazione che della professione ne costituisce per larga parte il modello e la struttura. Le attività manuali che mi hanno fatto ritrovare quella dimensione per me familiare (la grafica, la pittura e l’attività delle arti plastiche), accanto alla dimensione relazionale e dunque dei vissuti interazionali con gli altri, sono state la palestra di questo primo anno per preparare tutti noi al secondo step, ancora più impegnativo e delicato, che avrà come centro focale il tirocinio. Ogni laboratorio ha aperto in me una breccia, nella quale la mia interiorità ha trovato rispecchiamento, e ulteriore scavo, ancor più nel profondo, in quel mondo da me costantemente indagato. Dico questo per sottolineare l’importanza di sentire e conoscere se stessi in quanto, in una professione d’aiuto quale quella dell’arteterapeuta, ne costituisce assolutamente le fondamenta, senza le quali penso risulti difficile se non impossibile, avvicinarsi, in senso sano e terapeutico, all’altro, in particolare se l’altro è una persona sofferente o comunque fragile e dunque estremamente vulnerabile.

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Penso, ma ne sono fermamente convinta, che l‘auto-conoscenza sia la prima tappa che si debba affrontare per potersi disporre positivamente e dunque costruttivamente verso l’altro (sia esso un paziente o meno). E penso anche che sia lo scoglio maggiore. E’ un lavoro su se stessi che è scavo fatto di introspezione e cura nonché di pazienza nel saper accettare i propri limiti e le proprie fragilità, nel quale è possibile, in misura maggiore o minore, sentirsi talvolta non abbastanza adeguati nel sostenersi o nel sostenere gli altri. Il contesto gruppale è sempre in fermento essendo gravido delle emozioni e dei vissuti che ci appartengono e che tutti noi instilliamo al suo interno, andando, in modo inevitabile, a proiettarsi vicendevolmente, facendomi talvolta sentire il carico, quando non il peso, del vissuto emozionale del gruppo (nelle sue luci e nelle sue ombre) che sempre viene però contrappesato dal sapore della bellezza delle emozioni di ciascuno di loro, restituendomi tanto a livello emotivo ed esperienziale. Nei momenti che si possono considerare forse un po’ difficili, ho cercato di interagire nella maniera che maggiormente sentivo come “giusta”, nel rispetto dell’altro, anche immaginandolo come un possibile utente e dunque vivendo la mia posizione nei panni di quella della futura operatrice che mi auguro tanto di diventare. Ecco perché ho usato prima il termine di “palestra”. Si è trattato per me di interagire con me stessa e parallelamente con gli altri, cercando di tenere alta la “vigilanza emotiva”, nell’intento di prendermi cura di me stessa (dei miei vissuti emersi, delle mie emozioni provate di volta in volta) e nel contempo di “farmi contenitore” delle esperienze emozionali degli altri che sono state trasmesse attraverso i loro elaborati artistici e le loro parole durante le sedute di verbalizzazione che sempre accompagnano i nostri percorsi e che ci permettono di acquisire ulteriore consapevolezza.

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La parola chiave è infatti e sempre, in questo contesto come in quello, più in generale, dell’esistenza, “consapevolezza”. Ed è infatti cercando di acquisire sempre maggior consapevolezza, durante le attività pratiche come in ogni giorno della mia vita, che affronterò il prossimo impegno del tirocinio. Avendo studiato nell’ambito dell’area umanistica, storico-artistica, non ho specifiche esperienze di tipo professionale che potrò portare al mio fianco durante l’attività pratica, ma ho con me un piccolo bagaglio di esperienze esistenziali fatte di sensibilità e ascolto, di riflessione e rispetto, in quella sorta di propensione verso l’altro che mi ha sempre caratterizzato fin da piccola. Non senza aver provato dolore. Una componente questa che, confermando quanto detto prima, si fa realtà, e dunque materia che si innesta in noi stessi forgiando la nostra vita e il nostro modo di vivere. E ciò inevitabilmente, in un modo o nell’altro, vale per ognuno di noi. L’aver vissuto esperienze di sofferenza, ha probabilmente acuito la mia sensibilità cercando tuttavia di trarre da essa forza anziché abbattimento. Ed è proprio questa piccola scintilla che sento in me che proverò a portare dentro l’atelier del mio tirocinio.

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Non riesco a delineare con un tratto nitido le mie aspettative proprio per il loro proiettarsi in un contesto che per forza di cose è ancora sconosciuto in quanto non so ancora esattamente, nonostante mi stia già muovendo ovviamente in questa direzione, dove andrò a svolgerlo, ma sento che l’utenza con la quale percepisco maggior affinità saranno i sofferenti psichici (e, ma in misura che sento minore, gli anziani). La bussola della mia vita è molto configurata sul mio “sentire” e sento quindi che la mia propensione sia verso questa dimensione di sofferenza. Le mie aspettative fanno sicuramente leva su quanto acquisito in questo primo anno nella speranza di riuscire a mettere in pratica quanto appreso finora, avendo consapevolezza e dunque naturale umiltà, di essere solo all’inizio di un percorso che sarà lungo, come lunga è la strada nella crescita interiore. Cercherò di proporre le esercitazioni e i preziosi insegnamenti che finora ho appreso, attenendomi a queste flessibilmente, nel tentativo di raggiungere l’utenza e le loro necessità o preferenze. La flessibilità e un’inclinazione adattiva, e dunque creativa, sono cose che sento essenziali in questa professione. La passione che ho provato nei laboratori è tutta qui, dentro me. E uno degli obiettivi che mi prefiggo sarà proprio quello di trasmettere emozione e passione per l’arte intesa come contenitore e spazio nel quale esprimersi, per far venire a contatto maggiormente gli utenti con loro stessi e la loro esistenza. I bellissimi laboratori di arte ma anche di musica svolti finora, e quelli che ad essi si succederanno, saranno l’abc, dal punto di vista tecnico-pratico e nozionistico, del mio tirocinio, applicando ad essi tutto il vissuto esperienziale dinamico-interattivo relazionale. L’empatia dovrà farsi sentire a gran voce anche se silenziosamente.

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Mi impegnerò a fondo nel cercare di apprendere “sul campo”, e dunque avvalendomi della presenza di altri operatori (nella speranza di trovarvi anche un arteterapeuta), al fine di potermi disporre nella maniera più adeguata e sensibile possibile. Mi rendo conto che quella del tirocinio sarà un’esperienza che mi metterà alla prova, nel suo senso profondo del termine, facendo emergere tutte le mie qualità tenaci quanto quelle fragili. Mi aspetta dunque una dura prova ma non sentita per questo invalicabile e anzi, mi offre uno stimolo in più per affrontarla, condendola quindi con una dose maggiore di coraggio e determinazione. So che se ci saranno dei momenti difficili, e ci saranno di sicuro, la via più facile sarebbe quella dello scoraggiamento e del sentire se stessi magari non sufficientemente adeguati (niente di più probabile considerando che non si ha esperienza) ma cercherò di scavalcare questi ostacoli, come tante volte nella vita mi è capitato di fare, andando oltre, anche oltre la mia stessa paura o timore.

Per crescere in se stessi ed apprendere, e considerando l’ineluttabilità delle difficoltà che si possono presentare, penso non ci sia altra strada che quella che vede noi stessi diventare padroni della propria vita, esorcizzando quei fantasmi che sempre cercheranno di avvicinarci ma che ogni volta tenteremo di combattere. E sono oltremodo consapevole che non sarà per niente facile. Ma, ogni volta, ricorderò quella piccola scintilla che sento dentro, soprattutto quando sarò maggiormente in difficoltà. E spero che questa riesca anche a raggiungere le persone sofferenti per cercare di offrir loro tutto l’aiuto che riuscirò a dare. Con dedizione e umiltà. Le grandi sfide si possono vincere solo combattendo.

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Sabrina Tabarelli

Autore: Sabrina Tabarelli

Dopo la Maturità d’arte presso l’Istituto Statale d’Arte di Trento, ho proseguito gli studi artistici conseguendo la Laurea in Dams indirizzo Arte Contemporanea presso la Scuola di Lettere e Beni Culturali dell’Università di Bologna con una tesi monografica dal titolo Scanavino e l’Informale. Sin da piccola nutro una forte passione per la scrittura creativa (racconti e poesie) dedicandomi, di recente, anche alla stesura di brevi saggi critici e biografie per amici e conoscenti (soprattutto nell’ambito della pittura). Nel 2013 ho pubblicato due miei racconti all’interno della collana “Nuovi Autori di Racconti” Casa Editrice Pagine, Roma. Dal 2014 collaboro con il quotidiano on-line La voce del Trentino nella sezione Arte e Cultura curando recensioni di mostre e articoli prevalentemente d’arte contemporanea. Coltivo inoltre una grande passione per la fotografia digitale (soprattutto b/n) che pratico da anni a livello amatoriale ricercando in essa una dimensione espressivo artistica, fortemente emotiva. Amo la lettura (in particolare testi di approfondimento di storia dell’arte, psicologia e romanzi giapponesi), il cinema (d’essai, drammatici, gialli psicologici; adoro David Lynch), la musica (dalla new age all’elettronica, dal neoclassical e la minimal al synthpop, dalla new wave al neofolk e altri generi; tra i cantautori italiani, ho nel cuore Battiato), la natura e gli animali (tutti, ma soprattutto i gatti).

La psicologia e l’arte possono essere considerate le chiavi della mia vita.

Da sempre, sin dall’adolescenza, sentivo forte l’esigenza di poter impiegare la mia sensibilità in una professione d’aiuto che coniugasse l’arte e la psicologia. Grazie ad Artedo, la possibilità di intraprendere questo percorso, profondo e delicatissimo, è divenuta realtà. Un viaggio che, passo dopo passo, in quel cammino verso gli altri, già sta plasmando la mia esistenza. Profondamente.

La crescita interiore e l’esplorazione di se stessi è un viaggio che non ha fine…

Iscritta ad Artedo dal primo ottobre 2015 al Corso di specializzazione in Arteterapia. Attualmente iscritta presso la Scuola  Artedo di Arti Terapie di Verona. 

Nata a Bolzano, vivo tra Trento e Bologna.

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