Artedo Verona. Collage. Il laboratorio delle trasformazioni. Condotto dalla dott.ssa Pamela Palomba, 11-12 giugno 2016

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Da mesi attendevo questo laboratorio. Da mesi attendevo di vivere in maniera completa quella che a dicembre, durante lo scorso convegno a Lecce, è stata una breve esperienza di poco più di un’ora e mezza che ha però saputo rapirmi. Colori, ritagli, strappi e ricomposizioni tramite incollaggio. Questo, ma solo “superficialmente”, il collage. Dico “superficialmente” poiché in realtà – o si potrebbe forse dire in “surrealtà”, quella unica ed esclusiva per ciascuno di noi – dietro questa tecnica antica e avanguardistica al contempo – si va’ dalla sua lontana genesi in Cina alla sperimentazione visiva degli inizi del Novecento che riprende il collage in una veste rinnovata e sperimentale – si cela, e velatamente si svela, tutto un universo fatto di costellazioni le quali, come tanti specchi dialoganti fra loro, restituiscono quel mondo interiore che abita in ciascuno di noi. La nostra (sur)realtà, che nelle immagini, nei frammenti depredati dai ritagli di giornali, riviste, fotografie ovvero da quella dimensione massmediologica che ricalca un immaginario collettivo alla quale tutti noi siamo assoggettati – prende vita, animandosi e alimentandosi da “un già fatto” che, in qualche modo si fa voce, chiamandoci a sé, chiedendoci di venir strappato ed incollato, tagliato e ricomposto, in quel processo, tipico del collage, di decontestualizzazione e ricontestualizzazione che produce il nuovo, l’inedito, l’esclusivo.

Perché di questo si tratta. Il prelievo dalla vita, da quel serbatoio di immagini che andiamo a smembrare e a ricucire, è in grado, spiega la nostra bravissima docente Pamela Palomba, di movimentare il proprio immaginario, i cui elementi, al pari di quei tasselli fatti di carta, possono tornare a respirare riprendendo a “giocare” fra loro, in un’insolita intesa fatta di nuove associazioni e, di conseguenza, nuove significazioni. Dunque, un immaginario che, come fosse sottoposto ad un intervento rigeneratore, è suscettibile di uscirne trasformato, aprendo le ali a quello stato, più o meno statico, se non asfittico, nel quale versava. In arteterapia, il collage, usando questi mediatori visivi, accede quindi all’emersione e all’espressione, aumentandone la consapevolezza, delle emozioni, delle proprie configurazioni emotive interiori che, in modo appunto mediato e dunque maggiormente accettabile per il paziente/utente, possono venire alla luce, pur lasciando intatte le difese della persona. Il foglio bianco, il cartoncino neutro e vuoto destinato a venir istoriato, si fa schermo sul quale proiettare noi stessi mettendo in scena la storia, il film, la commedia o la tragedia che vive in ciascuno di noi. Attraverso cromatismi, forme, sagome, tracciati grafici che si offrono per venir prelevati, derubati dal loro contesto originario, sacrificandosi a quel fine che è la trasformazione operata dall’autore del collage.

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Il collage, attività ludica molto antica, presente spesso come attività ricreativa e formativa nelle scuole, è una tecnica adottata dalle avanguardie agli inizi del Novecento. E’ in particolare con Picasso e Braque, esponenti cubisti, con i loro papiers collés e l’approdo ad un polimaterismo – che vede l’uso non soltanto della carta ma anche di fiammiferi, impagliature di sedie, ecc. destinato a farsi, nella storia dell’arte contemporanea, sempre più incline al materico anche tramite l’adozione di oggetti, si pensi ad esempio agli object trouvées del surrealismo – che prende avvio questa sperimentale modalità d’espressione, seguita dal futurismo italiano – i cui esponenti, Boccioni e Carrà per citarne due, anch’essi attuanti, ma a modo loro, quella frammentazione nella rappresentazione del reale – e dal dadaismo. Un dada su tutti, Kurt Schwitters, autore dei famosi Merzbild, con i suoi collages ed assemblages, seguendo quella logica del riuso, recupera dalla quotidianità materiali, rifiuti, i quali vengono così sottratti al loro “destino” per sottoporli ad un processo di elevazione secondo fini estetici. E ancora. Come non ricordare il satirico John Heartfield (tramite i suoi fotomontaggi, contro il nazismo, lavora prevalentemente tramite materiale fotografico) e Raoul Hausmann (artista scelto dalla docente come esempio, durante il laboratorio, per realizzare un certo tipo di collage di cui spiegherò più avanti). Proseguiamo poi con il costruttivismo, movimento d’avanguardia russo (di cui Rodcenko ne è la figura chiave) e ancora, nel secondo dopoguerra, con l’Informale di Burri e Tapiés e poi più su negli anni Cinquanta e Sessanta, in America, con il New-Dada di Rauschenberg e i suoi combines al quale fa da contrappunto in Europa il movimento del Nouveau Réalisme (seguito poi dalla Pop art) con, fra gli altri, César (e le sue lamiere contorte!), Tinguely (autore delle sculture cinetiche, dal sapore surrealista, fatte di ingranaggi metallici) e Mimmo Rotella (che sperimenta una tecnica, il decollage, altrettanto affascinante, mediante lo strappo di materiale pubblicitario cartaceo). Sono movimenti, questi, i quali, attingendo dalla poetica dadaista, vanno a prelevare dalla quotidianità (per poi elevare a valore artistico) quegli oggetti già fatti (come i duchampiani ready-mades) che, al pari dei nostri ritagli, delle nostre riviste, qui nel laboratorio di arteterapia, sono figli della comunicazione di massa e di quell’immaginario collettivo che, una volta smembrato e ricomposto, verrà sottoposto ad un processo di rielaborazione e trasformazione. Per ultimo, ma l’elenco sarebbe oltremodo lungo – menziono soltanto Orlan, l’artista francese che negli anni Novanta, oltre a rimodellare il proprio corpo tramite operazioni chirurgiche, fa uso, per riplasmare la sua immagine, del collage e del fotomontaggio – mi piace ricordare Matisse, il quale, in seguito ad una grave malattia incorsa nel 1941, rimane costretto su una sedia a rotelle ma, grazie al potere taumaturgico dell’arte, regala alla sua vita una seconda possibilità fatta di meravigliosi cromatismi, di accensioni luminose e colorate, proprio mediante le carte. Proprio mediante la tecnica del collage.

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Ma è giunta l’ora di entrare nel laboratorio. Ove mettere in pratica questa tecnica, il collage, che tanto ha a che fare con la possibilità e la trasformazione, con la calma e la concentrazione ma anche con l’ardore e l’entusiasmo. Un luogo ove tanto sarà silenzio ma altrettanto suono. Quello della carta “sfogliata”. Alla dimensione ludica si intreccerà quella fortemente interiore, nella quale la pazienza e il senso di pace sapranno fondersi in un’esperienza a tratti totalizzante.

Sediamoci ai tavoli, quindi. Questi tavoli sui quali quei materiali sono lì ad aspettarci, pronti per venir assaliti, più o meno dolcemente, più o meno impazientemente, nell’attesa di venir assimilati in un modo che sarà meravigliosamente diverso per ciascuno di noi, come sarà diverso il modo mediante il quale verranno scorporati ed infine riassemblati. Fasi, dunque. Precise, ma nel contempo assolutamente naturali. Si lasciano vivere e si succedono le une alle altre secondo un flusso che appare spontaneo, quasi quanto il respiro. Scelta dell’immagine. Decomposizione della stessa tramite le mani o un paio di forbici. Costruzione di un nuova configurazione. Inedita, unica, assolutamente nostra. Perché là dentro ci siamo noi. Il nostro stato emotivo, i nostri percorsi interiori che si esprimono come associazioni visive, come frammenti che, seguendo il flusso del pensiero, procedono per accostamento o discostamento da altri frammenti scelti accuratamente, o istintivamente, cercando – nel seguire i preziosi consigli di Pamela che sempre ci accompagnano lungo tutto il decorso laboratoriale – di liberarli dalla dannosa ingerenza del giudizio e, invece, con la volontà di accoglierli così, nella loro purezza fatta di cromie e di forme nello spazio. Diventano allora, nei primi approcci, nelle prime fasi di questo nostro laboratorio, solo sagome, slegate da significazioni metaforiche. Sagome che si incurvano o si impennano, configurazioni attraenti per la rotondità o spigolosità, morbidezza o durezza. Figure che ci colpiscono per il loro essere minute, oppure, al contrario, per quell’essere così estese e imponenti. Immagini che ci rapiscono per l’emanazione di luce calda o, al contrario, gelida, per la trasparenza dei colori o per la loro saturazione, per l’intensità o per la loro fragilità, per quel loro scattante dinamismo o per quelle sensazioni di pacifica quiete. Per il loro fragore o per il loro silenzio… e si potrebbe continuare all’infinito. Quante dimensioni da ascoltare, da scoprire, da vivere. Questi tavoli imbanditi di riviste, sono tavoli colmi di sollecitazioni. Per noi. In questo momento che è il qui e ora dell’esperienza. Assieme, ma nel contempo soli con noi stessi. E su tutto, vi è quest’incanto, che è l’abbandono estetico.

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Ma prima di giungere alla fase attiva di questo processo, prima di costruire le proprie “architetture” di immagini che tanto sanno parlare al posto nostro e che sanno essere al contempo così discrete tanto da riuscire a schermarci dai lati più problematici di noi stessi, vi è un passaggio. Come una sorta di “rito collettivo”, una sorta di “iniziazione” a quella che dovrà farsi creazione e dunque azione. Pamela, la nostra docente, con la sua grazia e competenza procede per gradi, guidandoci ma trasportandoci in maniera lievissima, e dunque in modo deliziosamente naturale, in quest’esperienza molto particolare.

La prima fase, spiega la docente, è una fase esclusivamente recettiva. Si sceglie una rivista dopo l’altra e, in silenzio, si sfoglia. E sfoglia. E in realtà, diviene qualcosa che sembra non finire mai, tanto ci trascina e ci porta con sé ma soprattutto in sé. Un momento di esplorazione, di abbandono totale a queste immagini che scorrono davanti ai nostri occhi, e con le quali entriamo in un rapporto di ricezione passiva, nella quale il giudizio viene silenziato per far emergere invece quel fluire di forme e colori, che come un’irrefrenabile corrente procede quasi autonomamente offrendosi ai nostri sensi. Nessuna attivazione dunque, ma ascolto. Le riviste più appropriate sono quelle maggiormente libere da troppe ingerenze e dunque da eccessivi stereotipi. Riviste di viaggio, di argomento culturale e artistico si rivelano le migliori per il nostro scopo. Si tratta, afferma Pamela, di ampliare lo spazio della percezione cercando di liberare lo sguardo da quei condizionamenti, ai quali quotidianamente siamo sottoposti, al di fuori e all’interno di noi, per farne, dico io, quasi una lastra fotografica su cui impressionare cromatismi e configurazioni formali, nel tentativo di sbrigliarlo il più possibile da preconcetti di ordine estetico e/o contenutistico. E’ dunque una dimensione quasi di “azzeramento” questa, quella necessaria all’accoglimento, prima, e poi alla trasformazione.

Sfoglio, pagina dopo pagina, lungo un tempo che non si fa afferrare e che, man mano, si configura come tempo bergsonianamente interno a me stessa, a ciascuno di noi, che è quindi divenire continuo, è durata come flusso di vita, successione come stati di coscienza. Liberi, fluidi, opposti alla discontinuità di un preordinamento. Le immagini, vissute in questa cedevole sequenza, le sento scorrere fra le dita, come fossero fotogrammi sparsi di un’onirica carrellata cinematografica. Sono le stesse forme e i cromatismi ad imporsi, urlando. Quasi. Il testo diventa soltanto un gioco di alternanze tra bianchi e neri, tra font più o meno gradevoli che però sono un mero sottofondo tale da non disturbare il protagonismo dei colori e delle sagome che unicamente, al di là della dimensione dei significati legate alle singole immagini, divengono i fasci luminosi di un onirico faro da seguire e dai quali lasciarsi assorbire. Nella loro originarietà, in quell’azzeramento che li porta a venir slegati dal contesto, dalla logica, dalla cognizione e dalla riflessione.

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Si raggiunge quasi una sorta di stato ipnotico… favorito anche dal suono stesso delle riviste sfogliate da tutte noi nella stanza. Per lunghi momenti, il silenzio sembra esprimersi proprio attraverso queste azioni sonore. Ossimoricamente. Le quali, come tutti i suoni, hanno il loro ritmo e i loro tempi che sono quelli di ciascuno di noi, e che, in una certa misura, identificano già una parte di noi. Come ogni più piccolo dettaglio possa trovare significazione, trovo sia assolutamente affascinante. Nello sfogliare ci si sente investiti da una pluralità di stimoli che sembrano inseguirsi e rincorrersi fra loro, seguendo il ritmo che è quello delle proprie mani sulle riviste, pagina dopo pagina. Dai paesaggi marini a quelli montani, dagli edifici storici e dalle vestigia antiche alle immagini tecnologiche, dal presente al passato, dalla natura primitiva alla piena civiltà, dalle tonalità notturne a quelle solari, e ancora, il susseguirsi di stagioni diverse, e di sensazioni richiamanti il caldo o il freddo, e poi profumi, pietanze, percezioni sonore e cinematiche… tutto sotto i nostri occhi, tutto in pasto ai nostri sensi che, nel procedere attraverso questo “rituale”, si fanno più sottili aprendosi anche alle meraviglie delle proprie facoltà sinestetiche. Tutto è qui, in attesa di venir riplasmato da noi. Trasformato. Trasfigurato “a nostra immagine e somiglianza”.

Dopo questa fase di accesso ad una dimensione di maggior accoglimento delle immagini da parte del nostro sguardo, mediante un esercizio che ha dato il via ad un lavoro profondo sui processi percettivi ed emotivi di ognuno di noi, Pamela ci dà una primissima indicazione, che è come il “la” che permette di passare dal momento recettivo, e dunque passivo, a quello attivo nel quale l’azione irrompe nel nostro spazio d’ascolto. La consegna è semplice ma assolutamente efficace. Scegliere un colore e ricercarlo – o forse sarebbe meglio dire “trovarlo”, secondo quel processo del quale solo in parte si ha dominio poiché in realtà spesso sono le sollecitazioni stesse a venirci incontro richiamando la nostra attenzione su di esse – andando a strapparlo “ovunque ci porta il cuore”, secondo le miriadi di tonalità e sfumature che di quel cromatismo cogliamo nelle riviste. Frammenti di figure intere o soltanto dettagli. Ora è il tempo di sezionare, di sottrarre, di decontestualizzare. E, sento il piacere dello strappo. Lo trovo catartico, capace di liberare quell’energia che magari si annida lì, asfittica e che anche in questo gesto semplicissimo e minimale può trovare sbocco. Talvolta, si fa aggressiva, ferina. Anche. E’ azione e nel contempo presenza sulle cose le quali vengono percepite in questo lasso di tempo che sembra non avere un tempo. O meglio, è il nostro tempo del “qui e ora”. Se nel momento passivo mi sono sentita trasportata da un’onda morbida e cedevole, ora, tramite la possibilità di agire sul processo, ricezione e azione si compenetrano, mescolando anche consapevolezza e incoscienza poiché, in quest’esperienza particolarissima, tanto di noi viene assorbito permettendoci di lasciarci andare, quasi fossero le stesse immagini a guidarci. Attraverso l’agito, si liberano e prendono voce, nel totale linguaggio non-verbale, i propri sentimenti, le proprie emozioni, il proprio mondo interiore, mediante quella dimensione d’azione che si attua, di volta in volta, lungo il processo di creazione dell’opera in arteterapia.

Terza fase. Quella più completa. Quella che porta al compimento della nostra prima opera. E qui serve la colla. Il supporto che ci viene dato è quello di una cartolina grande. Non di più, in quanto, ci viene spiegato, tale formato (21×14,8 cm) permette all’utente di non perdersi, di non scoraggiarsi o semplicemente di non provare disagio. Sono dunque dei confini piuttosto sostenibili a chi non è abituato molto a compiere questo tipo di lavoro. Abbiamo davanti a noi quei frammenti, quei ritagli di pagine, quei colori che prima ci hanno sorpreso e catturato e che adesso è ora di connettere gli uni agli altri. Come una sorta di mosaico. Anzi no. E qui intervengono le preziose direttive della nostra docente Pamela che, guidandoci nel compiere quest’operazione, ci dice di procedere al di là di un mero accostamento bensì, al contrario, con l’intento di creare dei profondi dialoghi fra le immagini, fra i colori, fra le forme, giungendo a liberare quei tasselli dall’immaginario che era a loro proprio in quel preciso contesto dal quale sono state da noi estrapolate, per andare a creare quello che sarà il nostro collage. Qualcosa di unico, per ciascuno di noi. Due parole chiave, per giungere a questo: connessione e sovrapposizione. Senza debordare. Rimanendo quindi in questo formato, in questa cornice che in un certo senso andrà a delimitare il nostro mondo, il nostro immaginario. Nato dalle ceneri di quella destrutturazione operata precedentemente. Un nuovo scenario dunque, un nuovo immaginario che per forza di cose emergerà da noi stessi e sarà suscettibile di ulteriore trasformazione durante il processo stesso. Pamela aggiunge: dialogo ed elaborazione, tramite l’operazione compositiva.

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Incolliamo, dunque. Ma, in questo esercizio, ci viene chiesto di permanere ancora in una dimensione astratta, unicamente cromatica, lavorando nel creare centri di energia di maggior e minor intensità, dove magari far correr l’occhio, ma slegandosi da una composizione figurativa. Nel mio collage, procedo soprattutto per stratificazioni, partendo con l’incollare frammenti più grandi e andando gradualmente a lavorare sempre più nel minuscolo. La scelta del colore è stata immediata, dopo aver sfogliato due pagine, il colore fucsia è quello che mi ha “trovata”. Gioco con questo colore e le sue declinazioni, viola, rosa, e vari tipi di rosso. Scelgo un centro come punto focale ma non esclusivo. L’intento è quello di creare un po’ di dinamismo e la mia percezione, una volta terminato il collage, è quella di un fluttuare di pezzi nell’acqua. Frammenti che si compongono e scompongono. Mi fa pensare quasi a un caleidoscopio o comunque questo è quello che ho percepito nel comporlo, nel viverlo. Ho notato un’altissima concentrazione e assorbimento mentre lavoravo. Al senso di liberazione provato durante la fase dello strappo, ha fatto quasi da contrappunto il senso di calma e pacificazione durante la fase dell’assemblaggio. Quasi una meditazione, una concentrazione esclusiva e, anch’essa, come quei frammenti, decontestualizzata da tutto il resto. A questo lavoro è seguita la prima verbalizzazione, la prima delle altre che ogni volta si sono succedute una volta terminate le nostre singole opere. C’è chi ha avuto difficoltà nello strappare, in quanto lo strappo, seguendo una logica avulsa dalla precisione, non permette di raggiungere la forma desiderata o voluta. Ma esso, ci insegna la docente, è un passaggio importante, prima di usare le forbici, in quanto aiuta nel tentativo di aggirare quelle resistenze e dunque quei blocchi, andando a stimolare, e ad accogliere la propria spontaneità. L’esercitazione dello strappo, libero, delle pagine, tenta anche di mettere a tacere quel giudizio interno che troppo spesso vorrebbe parlare, aiutando ad ammorbidire le rigidità eventualmente presenti nell’utente. Il suono prodotto dagli stessi strappi, compiuti dal gruppo in contemporanea, è in grado di indurre un forte rilassamento. Il laboratorio è proseguito mediante delle esercitazioni guidate sulla respirazione e i movimenti oculari, come modalità per aiutare a “liberare” ulteriormente lo sguardo e dunque la percezione sulle cose che ci stanno attorno.

Il collage è anche il luogo nel quale possono convivere quelle dimensioni che normalmente si escluderebbero a vicenda. E’ il caso dell’opposizione tra il dentro e il fuori, ad esempio, ed è proprio sulla dicotomia che si poggia il nostro terzo esercizio. Stesso formato precedente. Dentro e fuori da intendersi principalmente come spazio fisico, e quindi paesaggi e ambienti domestici, facciate di edifici e scaloni interni, luoghi pubblici e stanze private, e così via. Opposti, dunque. Non solo dentro/fuori, ma anche giorno/notte, sopra/sotto ecc. Che poi da essi scaturiscano delle metafore è spesso inevitabile o comunque può accadere ma, sottolinea Pamela, il punto di partenza di quest’esercizio dev’essere il riferimento a qualcosa di fisico, non astratto, e dunque non concettuale. Prima con i cromatismi, ora con gli spazi. L’obiettivo è sempre il dialogo fra le immagini, che stavolta possono venir assunte nei loro connotati figurativi. Il “gioco” che anima il collage permette di smuovere l’immaginario, che da quel suo “preconfezionamento editoriale” viene strappato per venir incollato e ricomposto in maniera inedita, grazie alle nostre personalissime associazioni che, nello scenario ricreato, tanto parlano di noi. Ed è un’esperienza davvero stimolante. E’ sperimentazione, riorganizzazione, formulazione di una molteplicità di possibilità capaci di metterci costantemente nella posizione della selezione e della scelta. Che potrebbe non essere mai quella definitiva in quanto la creatività, così stimolata, si moltiplica man mano che lavoriamo al nostro collage. I cui tasselli sono la nostra voce, i nostri stati emotivi, le nostre esperienze pregresse, le nostre speranze e le nostre paure. E tanto altro ancora.

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Noi siamo lì. Fra quei ritagli selezionati e i loro accostamenti, fra quelle distanze tra le cose che nel collage svaporano e in tutte quelle “segrete corrispondenze”, le cui combinazioni parlano così tanto del nostro mondo interiore, del nostro immaginario. E poi ancora più giù. Nel labirinto dell’inconscio che in tal modo possiamo un po’ percorrere, senza paura, senza provare troppo il timore di sentirsi esposti agli occhi degli altri come agli occhi di noi stessi. E’ una porta d’accesso, il pass di entrata nel proprio universo che prende forma attraverso la materia delle immagini, la quale non va’ a disturbare le nostre difese che in tal modo non vengono sollecitate ad entrare in uno stato di allarme. Sono loro, le immagini, a parlare al posto nostro. E dunque noi possiamo sentirci “al sicuro”. L’utente, il paziente, può sentirsi protetto, in quanto mascherato dal velo della mediazione analogica. L’uso della tecnica del collage, come altri mediatori artistici, si rivela estremamente efficace nei casi in cui il paziente presenta difficoltà nella capacità di guardarsi dentro, di comunicare con se stesso e dunque di accedere ad una dimensione d’introspezione. E, allo stesso modo, è funzionale quando la comunicazione verbale è compromessa da una patologia, come ad esempio nel caso di una malattia degenerativa come l’Alzheimer, dando anche la possibilità su questi pazienti, di compiere un lavoro sulla memoria.

Pamela ha chiesto poi a ciascuno di noi di dare un titolo all’opera, e a questo ha fatto seguito la rituale verbalizzazione che sempre mette tutti a confronto, permettendo quel dialogo e quell’ascolto estremamente costruttivi, sia per se stessi che per il ruolo futuro che andremo ad intraprendere nella nostra professione. Il setting verbale infatti, consente l’elaborazione dei contenuti espressi nel prodotto artistico, cercando di comprendere sia il vissuto emozionale che quello logico-sequenziale dei passaggi che hanno portato all’opera definitiva. Il titolo che ho dato al mio collage è stato “Silenzio, ricerca, contatto” (dove per contatto intendo comunicazione). Ho giocato sulla coppia ambientazioni esterne/interne, sugli opposti tecnologia/tradizione, passato/futuro, e luci calde/fredde. Le mani sono un soggetto che ho più volte impiegato (il contatto), mentre una finestra chiusa per me segna il territorio di confine/accesso tra il dentro e il fuori. Nel gruppo, è emerso più di una volta il tema del varco, nel quale anch’io mi sono ritrovata. Il collage infatti permette di andare oltre le cose, oltre i loro confini, mettendo in comunicazione “i lontani”. Comprendo quanto questi lavori siano proiettivi, e quanto il collage riesca a farmi entrare in una dimensione molto appartata e introspettiva, molto vicina al centro di me stessa, facendomi vivere quest’esperienza secondo una maniera decisamente individualista. Questo naturalmente è quello che personalmente ho provato.

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Ogni volta, la partenza è sempre quella recettiva. Sfogliare, percepire, inglobare, e poi strappare, raccogliere e… azione! Prossima consegna: “scegliere” (accogliere) un colore, magari quello che prevale nelle immagini che stiamo osservando, e realizzare un collage seguendo una logica che dalla periferia muove verso il centro. Non secondo un preordinamento, ma lasciandosi trascinare da un’energia che gli stessi frammenti emanano, nelle loro sfumature, nel loro movimentarsi sul supporto (delle stesse dimensioni degli esercizi precedenti). Ancora senza forbici, ancora solo strappo e dunque libertà, liberazione dell’impulso. Mentre il giorno seguente, alla catarsi dello strappare, la docente ci ha fatto vivere la diversissima esperienza con le forbici (alla quale poteva venir comunque accostata la tecnica dello strappo). Al “primario” dell’inform(al)e strappo, ci viene data, ora, la possibilità di seguire i contorni delle cose, di muoverci attorno ad essi accedendo a quella dimensione “scontornata” della regolarità, degna del “secondario”. Che vuol dire anche più controllo, molto più controllo, che ci fa permanere, comunque e sempre, in quel flusso semi onirico che tanto ci trascina altrove e così dentro a noi stessi. Le forbici permettono di entrare nel dettaglio, di procedere con ulteriore lentezza, di stimolare la ricerca di un certo perfezionismo, anche. E di riflettere maggiormente nel creare le proprie associazioni. Molto poetica come esperienza. Pamela, dopo averci fatto vedere un’opera emblematica del dada Raoul Hausmann, ci ha chiesto di realizzare uno scenario tridimensionale, giocando dunque con i piani di profondità e la prospettiva. Un lavoro quindi improntato molto sullo spazio e sugli oggetti, sulle figure che, ora, possono venir doviziosamente scelte e ritagliate.

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Partenza. Fase recettiva e poi via, ognuno, con le proprie personalissime connessioni. Il formato. Quello cartolina oppure anche più grande, a seconda delle esigenze che potevamo avere. Scelgo un formato A4, che trovo perfetto per comporre il mio “quadro” onirico. Le parole chiave di questo mio collage possono essere così riassunte: inquietudine – percorso – costellazioni di luce – dicotomie basso/alto, passato/futuro. Ancor più che nella realizzazione dei precedenti lavori, ho vissuto l’esperienza del collage come un qualcosa di estremamente introspettivo. L’utilizzo delle forbici porta alla ricerca del dettaglio, sia come raggiungimento di una precisione dei contorni, sia come modalità per catturare qualcosa di assolutamente ben definito che lo strappo non permette certo di ottenere. Ho comunque voluto usare anche lo strappo perché lo trovo a me affine, sia come azione che come dimensione capace di trattenere molto vissuto, andando a includere quella temporalità che, secondo me, viene sottratta dalla definizione dello scontorno. Ciò che mi ha colpito maggiormente è stata la condizione emotiva e psicologica al quale questa tecnica porta. Ho vissuto un intenso raccoglimento in me stessa e un lavorio riflessivo tale da sentirlo decisamente elaborativo già nella ricerca (cattura) stessa degli elementi, capaci di evocare le sensazioni e i concetti che via via si creavano. Come un flusso. Per me molto onirico, sia nei rapporti proporzionali (o meglio, ben poco proporzionali in quanto non ne ho sentito l’esigenza), che nelle connessioni emotive e di significazione tra le immagini da me scelte per il mio scenario interiore. L’ultima verbalizzazione è stata oltremodo suggestiva. Vedere i collage di tutte noi appesi a quel muro bianco, è stato come compiere una mostra collettiva del proprio sentire, del proprio essere. Separati ma nel contempo uniti, gli uni di fianco agli altri. E in quell’ordine, in quelle strutture, in quei rapporti fra quei ritagli, ognuno di noi ha espresso la propria dinamica espressiva. Il proprio essere al mondo. In comunicazione con quello dell’altro. Protetti e nel contempo esposti. Come un grido e un silenzio al contempo. E questo è davvero meraviglioso.

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Questo laboratorio, che tanto ha avuto a che fare con la meraviglia e con la comprensione e il confronto tra di noi, si è concluso con la realizzazione di un collage tridimensionale. Da una grande borsa, Pamela estrae una alla volta, con quella sua grazia e leggerezza, i vari supporti che ognuno di noi avrebbe dovuto scegliere. Stavolta un tema, ben preciso: “Lo spazio della cura”. Una conclusione che, per il tema accuratamente scelto dalla docente, si rivela essere un compimento e una rivelazione significativa di tutto il nostro percorso. La cura.

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Un grazie a Pamela, al suo saperci “accudire” in modo così empatico, sensibile e attento, e con tutta la sua competenza e bravura che per noi, ogni volta, diviene preziosa trasmissione di sapere ed esperienza. Ogni volta, ad ogni laboratorio, si impara sempre un po’ di più. Per se stessi ma soprattutto per gli altri.

Il senso di tutto questo è qui ma è anche e soprattutto in quell’altrove che, così acutamente, la nostra docente Pamela Palomba ha voluto scegliere come tema conclusivo: “lo spazio della cura”.

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Sabrina Tabarelli

Autore: Sabrina Tabarelli

Dopo la Maturità d’arte presso l’Istituto Statale d’Arte di Trento, ho proseguito gli studi artistici conseguendo la Laurea in Dams indirizzo Arte Contemporanea presso la Scuola di Lettere e Beni Culturali dell’Università di Bologna con una tesi monografica dal titolo Scanavino e l’Informale. Sin da piccola nutro una forte passione per la scrittura creativa (racconti e poesie) dedicandomi, di recente, anche alla stesura di brevi saggi critici e biografie per amici e conoscenti (soprattutto nell’ambito della pittura). Nel 2013 ho pubblicato due miei racconti all’interno della collana “Nuovi Autori di Racconti” Casa Editrice Pagine, Roma. Dal 2014 collaboro con il quotidiano on-line La voce del Trentino nella sezione Arte e Cultura curando recensioni di mostre e articoli prevalentemente d’arte contemporanea. Coltivo inoltre una grande passione per la fotografia digitale (soprattutto b/n) che pratico da anni a livello amatoriale ricercando in essa una dimensione espressivo artistica, fortemente emotiva. Amo la lettura (in particolare testi di approfondimento di storia dell’arte, psicologia e romanzi giapponesi), il cinema (d’essai, drammatici, gialli psicologici; adoro David Lynch), la musica (dalla new age all’elettronica, dal neoclassical e la minimal al synthpop, dalla new wave al neofolk e altri generi; tra i cantautori italiani, ho nel cuore Battiato), la natura e gli animali (tutti, ma soprattutto i gatti).

La psicologia e l’arte possono essere considerate le chiavi della mia vita.

Da sempre, sin dall’adolescenza, sentivo forte l’esigenza di poter impiegare la mia sensibilità in una professione d’aiuto che coniugasse l’arte e la psicologia. Grazie ad Artedo, la possibilità di intraprendere questo percorso, profondo e delicatissimo, è divenuta realtà. Un viaggio che, passo dopo passo, in quel cammino verso gli altri, già sta plasmando la mia esistenza. Profondamente.

La crescita interiore e l’esplorazione di se stessi è un viaggio che non ha fine…

Iscritta ad Artedo dal primo ottobre 2015 al Corso di specializzazione in Arteterapia. Attualmente iscritta presso la Scuola  Artedo di Arti Terapie di Verona. 

Nata a Bolzano, vivo tra Trento e Bologna.

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