Da ottobre a luglio. Dodici laboratori e un workshop. E l’inizio di un percorso

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I laboratori di arteterapia che ho frequentato in questo mio primo anno sono stati dodici. Fra Trento e Verona. Dodici esperienze fatte di vissuti emozionali, di pensieri che assumono sostanza, di sensazioni che prendono forma nello spazio, trovando, a volte, permanenza nelle realizzazioni realizzate durante queste entusiasmanti “avventure”. Dai laboratori di arte a quelli di musica, sfiorando la danza durante un workshop (organizzato da Artedo Bologna), ho plasmato e modellato la mia interiorità. Con le mani e col pensiero. In quel processo di strutturazione crescente che, pur nella variabilità delle tecniche usate durante i laboratori, diventa filo continuo, ragnatela intricata, fitta, ma nel contempo ordinata, geometricamente meravigliosa nelle sue configurazioni fatte di elementi interconnessi, legati gli uni agli altri. Sì, perché tutto ritorna. Ogni elemento, come un frammento di un puzzle “caleidoscopicamente” in mutazione ma che mai rinnega se stesso, si slega e si riallaccia agli altri, si ritrae per poi riemergere, in quel processo senza soluzione di continuità che muove alla costruzione della propria vera identità, della propria vera voce. Quella che sta dentro ognuno di noi e che preme per emergere e farsi suono, colore, forma plastica, movimento… Ho usato l’espressione “tutto ritorna” nell’accezione che per me, per la mia esperienza, rappresenta una delle tante chiavi di lettura per comprendere ciò che mi accade, ciò che vivo.

Da ottobre a luglio, sono passata, come di fiore in fiore, di laboratorio in laboratorio, con quella sete di conoscere, di esperire e di volermi mettere alla prova, vivendo sulla pelle e nelle viscere le sensazioni che di volta in volta queste esperienze mi hanno saputo donare. Laboratori da vivere con le mani e sulla pelle dei propri pensieri, fino ad arrivare giù, nei recessi di quell’interiorità che ogni volta urla per voler uscire, prega per venir lasciata danzare libera, come libera ogni volta si rivela essere la sua forma che trasmuta da un materiale all’altro, da un’espressione ad un’altra. Ma tutto torna. Sempre. E questo, ho iniziato a notarlo maggiormente negli ultimi mesi, durante gli ultimi laboratori frequentati. Una linea che insistentemente si ripropone, un colore che domina, una forma che nasce dalle proprie dita, un movimento che è sempre più familiare… è come se ciò che accade cambiasse d’abito ma non sostanza. E con sostanza intendo proprio quella “voce” di cui parlavo prima, quella voce che si è costruita nel tempo e che ora dunque è diventata polifonia esistenziale in quanto “suona” i tasti delle nostre esperienze, dei nostri ricordi più forti, dei nostri vissuti che sono radici della propria identità, del proprio essere al mondo. Il colore rosso che ogni volta mi chiama. E’ lì, fra mille altri colori, tra i pastelli a cera o quelli ad olio, tra le tempere o le matite colorate. Io lo cerco quasi sempre. La linea curva, ogni volta cambiando la propria declinazione, ritorna e si fa avvolgente, magari più tersa o invece più intricata, fluente o esplosiva ed irruente, morbida oppure aggressiva. Afferri il materiale, ti immergi nel tuo foglio come fosse il tuo oceano o il tuo abisso e poi, quando hai finito, alzi gli occhi e ti confronti con gli altri. Quante varianti, quante diverse declinazioni. La bellezza della variabilità è bellezza dell’unicità.

Vivere i laboratori è infatti anche condivisione, dei propri stati d’animo, dei propri moti interiori che assumono le forme che sono proprie dell’arte. Ogni volta, e qui il riferimento va’ ai laboratori specificamente di arteterapia, i lavori, una volta terminati, vengono riuniti a creare un cerchio oppure ad istoriare un muro prima bianco e asettico che si veste di accensioni cromatiche e di emozioni. Di vita. Ogni volta questo mi emoziona, mi fa sentire meno sola, mi fa percepire quanto le persone siano vive. Troppo spesso, nella vita, siamo circondati dall’incomunicabilità e dalla paura di esporsi, di essere veramente se stessi, in quel timore e al contempo con quel desiderio, più o meno consapevole, del dialogo e del confronto con l’altro. E dunque, qui, in questi laboratori, dinamiche solidali vs quelle competitive ed egoistiche. L’espressione rinfresca le persone, le anima da dentro. E questa è la meraviglia dell’arte e dell’arteterapia che di essa ne fa uso servendosi della sua preziosa mediazione. Credo profondamente nella solidarietà e, nel mio piccolo, nel mio minuscolo universo, lotterò per vivere nel rispetto dei miei principi umani ed etici. Questo percorso che ho iniziato l’anno scorso non è per me un mero percorso scolastico ma un percorso esistenziale che mi offre la giusta tenacia e motivazione per perseguire quella che spero con tutto il cuore diventerà la mia professione.

Ci sono cose che stanno in noi ma che possono emergere solo quando si hanno i giusti strumenti. Tra le tante vie che una persona può scegliere, è giusto che ognuno scelga e segua quella che maggiormente sente affine a se stesso. Solo così penso potrà sentirsi appagato della propria vita e riuscire a dare qualcosa agli altri. Nella relazione d’aiuto ritengo questo sia principio fondamentale. E’ una fede. In se stessi e negli altri. Io la vivo così.

Dodici laboratori dunque. Siamo arrivati a luglio e il tempo è trascorso decisamente veloce, segnato dall’intensità, dalla concentrazione emotiva ed intellettuale che ho investito in questo mio primo anno e che ho fatto emergere anche attraverso la scrittura, tramite la recensione di alcune esperienze laboratoriali. Felice di poter esserci anche in questo blog. Per me è una testimonianza del mio passaggio, la minuscola traccia di queste mie esperienze che mi stanno arricchendo ulteriormente e che, sempre, mi fanno riflettere. Continuamente. Essendo la scrittura parte di me, da anni, agire con le mani, in arteterapia, mi dà modo di materializzare in altro modo ciò che sento dentro aumentandone ulteriormente la consapevolezza. Questa, rimane sempre una delle parole chiavi più importanti per la mia vita e per ciò che io intendo come percorso. I materiali che usiamo durante i laboratori sono gli strumenti per animare e dissotterrare ciò che quotidianamente serpeggia in noi stessi. Sono come una sorta di amo capace di afferrarli e trattenerli per poi, mi piace immaginare così, venir nuovamente lasciati liberi di essere, di potersi muovere e manifestare con forme che andranno a costituire quella struttura che compone ogni persona. Ma più consapevolmente, con maggior coscienza e capacità introspettiva. Senza la quale risulterebbe estremamente difficile, secondo me, predisporsi all’altro in quanto sono convinta che per sentire la voce dell’altro non sia possibile non aver prima sentito e ascoltato la propria. E questo è un percorso che personalmente sento appartenermi e che, ogni giorno, dà senso alla mia esistenza.

Dall’uso dei mezzi grafici all’argilla, dagli strumenti musicali al movimento del corpo con la danza, tutto prende la propria forma che è la propria sostanza e si trasforma in quanto viene messa in movimento, viene ascoltata, toccata, plasmata, colorata, suonata, resa movimento e così via… il linguaggio dell’arte libera la propria creatività e la propria energia vitale. E questo l’ho sentito enormemente ogni volta, ad ogni esperienza di laboratorio. Apprezzo molto anche l’offerta varia, la possibilità di spaziare e di accostarsi a ciò che più sentiamo giusto per noi. Musicoterapia attiva oppure recettiva, modellazione dell’argilla, pittura o collage, o danza… mai una volta sono rimasta delusa da queste esperienze. Ogni volta mi restituiscono parte di me e degli altri. Condivisione, appunto, e dunque rispecchiamento ed empatia, dialogo con se stessi e con gli altri. Mi piace osservare ciò che gli altri realizzano e ritengo sia importante l’ascolto, nel senso più ampio del termine, in quanto predispone noi tutti al focus della nostra professione. Come dicevo più sopra, ho notato, durante il corso dei laboratori, nella loro successione, un filo conduttore nei miei lavori. La scrittura mi permette una dimensione di elaborazione di cui ogni giorno necessito, non solo per pensare ma anche per far emergere e per “toccare”, rendendolo visibile, ciò che sento dentro. Le parole sono forme anch’esse e sono un pozzo inestimabile al quale attingere per poter far emergere se stessi. Certo, la scrittura è vissuta da me in un mondo individuale, a differenza di quello laboratoriale che si fa collettivo e che quindi fa rientrare ulteriori dinamiche, diverse e decisamente arricchenti anche da un punto di vista relazionale e dunque si rendono una “palestra” per la futura professione.

L’affondo in se stessi può essere a volte fin troppo pesante e doloroso ma necessario e penso che, per crescere diventando sempre, passo dopo passo, più consapevoli di se stessi, sia un percorso imprescindibile. Il mio foglio che si riempie di segni spesso quasi incisi e di colori vivaci e contrastati, è il “giardino”, lo spazio privato e ben delimitato, dove ogni volta far sorgere (e risorgere) le mie emozioni. Come con la scrittura, attraverso i gessetti, i carboncini neri, i pastelli ad olio rossi e blu e neri o gialli e i pastelli viola e ancora rossi, neri ecc. sento di liberare quel potenziale che urla per poter fuoriuscire. La sensazione di benessere è percepita dapprima per la scarica emozionale che l’attività stessa è in grado di offrirti, in quanto è la tua voce che si fa suono, è l’energia che si rapprende per farsi sostanza nel colore e nelle forme, nei giochi compositivi e nei silenzi che spesso “animano” questi laboratori. Mentre poi muta, si trasforma, diventando riflessione, pensiero e dunque elaborazione e rielaborazione in un processo suscettibile di modificarsi nel tempo poiché la vita, sempre, non è entità statica bensì in movimento.

Uno degli ultimi laboratori, che mi ha colpito molto è stato quello del collage. Ed ecco che tutto torna, come dicevo prima. Non mi appare nuovo, in quanto, come posso dire, i miei disagi me li sono fatti “un po’ amici” e dunque convivono con me, ed io, dialogando con essi, vengo quotidianamente a contatto con loro, con queste ombre che non possono mai fare a meno della luce per esistere in me. Forse potrei dire che sono confidenziale con la mia interiorità. Non temo troppo la mia fragilità e comunque cerco, sempre, e a volte non è per niente facile, di incanalarla, di trasformarla in energia attiva, “resiliente”. Amica più che nemica dunque. E durante i laboratori questo dialogo prosegue e si fa sempre più serrato, più intenso e più necessario. Un dialogo che, come un diario, fa parte della mia vita, mi scava sempre più dentro, nel desiderio, sempre, di nuotare nelle acque, non troppo calme, della mia interiorità, da quelle più in superficie, rischiarate dalla luce, a quelle più fonde e immerse nell’oscurità. La ricerca di se stessi dura all’infinito. Quell’infinito che può terminare soltanto al terminare della vita stessa…

Negli ultimi laboratori sono emersi degli aspetti molto profondi nei miei elaborati, aspetti che mi hanno generato anche dolore, e dei quali ne riconosco la loro identità e la loro provenienza. Ma vederli liberarsi e trasformarsi in questi “giochi di colore e di linee” è una meraviglia ogni volta. Puoi guardare il tuo dolore, la tua sofferenza con occhi ogni volta sempre diversi, e l’arte ti è così amica e rassicurante in questo. Ti accompagna, ti accudisce, ti protegge, ti incoraggia al fare che in arteterapia è sinonimo di essere. Durante i laboratori, a parte gli appunti, amo scrivere, prendendo nota dei miei stati d’animo, delle sensazioni che man mano provo durante la realizzazione dei manufatti o, nel caso della musica, durante la mia esecuzione degli strumenti. In arteterapia sono tutti strumenti e sono potentissimi. Tutto, senza di noi, rimarrebbe inerte se non fosse messo in movimento e trasformato. E questo è, sin da subito rigenerativo in quanto poggia anche su quel senso di autoefficacia così sensibile durante queste attività… ed è non soltanto una modalità che permette di dar fuoco all’autostima, di cui tutti noi penso necessitiamo, chi più e chi meno, ma è anche, più profondamente, la modalità per dire “io ci sono”, “io esisto”. “Io sono qui, ora”. Cercando, pian piano, di prendere le redini della propria esistenza.

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Sabrina Tabarelli

Autore: Sabrina Tabarelli

Dopo la Maturità d’arte presso l’Istituto Statale d’Arte di Trento, ho proseguito gli studi artistici conseguendo la Laurea in Dams indirizzo Arte Contemporanea presso la Scuola di Lettere e Beni Culturali dell’Università di Bologna con una tesi monografica dal titolo Scanavino e l’Informale. Sin da piccola nutro una forte passione per la scrittura creativa (racconti e poesie) dedicandomi, di recente, anche alla stesura di brevi saggi critici e biografie per amici e conoscenti (soprattutto nell’ambito della pittura). Nel 2013 ho pubblicato due miei racconti all’interno della collana “Nuovi Autori di Racconti” Casa Editrice Pagine, Roma. Dal 2014 collaboro con il quotidiano on-line La voce del Trentino nella sezione Arte e Cultura curando recensioni di mostre e articoli prevalentemente d’arte contemporanea. Coltivo inoltre una grande passione per la fotografia digitale (soprattutto b/n) che pratico da anni a livello amatoriale ricercando in essa una dimensione espressivo artistica, fortemente emotiva. Amo la lettura (in particolare testi di approfondimento di storia dell’arte, psicologia e romanzi giapponesi), il cinema (d’essai, drammatici, gialli psicologici; adoro David Lynch), la musica (dalla new age all’elettronica, dal neoclassical e la minimal al synthpop, dalla new wave al neofolk e altri generi; tra i cantautori italiani, ho nel cuore Battiato), la natura e gli animali (tutti, ma soprattutto i gatti).

La psicologia e l’arte possono essere considerate le chiavi della mia vita.

Da sempre, sin dall’adolescenza, sentivo forte l’esigenza di poter impiegare la mia sensibilità in una professione d’aiuto che coniugasse l’arte e la psicologia. Grazie ad Artedo, la possibilità di intraprendere questo percorso, profondo e delicatissimo, è divenuta realtà. Un viaggio che, passo dopo passo, in quel cammino verso gli altri, già sta plasmando la mia esistenza. Profondamente.

La crescita interiore e l’esplorazione di se stessi è un viaggio che non ha fine…

Iscritta ad Artedo dal primo ottobre 2015 al Corso di specializzazione in Arteterapia. Attualmente iscritta presso la Scuola  Artedo di Arti Terapie di Verona. 

Nata a Bolzano, vivo tra Trento e Bologna.

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