La mediazione come porta verso la conoscenza di sè. La mediazione come accesso alla realtà. Laboratorio Artedo Trento. Condotto dal prof. Niccolò Cattich, 21-22 maggio 2016

dramm_music_top

Laboratorio interamente dedicato ad un’utenza specifica: le persone sofferenti di schizofrenia. Un laboratorio che ho sentito molto completo in quanto realizzato mediante una commistione tra apparato nozionistico e attività pratica. Dalle nozioni sulla specificità della malattia psichiatrica, il laboratorio ha avuto dei momenti di musicoterapia attiva alternati a quelli di recettiva, così come ha avuto spazi di attività condivise alternate ad altre decisamente intimiste. Molto intenso quindi.

Il professore ci ha dato i rudimenti per orientarci nel mondo della psicosi e nello specifico nella schizofrenia, in quanto grave disturbo psicotico. In generale, la psicosi, ci è stato spiegato, è una condizione in cui si attua una perdita dell’esame di realtà, ovvero il pensiero e la percezione della realtà (interna ed esterna), da parte di chi ne è affetto, risulta incoerente e non corrispondente con quanto definito reale. La perdita del contatto con la realtà comporta un’indifferenza a ciò che accade, un modo di reagire agli eventi in modo incoerente e assurdo, oltre che la tendenza all’isolamento in un mondo incomprensibile agli altri. Risultano quindi compromessi tutti gli aspetti della vita del paziente, compresa quella relazionale la quale viene sconvolta e deteriorata profondamente. La sua insorgenza può essere acuta (più benigna), ad esempio in seguito ad un trauma subito, oppure può seguire un decorso progressivo manifestandosi nella perdita graduale, ma inesorabile, di neuroni. La personalità subisce una destrutturazione e la persona soffre di un lavorio psichico molto complesso incapace di darle tregua.

Il ruolo dell’operatore con i pazienti schizofrenici, e più in generale con i pazienti psichiatrici, è principalmente quello di accompagnare queste persone sofferenti alla vita. Che significa ascolto e comprensione ma significa anche cercare di farli avvicinare al reale, ma tutelandoli e proteggendoli, per garantir loro una certa gratificazione e dignità umana assolutamente imprescindibile.

Il docente ha poi accennato all’utilizzo di tutte le discipline artiterapiche, relativamente al loro possibile utilizzo con questa specifica utenza: se nell’Arteterapia (arti visive) il lavoro è di integrazione (come aiuto a ricomporre parzialmente il senso di realtà) e di narrazione (ma come intervento, quest’ultimo, psicoterapico e dunque specificamente terapeutico), nella Musicoterapia recettiva (anche tramite l’ausilio delle stoffe) si tratta di compiere un percorso di riattivazione del mondo affettivo e quindi pertinente al campo della riabilitazione neuro-psicologica, oltre che psicosociale, come recupero della propria identità. Sul piano corporeo, tramite la Danzamovimentoterapia, il lavoro si basa invece sulla psicomotricità evitando però, qui come altrove, di portare i pazienti a perdere l’orientamento e a vagare in quanto necessitano, al contrario, di ristabilire un contatto con la realtà e non, viceversa, a distanziarsene. Nel caso della Teatroterapia, le sue applicazioni, attivanti o riabilitative, sono applicazioni ad una realtà accessibile, facilmente riconoscibile dal paziente e dunque realistica e concreta.

Dunque, la realtà. Portare alla realtà. Che è quella di tutti i giorni, quella quotidiana, quella che ha perso la sua coerenza e la sua aderenza al vero, che appare distorta e capace, proprio per le percezioni aberranti causate dalla patologia, di far soffrire moltissimo il paziente…

Poi una sorpresa durante il laboratorio, una cosa inaspettata. Il professore, a un certo punto, ci chiede se ci piace cucinare e, successivamente, cosa avremmo voluto cucinare. Una ricetta. Sì, una ricetta di cucina. Pasta alla carbonara, aggiudicato! Acqua, sale grosso, pasta corta, pancetta, uovo intero, pepe nero e pecorino. Passo dopo passo, grazie alla mediazione simbolica degli strumenti musicali rappresentanti ciascun ingrediente, abbiamo così creato una drammatizzazione sonoro-musicale. Tramite questa esercitazione, nel contesto ludico proprio dell’arteterapia, si può offrire ai pazienti una modalità alternativa ed efficace di approccio al reale. Un reale, dunque, filtrato dalla rappresentazione, dalla drammatizzazione. E siamo nel contesto riabilitativo. Grazie a questa modalità, compiere un’attività, che definirla “semplice” sarebbe azione discriminante e irrispettosa, come cucinare un piatto di pasta, per il paziente affetto da schizofrenia significa moltissimo. Significa conquista di un pezzo di autonomia, di capacità di autogestirsi, di tenere a freno quella miriade di pensieri devastanti anche per il loro insidioso martellamento, e dunque significa già riconquista della propria dignità. Della propria umanità nel mondo. In quella realtà che per loro risulta così confusa, e, in definitiva, così dolorosa. Ecco cosa significa accompagnarli alla vita. Accompagnarli un po’ più nel reale, dentro e al di fuori di se stessi. Io con lo jambe ho dato il via alla rappresentazione. Il concerto, le nostre polifonie date da noi tutti hanno creato una pasta buonissima, viva e piena di umanità, condita dell’indispensabile dignità.

Il punto d’inizio di questo laboratorio è avvenuto tramite la musicoterapia attiva, di gruppo. Un momento speciale, quello iniziale, anche per il suo potere aggregativo e coesivo perfettamente pertinente a dare l’avvio a tutta l’attività laboratoriale lunga un intero week-end. Insieme. Tutti in cerchio e gli strumenti musicali al centro. Simulazione, alla presenza di un terapeuta e di un co-terapeuta rappresentati da due di noi in formazione. Ricordo un momento davvero intenso, un dialogo molto forte nel gruppo dato da quell’energia che per attimi, che ogni volta mi sembrano prolungarsi secondo una temporalità di cui perdo le coordinate, fluisce come un fiume in piena tra crescendo e diminuendo della musica che s’innalza e piroetta tra noi. La possibilità di far intervenire anche un osservatore, ci viene spiegato, è utile per dare un ulteriore rimando al gruppo, in modo da far sentire ognuno importante e dunque riconosciuto. Un setting, questo, funzionale in vari contesti, quale ad esempio quello delle disabilità intellettive. Durante il laboratorio, il professore poi ci illustra dei concetti chiave applicabili non solo specificamente alla musicoterapia ma all’arteterapia in generale e dunque estremamente preziosi per tutti noi. Il contenimento e l’incoraggiamento.

Contenimento vuol dire rassicurazione, intesa come modalità grazie alla quale il paziente possa sentirsi valorizzato e dunque accolto e ascoltato ma contenimento significa anche saper intervenire correttamente in certi contesti al fine di moderare, ad esempio, un comportamento che risulta disturbante per il gruppo (nel caso della musicoterapia, un paziente che, per esempio, suona in modo troppo forte). Inoltre, contenimento vuol dire anche saper compiere un gesto significativo in grado di dare un preciso e giusto feedback al paziente per consapevolizzarlo di un suo dato comportamento. L’incoraggiamento si muove anch’esso, e più specificamente, nella dimensione della valorizzazione ed entrambi risultano fondamentali e fondanti l’aspetto relazionale in un setting di arteterapia.

Lo spazio della verbalizzazione è altrettanto importante in quanto, il passaggio dal non-verbale al verbale, per il paziente, diventa occasione e stimolo per un’alfabetizzazione emotiva andando a confermare anche la propria identità che, nella dimensione di condivisione in arteterapia, viene posta a confronto, ed incontro, con gli altri. L’interazione col gruppo è anch’esso lavoro nella realtà, di carattere riabilitativo, nel porre il paziente a prestare attenzione a quanto gli accade attorno, e dunque nel reale, al di fuori di sé e quindi al di fuori anche di tutta quella ridondanza e riverberazione presente nella sua mente. L’arteterapia aiuta, in questi casi specifici, a recuperare il più possibile lo psichismo in modo sostenibile e non stressante (come sarebbe invece, al contrario, nel caso della modalità verbale). Il non-verbale, a differenza del verbale, è da loro percepito in modo fluido, senza apporvi resistenze, sentendolo dunque scorrere in loro.

Ai momenti di musicoterapia attiva si sono intervallati quelli di musicoterapia recettiva tramite l’ascolto di scalette di quattro brani ciascuna, portate dal professore e poi da alcuni allievi. La recettiva aiuta a favorire l’emergenza di aspetti interiori permettendo al paziente di venirne a contatto e conseguentemente raggiungere una maggior conoscenza e consapevolezza di se stesso. Ciò è tanto più importante nel caso di una patologia come la schizofrenia dal momento che porta progressivamente il paziente ad un appiattimento cognitivo ed emotivo e dunque l’arteterapia, navigando in direzione opposta, è in grado di favorire una maggior percezione di se stessi e della propria persona in quanto identità.

Il play dà il via ai brani, uno di seguito all’altro. E si apre un mondo, anzi, un universo. Suoni della natura, acqua che scorre, flusso, energia interiore, carezza per l’anima, ritmo fluido come un respiro, introspezione, giocare con i raggi di luce danzando in una sfera bianca. Altro brano, altre sensazioni, altri vissuti, notevolmente diversi se non opposti. Dissidio, qualcosa che travolge a cui si cerca di resistere, austerità, luce scura, avvolgimento denso, solitudine e introversione implosiva, atmosfera notturna e ansia, pennellate intense su fondi scuri.

La musica fa volare dentro di sé, a volte è un volo alto mentre altre volte è un volo basso, raso terra e poi ancora più giù nelle profondità di noi stessi. Ognuno ritrova in essa qualcosa che gli appartiene innescando dunque quel processo di riconoscimento di aspetti di sé conosciuti o, al contrario, non noti, trascurati o addirittura rinnegati. E’ entrare in contatto con dimensioni che noi interpretiamo come piacevoli e familiari, rasserenanti oppure dolorose, fastidiose, inquietanti. Sono aspetti che, grazie all’analogico emergono, si attivano in quanto stimolate, in quanto “chiamate” a venire a galla, e dunque rese accessibili, in modo diverso per ciascuno di noi e in modo più o meno profondo, alla nostra coscienza. E’ un processo, inoltre, trasformativo in quanto, grazie anche, e soprattutto, al confronto col gruppo, certe sensazioni possono venir vissute in modo diverso, percependole da un’angolazione differente in grado di cambiarne il senso e dunque il significato ad esse associato. La rabbia, ad esempio, vissuta attraverso la mediazione musicale, può venir percepita, anziché in modo distruttivo, come un’energia attivante e propulsiva, esplosiva. Ne consegue quindi che la percezione ne esce trasformata e gli aspetti più problematici vengono resi sostenibili. Emersione, confronto con gli altri, riconoscimento, identità. Un lavoro, quello artiterapico, che scava dentro e scavando plasma, risana, trasforma, a livelli più o meno profondi, anche a seconda dei tempi e del contesto.

Sono rimasta particolarmente colpita da una modalità applicativa della musicoterapia recettiva che il professore ci ha proposto a un certo punto del laboratorio. Tale attività prevede la possibilità di ottenere, da parte dei componenti di un gruppo, un rimando capace di restituire l’immagine che il gruppo ha di una data persona. “Sanvean (I am your shadow)” di Lisa Gerrard è stato uno dei brani proposti ed è stato il brano che, quasi all’unanimità da parte del gruppo, mi ha associata (nello specifico, su tre persone, ho ricevuto il maggior “punteggio”). Al brano ognuno di noi doveva affiancare, oltre al nome delle persone “prescelte”, tre parole (anche sostantivi). Molto intensa come esperienza, in quanto le persone ti fanno vivere attraverso il brano che rimane un filtro tra te e loro, la mediazione… Intensità, sacralità, profondità ma in ombra, sacrificio, forza, tranquillità, carattere, solennità, presenza, sono alcune parole che ho desiderato trascrivere nel momento in cui i miei compagni le nominavano. Era possibile nominare anche se stessi se in esso, nel brano, ci si sentiva rappresentati. E infatti è ciò che ho fatto. Quello che a me ha restituito il brano è racchiuso in queste parole… profondità, potenza, oscurità, luce e ombra, sacralità, trascendenza, dentro e oltre, spiritualità, intensità del sentire, malinconia, severità, trasparenza, condensazione, dolore, notte, fiamma, consapevolezza, solitudine…

dramm_music_1

Weekend 21-22 maggio 2016 – Musicoterapia – Trento

Docente: Niccolò Cattich

Titolo del laboratorio: Drammatizzazione sonoro-musicale

Monografico sulla schizofrenia esemplare

Materiali: strumentario Orff

Parole chiave:

energia, catarsi, dialogo, ritmo, sintonia, sincronia, ascolto, gestualità, occhi, sorriso, tolleranza, pazienza, immaginazione, soggettività, identità, esplorazione, conoscenza, contenimento, rassicurazione, incoraggiamento, valorizzazione, stimolo, realtà

edizioni-circolovirtuoso-logo-sito

(Visitato 114 volte, 1 visite oggi)
Sabrina Tabarelli

Autore: Sabrina Tabarelli

Dopo la Maturità d’arte presso l’Istituto Statale d’Arte di Trento, ho proseguito gli studi artistici conseguendo la Laurea in Dams indirizzo Arte Contemporanea presso la Scuola di Lettere e Beni Culturali dell’Università di Bologna con una tesi monografica dal titolo Scanavino e l’Informale. Sin da piccola nutro una forte passione per la scrittura creativa (racconti e poesie) dedicandomi, di recente, anche alla stesura di brevi saggi critici e biografie per amici e conoscenti (soprattutto nell’ambito della pittura). Nel 2013 ho pubblicato due miei racconti all’interno della collana “Nuovi Autori di Racconti” Casa Editrice Pagine, Roma. Dal 2014 collaboro con il quotidiano on-line La voce del Trentino nella sezione Arte e Cultura curando recensioni di mostre e articoli prevalentemente d’arte contemporanea. Coltivo inoltre una grande passione per la fotografia digitale (soprattutto b/n) che pratico da anni a livello amatoriale ricercando in essa una dimensione espressivo artistica, fortemente emotiva. Amo la lettura (in particolare testi di approfondimento di storia dell’arte, psicologia e romanzi giapponesi), il cinema (d’essai, drammatici, gialli psicologici; adoro David Lynch), la musica (dalla new age all’elettronica, dal neoclassical e la minimal al synthpop, dalla new wave al neofolk e altri generi; tra i cantautori italiani, ho nel cuore Battiato), la natura e gli animali (tutti, ma soprattutto i gatti).

La psicologia e l’arte possono essere considerate le chiavi della mia vita.

Da sempre, sin dall’adolescenza, sentivo forte l’esigenza di poter impiegare la mia sensibilità in una professione d’aiuto che coniugasse l’arte e la psicologia. Grazie ad Artedo, la possibilità di intraprendere questo percorso, profondo e delicatissimo, è divenuta realtà. Un viaggio che, passo dopo passo, in quel cammino verso gli altri, già sta plasmando la mia esistenza. Profondamente.

La crescita interiore e l’esplorazione di se stessi è un viaggio che non ha fine…

Iscritta ad Artedo dal primo ottobre 2015 al Corso di specializzazione in Arteterapia. Attualmente iscritta presso la Scuola  Artedo di Arti Terapie di Verona. 

Nata a Bolzano, vivo tra Trento e Bologna.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *