Trasformazione. Identità e forma. Laboratorio Artedo Verona. Condotto dai docenti Axel Rütten e Pamela Palomba, 9-10 luglio 2016

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Trasformare, ricreare, rinnovare, sbloccare. Aprire un varco, quello spazio di speranza imprescindibile ad ogni processo di cambiamento. L’identità è la forma. Che ha una sua struttura, ha dei contorni e una sostanza. E’ la forma che tutti noi abbiamo, è la forma con la quale il paziente giunge in atelier, innanzi a noi. La docente, proseguendo nella lezione, ci spiega che l’incontro con l’altro è incontro con l’umanità che è relazione, che è paura, forza, resistenza, limiti… La forma è corpo fisico, è mente e dunque pensiero, è respiro e, naturalmente, emozioni. Può essere flessibile o può essere rigida. Ed entrambi i casi, flessibilità e rigidità, non essendo degli assoluti positivi o negativi, si devono analizzare nella loro componente che può essere funzionale o disfunzionale. Quando funzionale, vi è sostegno, quando è disfunzionale vi è ostacolo o labilità. Trasformazione, ovvero trans – form – azione, dove trans è indice di attraversamento (movimento diagonale) e azione è attività e creazione (movimento verticale). Forma, movimento orizzontale. Transazione è movimento che integra nuovi spazi e nuovi punti di vista con quelli precedenti e dunque è integrazione (a questo stadio del processo il movimento si caratterizza come combinazione della diagonale, verticale e orizzontale). La forza della diagonale è energia che reagisce, rimuove, trasforma.

Si tratta di lavorare sull’identità e dunque sul consolidamento dell’Io. Sulla strutturazione, di contro alla destrutturazione interiore (è il caso della flessibilità disfunzionale) che porta la persona a sentirsi insicura di se stessa e delle proprie scelte. L’Io debole lascia segni deboli della propria presenza. Allo stesso modo, sull’altro versante, prosegue la docente, si deve lavorare sul fluidificare quella che può essere una sorta di calcificazione a livello dell’Io, come identificazione negativa in una data situazione che va smossa, riattivata, rinnovata, per giungere a quella trasformazione in grado di apportare benessere al paziente.

Il terapeuta è colui che, avendo una ferita che è varco, passaggio tra il dentro e fuori, è colui che prova dolore, anche molto dolore. L’inclusione dell’altro in quello spazio d’ascolto è il cuore del processo in arteterapia. Empatia, proiezioni, resistenze, paura, dolore… e limiti dei quali è fondamentale averne la consapevolezza. Quanto infinito e quanta finitezza dunque…

Cinque riquadri. Una struttura particolare. Un riquadro in alto, tre al centro e uno in basso, sulla destra. Uno spazio-tempo fatto di zone ben precise dunque. Spinta verso l’alto e quindi azione, orizzontalità e verticalità ma verso il basso che è quindi, tra le tre, quella più intra, più interiore.

Inizio dal riquadro più in basso, quello in basso a destra. Mi viene naturale partire da qui, dal punto più in fondo, dall’ ”abisso” dove tutto ha inizio, dove tutto parte. Sfondo rosso, intenso, carminio (amo il rosso carminio) e quadrato nero, imponente sì ma con un “cuore” al suo interno, fatto di luce aranciata. Quadrato che, come scatola cinese, ne contiene altri, sempre più piccoli. Radici della profondità. Riflessioni, accadimenti, eventi. Fondamenta del proprio esistere, del mio esistere. Da qui proseguo senza stacco, con continuità, verso l’alto, ai tre riquadri orizzontali nei quali si sviluppa una sorta di espansione che è crescita, evoluzione verso qualcosa che, da rettilineo si avvicina al curvilineo e allo spiraliforme (torna spessissimo, nei miei lavori, il dinamismo che genera la spirale), plasmandolo anche attraverso la creazione di rettangoli che si contraggono quasi stessero espirando…

Liberati da quella rigidità, respirano, anzi, espirano profondamente per poi espandere la loro energia, nell’ultimo riquadro sulla sommità, (nella fase di inspirazione) a due vigorose frecce slanciate verso l’alto e intrecciate fra loro. I colori predominanti che ho usato sono stati il nero ma più di tutti il rosso, il giallo, e il terzo da loro formato che è l’arancione. E qualche sprazzo di azzurro. I materiali che ho scelto sono state le matite colorate integrate ai pastelli ad olio che adoro. Questi ultimi mi danno calore, mi danno energia, e trovo che il loro tratto scivoli bene sotto la pressione delle mie dita sul foglio. Mi piace anche il loro profumo e, ovviamente, l’intensità con la quale lasciano la loro traccia, la forza con la quale si impone il colore ad olio sulla superficie, saturandola di cromia.

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Per ultimo, abbiamo appeso i nostri lavori sul muro, scegliendo dove posizionare il proprio. Gli uni affianco agli altri. Osservare il proprio lavoro su una superficie verticale e a una certa distanza, modifica la percezione dello stesso. Quando poi è immerso fra gli altri lavori, assume ancora un’altra sensazione. E’ sempre tutto in trasformazione. E tutto diventa più relativo quando messo a confronto con l’altro. E questa è crescita. Ogni volta.

Secondo giorno. Stavolta iniziamo con l’argilla per poi però fare ritorno al mezzo grafico. Argilla. Docile interlocutore. Ci “mettiamo nelle sue mani”, mettendo lei nelle nostre. Il docente ci spiega che si tratta di relazionarsi, di entrare in comunicazione, in primis con il materiale. Il rapporto non è mai unidirezionale bensì bidirezionale. Si domina il materiale ma nel contempo lo si ascolta, mettendosi all’ascolto della risonanza che esso ha in noi, su di noi. Si accoglie e si risponde, in quanto è dialogo. Mentre, costantemente, si entra in contatto con se stessi, con le proprie sensazioni e sentimenti. Si vive il processo, che è un processo fluido nel quale si lavora con la memoria delle mani. L’argilla è docile, oppone poca resistenza e dunque è in grado di accogliere anche emozioni poderose e inquiete le quali, grazie a questo materiale, si lasciano da esso trasformare. Gradualmente, amorevolmente, l’argilla ci plasma, come noi plasmiamo lei.

Qual è il nostro bisogno in questo momento, quello che domina in noi in questo qui e ora?Ci chiede il docente. Concentriamoci sul bisogno sentendolo nella direzione del caricare o, al contrario, dello scaricare.

E mentre cerchiamo di ascoltare questo, iniziamo a lavorare l’argilla creando una sfera e poi, via via, lasciandoci trasportare dove la materia, e il momento, ci porta. Nel mio caso è stato soprattutto uno “scaricare” di tensioni, di un’eccedenza che sentivo in me. Quindi togliere, sottrarre. Ho scavato nel pezzo d’argilla come per liberare spazio, per creare respiro, dei varchi, al fine di togliere staticità e pesantezza alla massa. E’ uscito una sorta di arco in una struttura lasciata molto lacerata, non sagomata nettamente. Non mi piacciono i contorni troppo definiti in quanto li percepisco troppo taglienti, per me. La sensazione che ho provato è stata di essere in contatto totale con la materia e lo scaricare ha transitato gradualmente da un modo aggressivo a quello rasserenante e pacifico e dunque acquietato.

Si torna al mezzo grafico. E quindi al tratto, al segno che incide e al colore che si spalma sul foglio. Il formato sul quale il docente ci chiede di lavorare è un formato razionale e “democratico”. Un formato quadrato, 30×30 cm. grammatura 200 e dunque piuttosto robusta. Il formato uniforma, rende, con il medesimo tema per tutti, il lavoro collettivo. “Disegnate un blocco”, questa la consegna. La focalizzazione va’ dunque su qualcosa che ci blocca, immettendosi nel processo che, nel suo fluire, procede in un modo a noi sconosciuto, non preordinato.

Ho davanti a me il foglio bianco. Non penso a nulla prima di iniziare, ma, ed è dai tempi di quando frequentavo l’istituto d’arte, mi metto un po’ in osservazione di quella superficie candida in attesa che su di essa venisse proiettato qualcosa, un segno, un colore, un gesto grafico. Prendo la matita nera (in questo lavoro ho sentito di usare esclusivamente le matite colorate) e traccio una spirale (l’ho già detto che amo le spirali…) proprio al centro del foglio. Grande, conquistatrice e avviluppatrice di spazio, con la parte terminale a freccia, verso l’alto. E poi tante altre, più o meno piccole in parte sovrapposte le une alle altre. Trovo poi, spontaneamente, un punto focale che inizio a render visibile con la matita rossa. Rosso e nero, i miei colori predominanti. Da quel centro di irradiazione sento l’esigenza di tracciare dei tratti, decisi, lineari, trascinando a intervalli regolari la mia mano sul foglio. Rumore nel silenzio. Ho provato un po’ di disagio in quanto temevo che questi piccoli rumori potessero disturbare gli altri ma, alzati gli occhi, li ho visti splendidamente immersi nel loro lavoro. Uso dapprima la matita rossa e poi quella arancione e quella gialla e diventa radiazione potente, vitalistica. Scotta, quasi. A un certo punto, sento l’esigenza di appendere il foglio al muro (ma non lo faccio) per poter tracciare i segni sincronizzando il movimento della mano con la respirazione. Inspirazione ed espirazione, come avevo sperimentato durante il laboratorio dedicato ai mezzi grafici. E, mentre lavoro, vagheggio di lavorare su un foglio gigantesco e appunto, messo in verticale, davanti a me. In breve tempo, saturo lo spazio di quegli irraggiamenti portandoli ovunque, investendo tutte quelle spirali. Le spirali sono da me percepite come dei blocchi ma dinamici e quindi, di contro a una situazione statica e immutabile, esse si muovono nello spazio. E ruotano, vorticano. Ritornano anche le frecce direzionali (come nel lavoro precedente) ma solo la spirale grande termina con una freccia verso l’alto, decisa e ben tracciata. Il bisogno è stato quello di graffiare il foglio, quasi come se lo volessi incidere e, per questo, la considero un’azione improntata allo scaricare energia, che però ha trovato compensazione, e dunque ricarica, grazie alla forza del colore.

Ma i blocchi, prosegue nella spiegazione il docente, non possono restare, devono venir rimossi, modificati. Affinché si raggiunga uno stato di benessere, le forme devono venir modificate, rinnovate e dunque trasformate. Facendo ritorno alla simbologia della linea orizzontale, verticale e diagonale, è quest’ultima che ha il potere di rimuovere il blocco in quanto esce dalla limitazione, si muove. Ed è proprio la diagonale che taglierà il nostro lavoro in due per poi ricomporlo e rielaborarlo. Io ho deciso di tenere soltanto metà del mio lavoro, di incollare quindi su un foglio nuovo soltanto una parte dalla quale ho voluto proseguire col colore ma a zone ampie, estese, maggiormente capaci dunque di respirare…

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Weekend 9-10 luglio 2016 – Arteterapia – Verona

Docenti: Axel Rütten e Pamela Palomba

Titolo del laboratorio: Trasformazione e forma – Il metodo

Materiali: argilla, pastelli ad olio, pastelli a cera, pennelli, tempere, acquerelli, matite colorate, fogli da disegno di grammatura piuttosto resistente (200 gr.)

Parole chiave:

forma, flessibilità, rigidità, attraversamento, azione, creazione, integrazione, incontro, ascolto, spazio, processo, resistenze, caricare, scaricare, accogliere, rispondere, dialogo, bisogno, blocco, sblocco, diagonale

Questo primo anno è stata la prima stazione di un viaggio.

Ora sono in attesa della seconda.

Un passo alla volta, inspirando ed espirando… profondamente…

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Sabrina Tabarelli

Autore: Sabrina Tabarelli

Dopo la Maturità d’arte presso l’Istituto Statale d’Arte di Trento, ho proseguito gli studi artistici conseguendo la Laurea in Dams indirizzo Arte Contemporanea presso la Scuola di Lettere e Beni Culturali dell’Università di Bologna con una tesi monografica dal titolo Scanavino e l’Informale. Sin da piccola nutro una forte passione per la scrittura creativa (racconti e poesie) dedicandomi, di recente, anche alla stesura di brevi saggi critici e biografie per amici e conoscenti (soprattutto nell’ambito della pittura). Nel 2013 ho pubblicato due miei racconti all’interno della collana “Nuovi Autori di Racconti” Casa Editrice Pagine, Roma. Dal 2014 collaboro con il quotidiano on-line La voce del Trentino nella sezione Arte e Cultura curando recensioni di mostre e articoli prevalentemente d’arte contemporanea. Coltivo inoltre una grande passione per la fotografia digitale (soprattutto b/n) che pratico da anni a livello amatoriale ricercando in essa una dimensione espressivo artistica, fortemente emotiva. Amo la lettura (in particolare testi di approfondimento di storia dell’arte, psicologia e romanzi giapponesi), il cinema (d’essai, drammatici, gialli psicologici; adoro David Lynch), la musica (dalla new age all’elettronica, dal neoclassical e la minimal al synthpop, dalla new wave al neofolk e altri generi; tra i cantautori italiani, ho nel cuore Battiato), la natura e gli animali (tutti, ma soprattutto i gatti).

La psicologia e l’arte possono essere considerate le chiavi della mia vita.

Da sempre, sin dall’adolescenza, sentivo forte l’esigenza di poter impiegare la mia sensibilità in una professione d’aiuto che coniugasse l’arte e la psicologia. Grazie ad Artedo, la possibilità di intraprendere questo percorso, profondo e delicatissimo, è divenuta realtà. Un viaggio che, passo dopo passo, in quel cammino verso gli altri, già sta plasmando la mia esistenza. Profondamente.

La crescita interiore e l’esplorazione di se stessi è un viaggio che non ha fine…

Iscritta ad Artedo dal primo ottobre 2015 al Corso di specializzazione in Arteterapia. Attualmente iscritta presso la Scuola  Artedo di Arti Terapie di Verona. 

Nata a Bolzano, vivo tra Trento e Bologna.

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