Tecnica della fiabazione. Narrare, scrutandosi. Sostando nell’osservazione della propria luce e delle proprie ombre. Laboratorio Artedo Bologna. Condotto dal dott. Stefano Centonze, 10-11 settembre 2016

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Una stanza, quattro pareti, un soffitto e un pavimento. Quattro pareti come confine tra il dentro e il fuori, un soffitto per librarsi in volo con l’immaginazione e un pavimento per trovare le proprie radici, la propria stabilità e il proprio esserci, al mondo.

Basta una stanza, e nemmeno troppo grande e spaziosa per potersi espandere e respirare ossigeno piena-mente. Una stanza che, ebbra del vissuto di ciascuno di noi, si è offerta come temporanea culla delle nostre emozioni, dei nostri sorrisi, risate, della nostra immaginazione che fra quelle pareti ha saputo rimbalzare nell’aria esplodendo in boati di pura energia e che, in altri momenti, ha visto rapprendersi per farsi concentrazione d’essenza, intimo dialogo, con se stessi e con gli altri. Noi, che abbiamo vissuto quest’esperienza, condotta dalla magistrale regia del dott. Stefano Centonze, abbiamo saputo creare un mondo in quella piccola stanza, nel quale ognuno ha potuto ritrovare un po’ più se stesso e nel quale l’altro, dentro e fuori di sé, si è rivelato meno distante, meno “altro”, più prossimo a se stessi, e dunque più “familiare” in quanto avvicinabile, palpabile, tangibile. Sì, abbiamo lavorato col corpo, con le mani, con la mente, con la fantasia e con il cuore.

Camminiamo, esploriamo dunque questa stanza. Facciamola nostra e diamogli l’anima, quella che un attimo prima le mancava. Movimentazione del proprio corpo nello spazio e con esso della nostra immaginazione, che di pari passo si slega dalle catene del raziocinio per farsi visione fantastica, che tutto può vedere e tutto può sentire. Potenzialmente. In quanto non è del tutto semplice staccarsi completamente da quella sterile realtà, da quelle quattro pareti, soffitto e pavimento inerti. Ma l’immaginazione scalcia sempre più, e preme per uscire a gran voce, facendosi spazio, per invadere e trasmutare con la sua invadente energia quel luogo che, nel giro di pochi minuti diventa affollato e colorato e vociante, diventa viale cittadino costellato di vetrine e dunque di stimoli visivi, sonori, e tattili. Ecco innanzi a voi, ci viene detto dal conduttore del “nostro viaggio”, delle vetrine, guardate, osservate, cercate, scrutate e toccate. La fantasia corre, e vedo, davanti a me, montagne di libri, su ampi scaffali a destra e a sinistra e collocati su varie altezze. Quasi ne posso scorgere i titoli che però, come potrebbe accadere in un sogno, mi appaiono sfuocati ma ne vedo il grassetto e le immagini che, anch’esse prive di connotazioni ben definite, assumono le sembianze di macchie, gettate di colore qua e là. E poi il profumo dei libri, che sa di carta stampata, di tanta carta stampata. Profumo di parole, di storie, da leggere, da ascoltare, da immaginare.

Un autobus che perdiamo e un altro che rincorriamo e, ancora, una fermata sbagliata e poi… attenzione alle strisce pedonali! Ecco che dimentico di guardare a destra e a sinistra… l’irruzione della realtà che sovrasta quella immaginaria… ma è un attimo perché poi il viaggio prosegue e la fantasia supera la razionalità ancora e ci troviamo su lastre di ghiaccio che condizionano la nostra camminata rendendola rischiosa, quasi pericolosa e poi sabbia rovente che brucia le estremità del nostro corpo, che ben presto vengono sollevate da un bagno rinfrescante tra i flutti di un mare che è là, per noi. Rilassamento, pericolo, soccorso, libertà, calma e concitazione sono sensazioni che nel giro di pochi minuti, se non secondi, cedono il passo l’una all’altra diventando concentrato di esperienze emotive che, come in una moviola impazzita di un film, si susseguono e si alternano, senza sosta. Ma la sosta, a un certo punto avviene, in quanto il nostro passo si presta a divenire sempre più lento e dunque sempre più greve, ed è estremamente faticoso camminare in questo modo. I passi perdono il quotidiano automatismo, per farsi conquista di movimento che è minimo, essenziale, ma necessario.

L’anestesia sensoriale che ogni giorno inevitabilmente ci investe, qui perde forza, sfibrando in parte le sue rigide maglie metalliche, per riacquistare nuovamente porzioni di sensazioni, di percezioni che in tal modo vengono riabilitate e dunque curate, coccolate, amate. La decontestualizzazione dalla realtà concreta, stimola i processi immaginativi a prender forma rimettendo in circolo quella sensorialità, fatta anche di cose minime, fin troppo trascurata, relegata e a volte considerata forse superflua in quanto assalita dai ritmi spesso fibrillanti della propria quotidiana esistenza. Così il rallentamento del passo fa del camminare, di tutti quei movimenti automatici, esperienza nuova e dunque straniante che pone nella condizione di vivere quella sequenza dinamica in modo “altro”, che come tale ha bisogno di esser percepita con attenzione, con concentrazione, ponendosi all’ascolto del proprio movimento e dunque del proprio corpo. Facendo i conti anche con gli equilibri, che in tal modo si fanno più precari e che, nel momento in cui ci viene detto di fermarci improvvisamente, sentiamo la fatica nel mantenere quella data posizione.

La fatica sì, in quanto il corpo si fa sentire, i muscoli tirano, le gambe un po’ tremano nel cercare di rimanere immobili per quel momento, che tanto mi è apparso fin troppo lungo. Dalla camminata “normale” a quella rallentata, a quella poi saltellante e alla corsa. Passaggi, stacchi, movimentazioni fisiche ed emotive. E poi la visualizzazione di colori da toccare, spostare, far rimbalzare, con la gestualità delle proprie mani, dall’alto verso il basso, da sinistra a destra e viceversa. Blu in alto, giallo in posizione mediana e rosso in basso. Quasi acquistano sostanza, densità e anch’essi, come ogni materiale che viene impiegato nei nostri laboratori, sembrano offrirsi al nostro tatto, oltre che alla nostra vista e si fanno guidare, modellare, plasmare. Il virtuale, in tali contesti, è dimensione tangibile pari alla verità dei sogni. E sognare ci fa sentire vivi. Vibranti. Questo è “l’incantesimo” del potere creativo. Ti fa vedere, toccare, ti fa sentire e riconfigurare, facendoti uscire rigenerato, trasformato.

E poi vi è stato il “massaggio sonoro”. Un contatto con l’altro che, come un rituale che sembra non finire mai, assume toni quasi estatici dal momento che le mani, i polsi, i polpastrelli, ovvero gli attori di queste ripetute azioni minimali, paiono procedere per automatismo. Come un respiro, seguendo un ritmo necessario che non si può fermare, che deve proseguire. Le dita, i polsi sciolti, sembravano muoversi da sole nel percuotere, più o meno dolcemente o più o meno irruentemente, la pelle delle proprie compagne che ad essi si offriva nel ricevere questi picchiettii come granelli di grandine. È un dare ma anche un ricevere e dunque comunicazione, dialogo e ascolto.

L’esperienza del contatto, afferma il nostro docente, è un prendersi cura dell’altro che significa saper osservare, saper sentire, saper ascoltare i bisogni di chi, un giorno, a noi si offrirà per chiedere aiuto, soprattutto senza voce, soprattutto in quel silenzio che però sarà empio di quei messaggi, non-verbali, che noi come futuri operatori saremo chiamati a decifrare, a decodificare. I polpastrelli si muovono veloci e battenti, spesso a ritmo della musica di sottofondo perfettamente calzante e incitante l’azione e, biunivocamente, siamo sia attori che destinatari, in quel dare e ricevere continuo che è dimensione dialogante e continua, di emissione e ricezione comunicativa. Imparare ad ascoltare è imparare a guardare osservando cercando di muoversi nell’incontro con l’altro, in quello spazio magari isolato e magari muto ma così vociante, così imprecante aiuto. E noi siamo lì, sappiamo essere lì. Per loro.

E’ saper rallentare oppure accelerare, spostare le proprie mani a destra oppure a sinistra oppure in alto o in basso, a seconda di ciò che l’altro, in tale esercizio, ci comunica. Col corpo. In silenzio. Avendo anche il timore di esser invasivi o, viceversa, di non sapersi avvicinare abbastanza, non riuscendo dunque a far sentire abbastanza la propria presenza. Fisica. In quanto mente-corpo sono unità inscindibili. Non esistono schemi di comportamento prefissati poiché ogni volta, entrando in contatto con l’unicità di ciascuna persona, ci si deve in un certo qual modo resettare per porsi ancora e sempre in quella posizione di ascolto, di osservazione, di ricezione espansa tenendo aperto ogni canale sensoriale.

E dunque abbiamo sperimentato, in tale contesto, la dimensione del chiedere (e quindi ricevere) che è richiesta di attenzioni, di cure, di amore, e la dimensione dell’offrire (e quindi dare) che è di esse la risposta veicolata dal sentire, dal predisporsi verso l’altro ed incarnata nel proprio “fare”.

Il contatto con l’altro ha visto poi un momento, che per l’intensità, nella sua brevità fulminea, ha saputo porsi come ideale chiusura a tale “esercitazione”. Lo “spolveramento”, che, a turno, ha reso ognuna di noi protagonista passiva dello scorrere veloce dei palmi delle mani sul proprio corpo. Sentirsi investiti di un’energia, di una vibrazione che dalla pelle arriva dentro, nei centri del proprio sentire. La cascata di mani, che dall’alto verso il basso hanno percorso con la dolcezza di un’acqua tempestosa la propria fisicità, sono state per me condensazioni di tutta quell’energia, racimolata e moltiplicata durante la fase “percussiva”. E poi, infine, l’offrirsi, da sdraiati, allo “shaker” dei propri arti inerti, è stato momento decisamente particolare, nel quale ho sentito, profondamente, la vulnerabilità ma immersa nella dimensione della fiducia verso l’altro. La fiducia.

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Ora, un’esperienza per me vissuta decisamente in modo molto forte, piuttosto conturbante. Dopo aver sondato lo spazio, dopo averlo “visualizzato” e animato colorandolo con l’immaginazione, dopo aver percepito in maniera “altra” il proprio sé corporeo che in quello spazio, reale ma per gran parte immaginario, è fluito trovandovi anche attrito, se non addirittura difficoltà, nel gioco con le sensorialità (ghiaccio, calore rovente, “atmosfere cromatiche”, ecc.) il successivo passaggio ci ha traghettate nella dimensione della materia, della modellazione, della creazione di qualcosa, ora, di tangibile, da toccare, da plasmare. La consegna: modellare il proprio corpo tramite il Das. Sì, ma in una condizione insolita che limita la percezione, anzi, che la concentra in un’unica direzione: il tatto. Siamo bendate e abbiamo davanti a noi questa pasta, piuttosto morbida, piuttosto cedevole al tatto, ma non troppo. Non è come l’argilla, carica d’acqua. Il Das non trasuda così tanta vita come l’argilla, e dunque, secondo le mie sensazioni, sento questo materiale un po’ più “arido”, meno comunicante. Ma, ripeto, si tratta di una percezione estremamente soggettiva.

Siamo a terra, e con la benda sugli occhi, mi sento isolata, mi sento piuttosto sola, anche. Ho in mano questa pasta e attorno a me il silenzio rotto soltanto dai poco più che fruscii emessi dalle mie compagne intente nel medesimo compito a tutte noi assegnato. L’impossibilità del non-vedere ciò che le mani compiono è stata vissuta da me in modo non sereno, e, subitaneamente, mi sono calata in una dimensione piuttosto ansiogena accompagnata anche da qualche malessere fisico che ha reso il tutto molto complicato. Le mani si muovono senza però dialogare con la materia, o perlomeno, è un dialogo spezzato, singhiozzante, disarmonico. La mia parte razionale vuol condurmi alla realizzazione di un’immagine in particolare che io avevo fissato nella memoria durante l’esercizio precedente. Di fatto irrealizzabile in quanto decisamente complessa e, cosa fondamentale, irrealizzabile per via degli equilibri e dunque della sua stabilità. Ci provo, comunque, ma poi distruggo e ritento. Praticamente cado e mi rialzo, per più volte. Le mie mani si muovono, entrano nella materia, cercando di dominarla, di plasmarla con le redini del pensiero, ma non si stabilisce quella scintilla, quella sorta di connessione empatica tra il sé e il materiale. Sensazioni fisiche, giramenti di testa, tensione e senso di inadeguatezza hanno permeato quest’esperienza nella quale però, come da contrappeso, forte si è rivelato il bisogno di accennare un sorriso, come se quel sorriso cercasse e potesse in qualche modo “riparare” quel forte disagio.

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Due gambe lunghe, il busto riverso a terra, le braccia piegate in una posizione (di difesa?) verso il petto. Una figura piuttosto slanciata, uno dei due arti inferiori rivolto verso l’esterno, come, ma questo l’ho scoperto soltanto nel momento in cui ho potuto girare successivamente la “creatura”, il braccio sinistro, sempre nella medesima direzione della gamba. Un movimento verso l’esterno e un movimento verso l’interno. Una stasi, e una reazione, forse una lotta. Comunque non una rinuncia. “Come un giocatore di boxe che sta per sferzare un colpo” afferma il dott. Centonze. E poi quegli arti, che nel cercare di “dar vita” a questo essere il più possibilmente antropomorfo, cadevano. “Sentirsi a pezzi” dice ancora il docente. Quando la metafora si fa tangibile, si fa toccabile. E dunque, uscendo da noi, si offre alla nostra vista e al nostro tatto come un parto del pensiero e dello stato d’animo, come l’incarnazione di una parte del proprio sé o di un momento della propria esistenza. Tolgo la benda, lo guardo, e quasi vorrei consolarlo. Un momento, questo, forte per me. La sua fragilità, così esposta e fatta sostanza, così, davanti ai miei occhi offerta, è stata un piccolo pugno nello stomaco, una piccola sferzata nelle mie viscere emotive, ma anche un dono di coraggio che come un messaggio, rinforzato dal contributo solidale delle mie compagne e del docente in fase di verbalizzazione, mi è arrivato dritto nel petto, con la potenza di un sussurro, capace di comunicare con ciò che di più profondo si porta dentro. Qui.

La verbalizzazione è stata infatti momento di particolare delicatezza, nella quale tutte noi siamo state incoraggiate a guardarci dentro e nella quale ognuna ha potuto guardare, in quell’abbozzo fatto di Das, maggiormente se stessa, sentendosi accompagnata, empaticamente, dalla presenza delle compagne, dal loro ascolto e dai loro vissuti condivisi.

Sono emerse “creature” forti e nel contempo fragili, ognuna a modo suo, ognuna modellando formea propria immagine e somiglianza”. Davvero toccante come esperienza. Nella quale la solidarietà, seppur con toni sommessi, si è fatta sentire a gran voce. E dunque, un bellissimo concerto d’anime.

Ed ora la scrittura. Scrivere sul proprio album da disegno – e dunque su un supporto destinato solitamente alla grafica o alla pittura… ma cosa sono i segni grafici se non composizioni anch’esse? Decontestualizzandone il loro significato sono infatti, nella loro purezza, tracciati estremamente vitalistici in quanto prodotti dal movimento di una mano in costante dialogo col pensiero e le proprie emozioni – tutto ciò che sappiamo del nostro nome. Il nome è come un guanto che veste superficialmente le nostre vite, le riveste di una certa identità che è suono, voce che proviene dall’esterno, la voce di chi ci chiama. Ma il proprio nome è anche un’imposizione in quanto impossibilitato ad esser stato scelto da noi stessi. Può piacere o meno, lo possiamo aver a noi assimilato o, al contrario, ne sentiamo ancora in parte o del tutto l’estraneità. Sabre, un frutto del deserto. Dolce dentro e aspro fuori. L’idea di un dentro e quella di un fuori. Come tra essenza/interiorità e apparenza/esteriorità. Un concetto costante nelle mie riflessioni, nella ricerca del vero e dell’autenticità. Anche in un esercizio di questo tipo, mi rendo conto come emergano concetti cardine del mio pensiero e tutto, alla fine e sempre, trova un filo conduttore. Si avvolge e si srotola senza mai rinnegarsi. Anzi, si potenzia. La S è prolungamento nello spazio, estensione. La R è foRza, Risalita, speRanza. E così via, proseguo e scrivo. Scrivere equivale a respirare, per me. Ho la sensazione, a volte, che la mano “cammini” da sola a riempire il foglio. Ho sempre amato scrivere.

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Altro lavoro di scrittura: scrivere un aneddoto divertente. E poi un lavoro sui colori che ha previsto la creazione, tramite materiali grafici quali pastelli ad olio, matite ecc., di un crocevia. Il crocevia della propria vita. E dunque un presente al quale si collega il tempo passato e quello futuro e nel quale, come in una rotatoria, transitiamo e transitano miriadi di esperienze di vita, lasciando le tracce di ciò che ha forgiato e andrà a forgiare la propria esistenza. Nel bene e nel male. E poi, per ultima, la realizzazione, tramite la tecnica del collage, della propria storia immaginaria. Mi tuffo in un passato remoto di epoca medievale, nella quale l’oscurità e il buio di un vasto scriptorium appartenente ad un edificio monastico veniva, di notte, rischiarato da deboli lumi. Mi immagino così, monaco miniatore intento a forgiare codici preziosissimi inserendovi capolettere, decorazioni a margine e figure. Figura appartata e dedita alla preghiera e all’arte, all’ascolto e al silenzio, all’ardore di una passione consumata su un solido leggio occupato spesso da penne, inchiostro, righelli usati dai suoi colleghi amanuensi. La musica di sottofondo, nel qui e ora del nostro laboratorio, mi traghetta lì, direttamente in quei luoghi così carichi di sapienza mentre fuori, al di là delle mura, spesso avvenivano sanguinose battaglie. Ma là, in un confine stretto da torrioni ed investito dalla luce di enormi finestroni, minuziose attività venivano svolte, con inchiostri neri e colorati (il minio costituisce la base dell’inchiostro rosso), con pazienza e determinazione, silenzio e concentrazione.

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Ed ora arriviamo al cuore di questo laboratorio. La costruzione della propria fiaba. Che è costruzione della propria storia, scrittura del proprio vissuto che in quel preciso istante, in quel qui e ora dell’esperienza, viene fissato su un pezzo di carta. Immortalato, come un selfie esistenziale, un selfie emozionale ed esperienziale. Un autoritratto mediato, come avviene sempre nel processo artiterapico, e dunque velato, capace di sciogliere quelle resistenze che in altri contesti permarrebbero senza trovar via d’uscita, senza potersi liberare… condizioni queste imprescindibili per dare avvio a quel corso trasformativo e rigenerativo che è proprio dell’arteterapia. La narrazione, nel suo dispiegarsi, può indurre il nostro cervello ad allontanarsi da certi schemi di pensiero asfittici, mortificati da quella ripetitività che con forza rema contro la freschezza del nuovo. La creatività invece, al contrario, come ci viene spiegato dal dott. Centonze, apre i “cassetti” della nostra mente, crea collegamenti, scatena una “pioggia di idee”. L’idea novella, che giunge luminosa e lucida alla coscienza, nasce da quella scintilla che accendendosi porta a nuove configurazioni di pensiero slacciandosi da strutture apatiche e stagnanti per muoversi verso galassie rinnovate, nuove soluzioni, nuove progettualità, nuove conformazioni energetiche, ideative, emotive.

Di contro al “ready made” esistenziale, a quel “già fatto” privo di vita, alla ripetizione che mette così tanto a riposo le proprie potenzialità, la creatività è luce che si accende e che dunque risveglia e rischiara. E arricchisce la propria esistenza. Trasformandola nel profondo e instillando in noi la capacità di affrontare la vita in modalità maggiormente vitalistica e dunque consapevole e, infine, coraggiosa. Poiché trasformare e trasformarsi implica risorse che vanno attinte nel profondo, al di là di schemi preordinati. Portandoci più vicini alla sorgente di noi stessi, e quindi alla propria “verità”. Creatività, ci spiega il docente, è “ascoltare quella parte che spesso non si ascolta”, è sviluppare una grande consapevolezza di sé. L’arteterapeuta ha consapevolezza della creatività e dei propri mezzi, proprio in quanto ha sviluppato una profonda consapevolezza di se stesso.

E il lavoro sulle fiabe, come tutte le nostre esperienze laboratoriali, ci riconduce a questo. La modalità con la quale ci immettiamo nei processi, in primis quelli esistenziali, ci riconduce a questo. E questi laboratori creativi, quelli che frequentiamo tutti noi e che ci immergono in una realtà “altra” ma estremamente contigua alla nostra vera natura, al nostro più autentico sentire, spalancano le porte dei nostri sensi facendoci accedere ad altri “stati di coscienza”. Tutti gli stati della nostra coscienza, da quelli ordinari a quelli “straordinari”, come quelli legati ad esperienze particolarmente creative come queste, per l’appunto, sono la risultante di un’incessante attività elettrochimica del cervello che si manifesta attraverso onde elettromagnetiche. Le onde cerebrali. Sono le onde Alfa a portare la nostra mente ad uno stato di calma e ricettività. Sono le onde del profondo rilassamento, quelle che dominano nei momenti introspettivi e in quelli di acuta concentrazione tesa a raggiungere un preciso obiettivo. Durante questi momenti, i due emisferi cerebrali – il destro, collegato a processi analogici, e il sinistro a quelli logico-razionali – si equilibrano aumentando la creatività e l’intuizione. La frequenza delle onde cerebrali (calcolata in Hertz), è variabile a seconda del tipo di attività in cui il cervello è impegnato. Quando siamo qui, o quando ci troviamo all’aria aperta o in un’altra attività capace di procurarci rilassamento, predominano le onde Alfa, caratteristiche di un’attività di benessere consapevole.

Scrivere la propria fiaba. La scrittura, prosegue il docente, obbliga ad usare tutta l’energia che il nostro corpo può produrre. Accedere all’insolito, di contro al noto, al consueto e dunque all’universo abitudinario, ci fa sentire anche stanchi, in quanto la produzione del nuovo assorbe appunto moltissima energia. La trasformazione è meraviglia, non priva di lavoro, e dunque di dispendio energetico.

La scrittura fissa i punti salienti della storia in un dato istante, in questo qui e ora della nostra esistenza. La tecnica della fiabazione, spiega il dott. Centonze, è un lavoro autobiografico in grado di cogliere, tra le altre cose, tramite quel particolare dualismo identitario tra protagonista e antagonista, anche la manifestazione dei propri lati oscuri, quelli che, come fratelli gemelli, albergano in tutti noi e dei quali è possibile non averne, o non averne del tutto, coscienza. La scrittura della fiaba si rivela essere dunque un potente strumento in grado di affilare la consapevolezza di sé stessi, abbracciandosi in tutta la propria integrità. E’ un lavoro che viene solitamente svolto con gli adulti come strumento di formazione ma può venir utilizzato anche con i bambini, ad esempio a scuola o nei drammatici casi di abusi.

La storia, per essere tale, prevede la fissazione di punti salienti, obbligando chi la scrive a riflettere su tutte le metafore presenti in essa. E sono infatti le metafore, che emergendo quasi autonomamente lungo il processo narrativo autobiografico, diventano il viatico, l’apertura per accedere a quelle parti di sé da ritrovare. Da riscoprire. Ed accettare. Facendo magari pace con esse. E dunque, da amare.

La storia viene scritta su quei pezzi di carta che si riempiono di segni grafici, di camuffamenti metaforici, di associazioni e “segrete corrispondenze”. E, ci spiega il docente, una volta conclusa, diventa qualcosa che fa parte di noi ma al contempo, dopo la sua stesura, rimane, quasi sostando, al di fuori di noi, permettendoci quindi di prendere le distanze da essa e di osservarla. In tal modo possiamo assurgere ad una consapevolezza “altra”, in quanto ora, fattasi “oggetto mediatore”, la possiamo osservare da un altro punto di vista. Mettendo in moto e rimescolando quindi le proprie configurazioni interiori, le proprie percezioni e le proprie convinzioni, magari non così attinenti a ciò che invece è…

Le metafore che muovono la storia sono fatte della stessa materia dei sogni… i verbi che utilizziamo, la scelta di un verbo anziché un altro, sono rivelatori del canale preferenziale che usiamo per elaborare le informazioni, ovvero del sistema rappresentazionale (prevalente sugli altri) che abitualmente utilizziamo: visivo (immagini), auditivo (suoni, parole, rumori), cenestetico (sensazioni, gusto, olfatto, tatto). C’è chi sarà, ad esempio, maggiormente descrittivo nella definizione dei paesaggi (vista), oppure negli effetti acustici e musicali (udito), o nell’atmosfera, nelle vibrazioni di una data esperienza (sensazioni) ecc. I sistemi rappresentazionali sono le modalità sensoriali mediante le quali le persone codificano, organizzano e danno significato alle esperienze vissute.

Ora la storia può essere osservata da lontano. E ciò, proprio grazie a questo punto di vista “altro”, inedito, ovvero nuovo (e dunque creativo) può essere in grado anche di svelare soluzioni, o semplicemente constatazioni, consapevoli riconoscimenti, attraverso quei processi di identificazione con i personaggi, dai quali non possiamo eclissarci. Il “noi” ha bisogno della sua interezza, della riappacificazione fra le parti, della nostra “comprensione”, nel senso più ampio del termine. La conoscenza di se stessi è fondamentale, non soltanto per la propria crescita personale, ma anche per la modalità relazionale, verbale, ma soprattutto non-verbale, con la quale entriamo in contatto con l’altro. E ciò è ancor più fondamentale in una professione quale quella dell’arteterapeuta, incentrata sulla relazione d’aiuto.

Rileggiamola, rileggiamola, rileggiamola. Questo è il prezioso consiglio che ci viene dato dal docente.

C’era una volta… protagonista, antagonista (oppositore), difficoltà, viaggio (reale o simbolico) e soluzione alla difficoltà (lieto fine), sono i cinque elementi minimi che devono venir rispettati nello schema narrativo di una fiaba. Abbiamo un’ora e mezza, anzi no, ci viene concesso, strada facendo, del tempo ulteriore poiché la narrazione ha bisogno di cura, di attenzione, di dedizione. Di vita.

C’era una volta un viandante. Una figura esile e dal volto scavato, segnato dai tanti viaggi che lungo i suoi settant’anni, o giù di lì, aveva vissuto”… inizia così la fiaba che in fase di verbalizzazione, di esposizione, anche metaforica, andrò a leggere. Ed è una fiaba decisamente lunga, che nel condividerla col gruppo, ho di fatto letto per la prima volta… sì, perché la scrittura, come sempre mi accade, è avvenuta di getto, come un rivolo che non poteva fermarsi, come una pioggia che doveva fare il suo corso a tratti più veloce, a tratti più lenta, irruente ma nel contempo dolce. Il percorso. “Aveva imparato a non programmare mai nulla nella sua vita e, come diceva spesso, “le cose accadono non tanto perché vogliamo farle accadere, ma semplicemente accadono”…

Devo dire che leggere la fiaba davanti agli altri è stata esperienza davvero emozionante, davvero forte. Ci sono stati momenti intensi che profondamente sono andati a pungolare le mie radici, “giocando” con la mia sensibilità e vulnerabilità. “Esporsi” innanzi agli altri, ma primariamente innanzi ai propri occhi, penso sia la prima pietra da scagliare atta a farsi promotrice di quel sano, profondo, e rigenerante cambiamento. Vedere, ma soprattutto osservare, significa partecipare e dunque “essere”, rendendosi sempre più consapevoli e presenti alla propria vita. Soltanto in tal modo potremo un giorno avvicinarci, empaticamente e consapevolmente, alla vita e alla sofferenza appartenente all’altrui esistenza.

Scrivere una storia. La musica, scelta dal docente come “colonna sonora”, è stata assolutamente dialogante con la mia mano che inarrestabilmente scorreva sul foglio. Mi sono sentita trasportata da essa, incantata e rapita in me stessa da quelle note che hanno accompagnato noi tutte al dispiegarsi di quest’intima esperienza. Scrivere una fiaba. Lo srotolarsi di immagini che gradualmente si fanno pensieri e, nelle loro associazioni, diventano storia. Che mi pare esser già incisa dentro me stessa. Come una rivelazione, come un’emersione che sempre, nei laboratori di arteterapia che frequento, caratterizza, fondando, tali esperienze. Direi, epifaniche. Sono solchi nella terra, arature dei propri spazi interiori nei quali, prima o poi, germogliano semi che da sempre stavano lì, nell’attesa soltanto di crescere e infine fiorire.

La propria interiorità, il proprio vissuto interno è come un iceberg. Ha radici profonde. Anzi no, profondissime. Di cui le emozioni ne sono l’apice, la vetta, la parte più scoperta. Sì, perché quando esse emergono, come fiori nella neve, come filo d’erba nella terra sterminata, sono così esposte, così vulnerabili, così meravigliose. Esposte al vento della vita, alla morsa dei giudizi, quelli altrui ma non di meno quelli propri, al gelo di una possibile indifferenza ma anche al rassicurante calore degli affetti, della comprensione e della condivisione.

La condivisione. Quella che in questi laboratori, e non mi stancherò mai di ripeterlo e di confermarlo, è linfa vitale e umana risorsa, piena. Qui e ora, durante queste esperienze condivise e appartate, ritroviamo noi tutti le proprie radici e le proprie punte, la terra e il cielo, il gelo e il sole, le paure, le ferite, e l’autenticità di sorrisi che, sorgendo da dentro, si discostano, depurandosi, da quelle effimere e frustranti, quando non dolorose, sovrastrutture (quei “ready made” comportamentali) che la quotidianità spesso ci costringe ad indossare. Decondizionamento positivo, riscoperta e affinamento della propria e dell’altrui sensibilità, sorrisi, catartiche risate, incroci di sguardi, ascolto, accoglimento. E solidarietà. Sono oasi rigeneranti, fibrillazioni vitalistiche, corali pulsazioni che chiedono soltanto di poter “essere”, di poter vibrare. Come quei battiti che, cadenzati ma costanti, hanno percosso e ci hanno percosso nello step iniziale di questo laboratorio sulle fiabe.

L’ultima parte del nostro laboratorio si è conclusa con la costruzione di una storia collettiva, nella quale hanno fatto la loro comparsa tutti i protagonisti delle storie composte da ognuna di noi. La storia, in questo contesto, diventa riflessione di come il gruppo, in quel dato momento, percepisce il ruolo di ogni partecipante nel gruppo stesso.

Ma come dimenticare quel momento estremamente intenso che ha chiuso idealmente la narrazione della propria fiaba, e che ha visto la propria voce cedere il passo a quella che, come anticipato dal docente, sarebbe andata a costituire, come tassello perfettamente combaciante, la colonna sonora della propria storia narrata…

Sigur Ros “Dauðalogn” durata 6 minuti e 37 secondi… ricordo che la sera prima, la scelta era caduta su questo brano con il quale sentivo, e sento tuttora, una sensibile affinità… come un respiro, questa musica, traspira un immaginario immenso, come un viaggio lunghissimo…

[…] “ma un luogo su tutti, [il vecchio viandante] serbava nel cuore, in fondo a quell’animo che sembrava esser senza fondo, talmente si estendeva all’infinito e in profondità. Terreno impervio. Il calore del sole che scotta e le giornate che sembrano interminabili in estate. La terra che quasi vibra sotto i piedi, tanto è materia viva e pulsante. Lassù, proprio in cima ad una piccola montagna, aspra e dolcissima al contempo [come l’origine del mio nome, Sabre? Come tutto torna e si riavvolge su se stesso… ] tra chiome ampie e verdeggianti, tra i melodiosi canti delle allodole al mattino e i profumi che il bosco offriva come nettare da respirare, sorgeva una radura. Un cerchio non troppo ampio ma di un’estensione perfettamente combaciante con l’idea che il vecchio viandante aveva per far scorgere la sua casa” … ecc. ecc. ecc.

La mia voce, emozionatissima nel leggere la storia, si arresta. Il play dello stereo dà il via al brano che riempie la stanza e tutta me stessa. E la mia storia ora è lì, davanti a me… il brano musicale si spalma su di essa, come naturale estensione della mia scrittura…

Sono porte che, una volta aperte, o meglio, una volta che abbiamo dato la possibilità ad esse di aprirsi, difficilmente potranno richiudersi. I percorsi, quando condotti in maniera profonda, segnano strade senza ritorno. Possono proseguire soltanto in avanti. Apro gli occhi. Cammino. Guardando fisso l’orizzonte.

Desidero ringraziare il dott. Stefano Centonze che, magistralmente e con sensibile empatia, ci ha condotto in questa meravigliosa esperienza, in questo viaggio dentro noi stessi e verso gli altri.

Grazie Artedo Bologna. E grazie a tutte le sedi Artedo per rendere possibile tutto questo.

Grazie a tutti, di cuore.

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Weekend 10-11 settembre 2016 – tutti e quattro i moduli didattici – Bologna

Docente: Stefano Centonze

Titolo del laboratorio: La tecnica della fiabazione: laboratorio sulla costruzione delle fiabe e delle storie per conoscersi e per conoscere

Materiali: album da disegno, colori a matita, a cera, gessetti, forbici, colla, fogli di giornale, Das, un brano scelto dall’allievo (su cd o chiavetta usb)

Parole chiave:

narrazione, immaginazione, viaggio, musica, identificazione, proiezione, luci, ombre, riconoscimento, riflessione, consapevolezza, emozione, trasporto, coinvolgimento, contatto, sensorialità, vibrazione, sonorità, estensione, prolungamento, accoglimento, elaborazione, comprensione, condivisione, solitudine, intimità, “esposizione”

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Sabrina Tabarelli

Autore: Sabrina Tabarelli

Dopo la Maturità d’arte presso l’Istituto Statale d’Arte di Trento, ho proseguito gli studi artistici conseguendo la Laurea in Dams indirizzo Arte Contemporanea presso la Scuola di Lettere e Beni Culturali dell’Università di Bologna con una tesi monografica dal titolo Scanavino e l’Informale. Sin da piccola nutro una forte passione per la scrittura creativa (racconti e poesie) dedicandomi, di recente, anche alla stesura di brevi saggi critici e biografie per amici e conoscenti (soprattutto nell’ambito della pittura). Nel 2013 ho pubblicato due miei racconti all’interno della collana “Nuovi Autori di Racconti” Casa Editrice Pagine, Roma. Dal 2014 collaboro con il quotidiano on-line La voce del Trentino nella sezione Arte e Cultura curando recensioni di mostre e articoli prevalentemente d’arte contemporanea. Coltivo inoltre una grande passione per la fotografia digitale (soprattutto b/n) che pratico da anni a livello amatoriale ricercando in essa una dimensione espressivo artistica, fortemente emotiva. Amo la lettura (in particolare testi di approfondimento di storia dell’arte, psicologia e romanzi giapponesi), il cinema (d’essai, drammatici, gialli psicologici; adoro David Lynch), la musica (dalla new age all’elettronica, dal neoclassical e la minimal al synthpop, dalla new wave al neofolk e altri generi; tra i cantautori italiani, ho nel cuore Battiato), la natura e gli animali (tutti, ma soprattutto i gatti).

La psicologia e l’arte possono essere considerate le chiavi della mia vita.

Da sempre, sin dall’adolescenza, sentivo forte l’esigenza di poter impiegare la mia sensibilità in una professione d’aiuto che coniugasse l’arte e la psicologia. Grazie ad Artedo, la possibilità di intraprendere questo percorso, profondo e delicatissimo, è divenuta realtà. Un viaggio che, passo dopo passo, in quel cammino verso gli altri, già sta plasmando la mia esistenza. Profondamente.

La crescita interiore e l’esplorazione di se stessi è un viaggio che non ha fine…

Iscritta ad Artedo dal primo ottobre 2015 al Corso di specializzazione in Arteterapia. Attualmente iscritta presso la Scuola  Artedo di Arti Terapie di Verona. 

Nata a Bolzano, vivo tra Trento e Bologna.

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