Il contorto baobab

Il racconto che segue è nato durante il meraviglioso laboratorio “Trasformazione e forma” condotto dal docente Axel Rutten. Questo racconto vuole essere testimonianza dell’incontro tra anime diverse e sconosciute, un viaggio personale, intimo ma non solitario perché come recita il poeta John Donne “Nessun uomo è un’isola completo in sé stesso…”
Il contorto baobab
baobab

di Serena De Angeli

C’era una volta una giovane donna che cammina cammina si ritrovò al limitare di una radura; tra verdi prati e stagni assaporava l’odore di primavera. Stanca ed assetata decise di bere in un piccolo specchio d’acqua fresca, alzati gli occhi, di fronte a sé, vide un curioso millepiedi a molla che, indifferente, mangiava del trifoglio. A ben guardarlo, di piedi, ne aveva almeno tremila.
“Dove sei diretta donna dagli occhi di nocciole tostate?” chiese il tremilapiedi.
“Cerco il grande baobab? Conosci forse la direzione?” rispose la donna.
“Segui il sentiero curva dopo curva e al ponte… dondola”. Detto questo il tremilapiedi, con uno scatto degno di un atleta, si tuffò nello stagno e scomparve.
La donna riprese il cammino; dopo una buona mezz’ora vide comparire un piccolo ponte di legno, di fronte a lei solo prato ed arbusti. Si ricordò delle parole del tremilapiedi e salita sul ponticello iniziò ad oscillare, prima i fianchi poi i piedi ed infine tutto il corpo. Era parecchio divertita. Ad un tratto fermò la testa ed eccolo, il baobab, fiero e contorto apparirle di fronte. Prese ad arrampicarsi trovando appigli nelle salde radici, sulla sommità una scala color dell’olio, scendeva nel buio. Un profondo respiro la accompagnò nella discesa ed il buio la inghiottì.
Della donna dagli occhi color nocciole tostate non si ebbe più notizia. Era forse morta? Si era dematerializzata, persa nel buio? Niente di tutto questo. Apparve un giorno qualunque, di un tempo qualunque sulla cima del baobab contorto portando sul viso una risposta, sulle spalle nuove domande e tra le mani una pagnotta. Ad attenderla il tramonto.
Agile ridiscese il tronco e continuò a camminare verso il sole tinto di rosso che incorniciava cime frastagliate. Trovò rifugio in una stretta caverna giusto in tempo per passarvi la notte. Si addormentò subito, cullata dal rumore di scoppiettii in lontananza, ma non riposò, le apparvero in sogno amori finiti, desideri inappagati, aspettative rubate. Al mattino, fu attratta da una luce rossastra che proveniva dal fondo inesplorato della caverna. Una lava incandescente ribolliva portandosi verso l’esterno al lato del viottolo. Prese a seguirla correndo a perdifiato e spogliandosi via via degli abiti. Nuda, rossa in volto ed ubriaca di emozione si arrestò; di fronte a lei la quiete, il silenzio, l’umana pietà. Al centro di uno specchio d’acqua cristallina si ergeva, sinuosa e solitaria, una statua raffigurante una donna ed un bambino stretti in un abbraccio. Incurante della sua nudità prese la pagnotta che ancora stringeva nelle mani sudate e la spinse in acqua come fosse una barchetta di carta. La statua sinuosa e solitaria meritava nutrimento.

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