Pronti … partenza … Roma! Laboratorio di musicoterapia: il massaggio sonoro-vibrazionale tenuto dal docente Angelo Gramaglia.

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Bisogna necessariamente dare un titolo tecnico al laboratorio tenutosi a Roma a cura del docente Angelo Gramaglia, che stimo e ringrazio, tuttavia mai come in questo caso tale titolo risulta riduttivo e limitante. Il laboratorio, almeno come io l’ho vissuto e percepito, ha avuto inizio molto prima e forse deve ancora concludersi. Il viaggio è di per sé un laboratorio, è un qui ed ora con sé stessi, con i propri limiti, con le proprie aspettative. È il desiderio di formarsi e la curiosità del non conosciuto che muovono i primi passi verso la scelta. È al contempo un dovere e un’esigenza che si alimenta laboratorio dopo laboratorio. Sono passi ritmati come note di uno spartito, la cui armonia si compone nel perfetto incastro; e allora blablacar o treno, ostello o b&b, ferie possibili, vicinanza, lontananza, il materiale, noi stessi immersi in un tanto da fare, i miei cani da affidare. Quando queste note trovano voce arriva il momento della partenza. I sensi si amplificano, si nutrono di coincidenze ed imprevisti. Le ruote della valigia tamburellano sull’asfalto, piove, c’è il sole, la metropolitana, metti e togli la giacca. Ascolto il mio respiro unirsi a quello di sconosciuti nell’underground romano, chi passeggia, chi corre, chi sosta, turisti spaesati ed io con loro. Un laboratorio è condivisione ma questa ha inizio prima, fin dall’arrivo in ostello, dormitorio misto, dormitorio femminile, “tu da dove vieni?… “dove stai andando?… “nice to meet you”… ci diamo la buonanotte, io da Massa, Bianca dal Texas, una livornese di cui non ricordo il nome, la coreana che ha allagato il bagno e le mie ciabatte… ci si adatta, le une con le altre consapevoli di condividere un luogo, un tempo, una colazione per poi proseguire e non trovarsi più.
È mattina, giorno di laboratorio, di nuovi incontri, nel mio bagaglio ripongo la timidezza, la non appartenenza. Caffè, sigaretta, presentazioni, il reciproco ascolto rilassa la tensione.
Che l’esperienza abbia inizio.
Osservo le mie mani, secche, accarezzo le mie dita, percepisco ogni singola pellicina mangiata, ne sfioro le callosità, anche ora mentre batto le lettere che compongono parole e frasi. Il corpo si muove, le braccia, i piedi, le mani stesse accarezzano lo spazio, se ne appropriano. Le dita incontrano altre dita, si cercano, si sfiorano, si stringono, si allontanano per poi ritrovarsi.
Guardo ora le mie mani e ripenso al picchiettio alternato, vibrante del massaggio sonoro, al battere e levare sull’altrui sterno e sul mio, ed ecco che in un giorno di sole le nubi si addensano e gocce di pioggia iniziano a massaggiare i miei pensieri. Vengo catapultata in un qui ed ora che è altrove. Una scrivania, tende di lino bianco incorniciano una vetrata generosa. Dal portico osservo gli abeti mossi dal vento, la pioggia picchietta nelle canale, avvicino al naso la tazza di metallo e lascio che il profumo di frutti rossi mi scaldi. Non sono sola, una mucca trova riparo sotto al porticato. Nella stanza una pecora si gode il calore del camino acceso. Vibro di piacere e torno, è tempo di fare nuovi incontri, un nuovo viaggio solitario ma non sola.
Sdraiata sul parquet, cerco e trovo la posizione ottimale, la nuca poggia a terra, l’orecchio si appoggia ai capelli di Rossella, respiro, ossigeno il cervello, la mia pancia sale e scende, le campane tibetane mi risvegliano. All’improvviso, una “scarica elettrica” mi invade, cogliendomi impreparata, ogni muscolo e tendine, ogni cellula ed osso ne sono attraversati, mi sento come un parafulmine in piena tempesta, ho bisogno di scaricarla. Metto una mano sulla fronte di Rossella, non basta, trovo Angelo al mio fianco, ne afferro una coscia, un avambraccio, non basta. Arrivo, forse irriverente, alla sua pancia e lì quelle scosse iniziano a trasformarsi a farsi comprendere.
Io, donna, essere desiderante, eccomi. Non più “venere trottola”, ma freccia ed arco assieme, nel momento in cui i flettenti si inarcano e la corda si tende. Accolgo le immagini che il mio corpo produce. Il mio collo in tensione, mani grandi e vissute, sfiorano e denudano le mie spalle ancora calde per una giornata di sole, delicatamente risalgono fin sulla nuca insinuandosi tra i capelli. Ho vissuto l’esperienza sonoro -vibrazionale delle campane tibetane e dei gong come fosse un preliminare da assaporare lentamente ma con voracità. I tamburi a cornice hanno dato corpo ai corpi. Il tamburo è uno strumento meraviglioso; ricorda l’impronta lasciata nella memoria delle nostre cellule dai battiti cardiaci materni, richiama con forza il battere del nostro cuore, riporta alle origini ancestrali. Il tamburo è, nella membrana, circolare, una tavola rotonda senza fine ed inizio con un cuore pulsante che vibra e fa vibrare. Il tamburo è per me il ritorno alla madre Africa, come Eva primitiva. Arriva la sera del ritorno, dei saluti, il momento di lasciare il luogo fisico del laboratorio, ora più familiare. Le ruote della valigia tornano a tamburellare sulla strada, un passo dopo l’altro mi allontano dal qui ed ora, ma porto con me l’energia vibrante del suono, del gruppo, di questa bellissima esperienza di vita.

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