Mobiles. La sostenibile leggerezza dell’essere. Workshop condotto dal docente Axel Rutten. 3-4 ottobre 2015, sede di Trento

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Mobiles. La sostenibile leggerezza dell’essere. Questo, il titolo dell’intenso workshop di arteterapia svolto a Trento i giorni 3 e 4 ottobre 2015 e condotto da Axel Rutten, artista, arteterapeuta e direttore della Scuola di Specializzazione in Artiterapie Artedo di Verona.

Un’esperienza speciale che mi ha permesso di entrare in contatto – per la prima volta, in quanto si è trattato del mio primissimo laboratorio presso la Scuola Artedo di Trento – non soltanto con l’eccellente preparazione e professionalità dei docenti Artedo, ma anche con la loro profondità umana e psicologica, percependo sin da subito il potenziale di crescita personale che questi workshop sanno offrire.

Durante quei due giorni di full immersion, noi tutti abbiamo potuto apprendere i rudimenti della tecnica dei mobiles, strutture tridimensionali poste in sospensione nello spazio. Collegandosi un po’ all’arte giapponese degli origami e, in particolar modo, ad artisti come Calder e Munari, queste costruzioni in movimento, lasciate fluire liberamente nello spazio, sfidano le leggi della staticità ponendosi agli antipodi rispetto alla scultura tradizionale, che, diversamente, si trova ben ancorata a terra.

Il nostro specifico percorso di formazione in arteterapia, e qui va’ fatta una doverosa precisazione, si trova in un territorio che, pur non mancando la componente ludica, connaturata ad ogni attività creativa, si pone in tutt’altro modo da ciò che viene comunemente definito animazione, distanziandosene totalmente.

L’arteterapia utilizza la mediazione delle attività artistiche – nelle declinazioni specifiche, ma suscettibili di compenetrarsi trasversalmente, dell’arte visiva, della musica, della danza e del teatro – come intervento di aiuto e sostegno non verbale finalizzato, attraverso l’uso di materiali artistici, al recupero e alla crescita della persona nella sfera emotiva, affettiva e relazionale. Si tratta dunque di un percorso terapeutico che, lavorando attraverso il canale dell’espressività, si fa lavoro profondo sviluppandosi lungo un percorso che dalla dimensione concreta – attraverso la costruzione, come in questo nostro caso, di mobiles giunge ad una dimensione di significazione metaforica.

Ma ora addentriamoci un po’ nello specifico di come si è svolto il nostro laboratorio Artedo. Un laboratorio fatto principalmente di persone che comunicano attraverso la voce ma soprattutto con le mani attraverso appunto quella speciale modalità che è il fare arte. Un contesto di relazione, con il gruppo, e col docente, assolutamente fondamentale.

Dopo aver allestito tutti assieme la stanza destinata a diventare, per quei due giorni, il nostro atelier, abbiamo iniziato, passo dopo passo, la costruzione delle nostre sculture in sospensione. Durante tutta la fase di lavorazione, abbiamo tenuto i mobiles appesi a delle strutture (canne di bambù) in modo tale da consentir loro di muoversi liberamente e di roteare dinamicamente, e casualmente, nello spazio.

Ampi tavoloni, sopra i quali avevamo disposto una variegata selezione di materiali di recupero – carta, tubi di cartone, legno, fili, tessuti, gomitoli di lana, fil di ferro ecc. – sono diventati i contenitori dai quali poter prelevare, man mano che procedevamo nella costruzione della nostra scultura, i pezzi e i frammenti destinati alla composizione del proprio mobile. Queste sculture non-sculture, si fanno protagoniste di un gioco all’insegna del dinamismo e del movimento, opponendosi, proprio in quanto soggette a continui mutamenti, alla pesantezza e all’immobilità della materia.

Nel mondo dell’arte, come accennato prima, Alexander Calder, con i suoi mobiles, sorti dalla leggerezza di fogli metallici, giunge a rivoluzionare l’idea stessa di scultura realizzando serie pressoché infinite di queste statue mobili e leggere. Sono sculture, queste, che vivono di sospensioni e di equilibri precari, capaci di muoversi al minimo soffio di vento. Se, da un lato, i suoi moduli astratto-geometrici, guardano al biomorfismo di Mirò, dall’altra subiscono il fascino del neoplasticismo di Mondrian. Ciò che è interessante per noi, per il nostro percorso, è però l’animazione di queste forme nello spazio reale. L’invasione dell’arte nell’ambiente – che vede, in questi casi, la negazione della superficie bidimensionale del quadro – e l’idea di una realtà non più fissa ma mobile – si pensi alla pluralità dei punti di vista del cubismo, al dinamismo futurista di Boccioni e via dicendo – hanno costituito momenti di estrema importanza nella storia dell’arte, portando una nuova ondata rivoluzionaria destinata a lasciare segni indelebili su tutta l’arte a venire.

Ed è proprio Boccioni – con la sua opera Forme uniche nella continuità dello spazio – ad abbracciare l’idea non più fissa della realtà ma mobile, realtà che in tal modo, viene sottoposta ad un sensibile processo di alleggerimento. Per i futuristi, il movimento non è riferito soltanto a ciò che deve suscitare l’opera d’arte, ma è anche movimentismo di stati d’animo, portando l’arte a smaterializzarsi e a dialogare con un io allargato, aperto ad una sensorialità sinestetica. Il futurismo ci ha dato infatti la chiave della libertà nella mobilità, destrutturando la realtà greve, anche e soprattutto mediante il loro spirito performativo.

Il rivoluzionario Small Sphere and Heavy Sphere, mobile esposto al soffitto, realizzato da Calder nel 1932, può essere considerato anche nell’accezione di performance art, animato da quell’affascinante e costante variabilità, data dal movimento unito all’aleatorietà, capace di rendere eccezionali queste sculture non-sculture. Movimento, dinamismo, leggerezza. Tutto all’insegna dell’equilibrio. Concetti che, tornando al nostro laboratorio, si legano anche alla realizzazione dei nostri mobiles, affrontando temi estremamente importanti per il lavoro terapeutico.

Il mobile, che ognuno di noi ha visto nascere dalle proprie mani, in questi due giorni trascorsi tutti assieme, è opera di un raffinato gioco di equilibri tra le parti, fondato su una struttura portante, basata su linee orizzontali, e sugli oggetti – materiali vari, più o meno pesanti, di diversi spessori, colori, ecc. – che ad essa vengono appesi, in senso verticale.

Si tratta, come più volte detto, di un equilibrio che vira sempre alla precarietà, in una costante compromissione, in misura minore o maggiore a seconda dei casi, degli equilibri sottesi all’intera struttura, vulnerabile nei confronti anche di piccole variazioni che tendono a minarne l’armonia. A reggere tutto il peso e l’equilibrio della composizione scultorea è il filo centrale, costituendone l’asse portante.

Ma al di là di queste disquisizioni tecniche, il senso del nostro mobile è, come già accennato all’inizio, squisitamente metaforico. Va’ sempre ricordato infatti che queste realizzazioni sono destinate a compiersi all’interno di uno spazio terapeutico che non è mai mero spazio ludico, finalizzato a se stesso bensì assume il senso di un contenitore, un luogo protetto, condotto da un professionista quale l’operatore arteterapeutico.

Leggerezza vs pesantezza. Questi, i due concetti chiave attorno ai quali ruota la metafora del mobile. Il suo movimento naturale, la leggerezza, le ombre che produce attorno a sé, sono tutte cose che vanno a togliere staticità riflettendo invece l’idea del mondo in movimento.

Sono oggetti, spesso polimaterici – eredi, in questo, degli aggregati policromatici e polimaterici picassiani – che vengono deprivati della loro pesantezza grazie al fatto di venir messi in sospensione lasciando loro la libertà di muoversi liberamente nello spazio.

I pesi, le masse, che costituiscono queste particolari sculture, possono venir paragonati ad attività mentali quali pensieri, abitudini, modalità statiche che, sottratte dalla loro gravità terrena, si trasmutano, all’insegna della leggerezza, in forme giocose in un certo qual modo smaterializzate e dunque più gestibili a livello interiore. Tutto questo si inserisce in quel processo che si delinea come trasformazione-forma, intendendo con ciò quel processo, che avviene all’interno di ogni atelier terapeutico, di trasformazione atto ad armonizzare l’equilibrio non funzionale delle persone malate o disagiate. Molti di loro infatti sono piuttosto rigidi, statici, e il lavorare nella costruzione di mobiles – o, anche se solo parzialmente, l’osservazione stessa di queste sculture della leggerezza – va’ ad agire sul movimento interiore di queste persone, rendendolo maggiormente percepibile e dunque più accessibile. Il movimento di queste sculture non-sculture è un movimento che richiama anche l’infanzia e, a volte, è capace anche di farsi suono, muovendosi dunque anche in un territorio sinestetico.

Ad essere chiamati in causa sono gli stati di equilibriosquilibrio, che, all’interno del percorso arteterapeutico, compiono un passaggio dal concreto, ovvero il lavoro di costruzione del mobile, al metaforico, ovvero lo stato di equilibrio psico-fisico e tutti i suoi stati in movimento. Le opere – ricordando anche che l’acquisizione della tecnica risulta fondamentale per la loro riuscita – divengono quindi il terreno, la base per comprendere le strutture interne all’uomo. Tutto ruota attorno all’equilibrio. Ed è proprio questo l’obiettivo da raggiungere. Trovare quell’equilibrio, accettandolo però non nella sua veste monolitica e statica, bensì, proprio come accade lavorando con i mobiles, nel suo essere in costante movimento. Gli stati interiori, come la vita stessa, sono per loro natura mobili.

Ciò che risulta centrale in questo workshop è quindi il lavoro che si è compiuto sulla leggerezza delle cose. Ogni cosa che, nel nostro mobile, subisce anche la più piccola variazione, come può essere un cambio di posizione o un mutamento in termini di addizione o sottrazione di pesi, ha una ripercussione evidente, ed immediata, sull’intera struttura, parimenti ai mutamenti che, su un piano metaforico, accadono in noi a livello emotivo andando ad agire sulla nostra intera struttura esistenziale. Niente è isolato ma tutto è strettamente correlato.

Il mobile diventa dunque una grande metafora. Con il suo movimento, che lascia come un’invisibile scia nello spazio, e con quel suo connaturato dinamismo, legato ad equilibri sempre in bilico e in costante mutamento, si fa portatore di strutture concettuali, di concetti. Primo su tutti, l’accettazione di qualcosa che difficilmente tutti noi riusciamo ad accettare: la non permanenza delle cose. Ma la vita è come un flusso, come un fiume inarrestabile. Che vuole andare avanti. E si muove. Sempre.

Questo laboratorio è stato per me un’esperienza splendida e ricca, che mi ha donato ancor più entusiasmo e motivazione ad intraprendere questa professione, che da sempre chiedeva di entrare nella mia vita.

Grazie ad Artedo Trento e ad Axel Rutten per aver dato un’impronta davvero speciale a questo workshop.

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Sabrina Tabarelli

Autore: Sabrina Tabarelli

Dopo la Maturità d’arte presso l’Istituto Statale d’Arte di Trento, ho proseguito gli studi artistici conseguendo la Laurea in Dams indirizzo Arte Contemporanea presso la Scuola di Lettere e Beni Culturali dell’Università di Bologna con una tesi monografica dal titolo Scanavino e l’Informale. Sin da piccola nutro una forte passione per la scrittura creativa (racconti e poesie) dedicandomi, di recente, anche alla stesura di brevi saggi critici e biografie per amici e conoscenti (soprattutto nell’ambito della pittura). Nel 2013 ho pubblicato due miei racconti all’interno della collana “Nuovi Autori di Racconti” Casa Editrice Pagine, Roma. Dal 2014 collaboro con il quotidiano on-line La voce del Trentino nella sezione Arte e Cultura curando recensioni di mostre e articoli prevalentemente d’arte contemporanea. Coltivo inoltre una grande passione per la fotografia digitale (soprattutto b/n) che pratico da anni a livello amatoriale ricercando in essa una dimensione espressivo artistica, fortemente emotiva. Amo la lettura (in particolare testi di approfondimento di storia dell’arte, psicologia e romanzi giapponesi), il cinema (d’essai, drammatici, gialli psicologici; adoro David Lynch), la musica (dalla new age all’elettronica, dal neoclassical e la minimal al synthpop, dalla new wave al neofolk e altri generi; tra i cantautori italiani, ho nel cuore Battiato), la natura e gli animali (tutti, ma soprattutto i gatti).

La psicologia e l’arte possono essere considerate le chiavi della mia vita.

Da sempre, sin dall’adolescenza, sentivo forte l’esigenza di poter impiegare la mia sensibilità in una professione d’aiuto che coniugasse l’arte e la psicologia. Grazie ad Artedo, la possibilità di intraprendere questo percorso, profondo e delicatissimo, è divenuta realtà. Un viaggio che, passo dopo passo, in quel cammino verso gli altri, già sta plasmando la mia esistenza. Profondamente.

La crescita interiore e l’esplorazione di se stessi è un viaggio che non ha fine…

Iscritta ad Artedo dal primo ottobre 2015 al Corso di specializzazione in Arteterapia. Attualmente iscritta presso la Scuola  Artedo di Arti Terapie di Verona. 

Nata a Bolzano, vivo tra Trento e Bologna.

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