Sull’empatia.

“Sapeva ascoltare, e sapeva leggere.
Non i libri, quelli son buoni tutti,
sapeva leggere la gente.
I segni che la gente si porta addosso”.
A. Baricco

La Cura
La Cura

Mai come oggi una discussione, sia essa di natura psicologica, evoluzionistica, culturale, neurofisiologica, in merito all’empatia risulta essere tanto attuale. Mai come oggi, laddove si assiste con pericolosa abitudine all’altrui sofferenza, alla chiusura di frontiere in un mondo globale, riscoprire l’importanza etnoculturale dell’empatia è un dovere. Il presente come il futuro sono figli del passato ed è lì, all’origine, che si deve ricercare una base comune per riflettere.
Il termine empatia deriva dal greco ἐν, “dentro”, e -πάθεια, “sentire”; identifica quindi la capacità di mettersi nei panni dell’altro, pensare e sentire “come se” si fosse l’altro (differentemente dal “sentire per” espressa dalla risposta simpatetica), mantenendo al contempo il contatto col proprio io e con le proprie emozioni. Questo termine, molto spesso abusato, ha una primaria importanza in ambito sociale, permette la costruzione di relazioni interpersonali positive, favorisce la comunicazione, mitiga comportamenti antisociali ed aggressivi. Provare empatia significa condividere, comprendere le altrui azioni, emozioni, punti di vista perché entrano dentro di noi.
Dove affondano le radici dell’empatia? È caratteristica esclusivamente umana? È innata, indotta e/o in continuo divenire?
Per rispondere a tali quesiti trovo opportuno fare riferimento al contributo offerto da un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Parma che hanno indagato il legame tra empatia e le basi neurofisiologiche partendo dai primati (macachi) per poi estendere la sperimentazione anche agli uomini.
L’empatia non è una qualità esclusivamente umana; la condivisione affettiva è presente in molteplici specie animali. Questa asserzione richiama alla mente l’universalità del linguaggio emozionale espressa da Darwin; ogni organismo si adatta all’ambiente che lo circonda non soltanto attraverso modificazioni anatomiche, ma anche grazie alla mente e ai suoi processi.
Negli anni novanta Rizzolatti ed il suo team di ricercatori individuò nel cervello dei primati, in un’area chiamata F5 (corrispondente nei macachi alla corteccia premotoria ventromediale), una classe di neuroni premotori che si attivavano non solo quando gli animali erano intenti ad eseguire determinate azioni, come afferrare del cibo, ma anche quando osservavano lo sperimentatore o un conspecifico compiere l’azione precedentemente messa in atto. Gli studiosi battezzarono questo tipo di neuroni i “neuroni spercchio” (mirror neurons). Va sottolineato che i macachi in questione erano liberi da condizionamenti.
Studi successivi, effettuati grazie alla risonanza magnetica funzionale, hanno dimostrato l’esistenza di sistemi simili anche negli uomini. L’importanza del “sistema dei neuroni a specchio” è legata alla comprensione dei comportamenti altrui, alla ripetizione e all’acquisizione del linguaggio (se si osserva un individuo parlare e muovere la bocca si attivano anche i neuroni nell’area di Broca, un’area cerebrale implicata nell’articolazione del linguaggio). Il passo successivo è stato chiedersi se tali neuroni fossero coinvolti anche nella capacità di comprendere e condividere le emozioni dell’altro; nello specifico le emozioni utilizzate dai ricercatori sono state il dolore ed il disgusto.
La risposta è stata affermativa: quando osserviamo negli altri una manifestazione di dolore o di disgusto (sono state utilizzate neuroimmagini) si attivano le medesime reti neuronali (la parte anteriore dell’insula e della corteccia del cingolo e i gangli della base), di quando si sperimenta in prima persona lo stesso tipo di emozione. L’innata capacità di provare emozioni legata ai neuroni specchio, potrebbe essere di aiuto nella decodificazione di alcune forme di autismo, offrendone una spiegazione biologica; le sperimentazioni finora condotte sembrerebbero indicare un ridotto funzionamento di questo tipo di neuroni nei bambini autistici.
Retrodatato di una diecina di anni è il modello psicosociale di Davis, qui ricordato in merito alle primissime fasi dello sviluppo dell’empatia che risulta mediata da processi automatici (la tendenza innata ad imitare) ed involontari (si risponde alle emozioni altrui assumendo di riflesso la postura e l’espressione facciale dell’altro) di conseguenza non cognitivi. Passando attraverso processi cognitivi semplici si arriverà poi a quelli più avanzati come, ad esempio, il role taking.
Riassumendo quanto detto fin’ora la capacità empatica risulterebbe essere innata ed in continuo sviluppo; è un’esperienza complessa e multidimensionale,un percorso a tappe in cui fattori di personaltà e relazionali permettono di giungere a dimensioni sempre più profonde. Per comprendere gli stati emotivi altrui si deve necessariamente passare attraverso la comprensione di noi stessi. In tal senso la danza ed il movimento in genere, sono un potente canale espressivo con funzione catartica e comunicativa. Quanto messo in luce da Rizzolatti e la sua equipe mette in risalto una integrazione sempre maggiore tra il corpo e la mente, le emozioni e le capacita cognitive. La DMT in cui si fondono corpo, movimento, immagine, parole, e il non verbale, è una metodologia che permette di sviluppare e canalizzare nuove o pregresse emozioni. Il gruppo è un elemento fondamentale in cui integrarsi e confrontarsi; è un contenitore in cui sviluppare sia il limite che le potenzialita dell’incontro con l’altro in tutte le sue accezioni.

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