Quando il linguaggio sonoro-musicale incontra quello del colore-plastico. Laboratorio di Musicoterapia Recettiva integrato con l’utilizzo delle stoffe colorate. Condotto dal prof. Cattich. 13-14 febbraio 2016, sede di Trento

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Premetto che ogni laboratorio svolto finora ha avuto su di me un profondo impatto emotivo, ed ognuno, in quanto attività esperienziale, è stato fonte di nuova luce, capace, sia di sondare il mio vissuto interiore, che di offrire ad esso nuove strutturazioni, nuovi stimoli di nutrimento. Desidero descrivere il laboratorio pratico diretto dal Prof. Cattich, svolto nei giorni 13-14 febbraio 2016 (presso la sede di Trento) rivolto ad entrambi gli indirizzi di musicoterapia e di arteterapia (il mio indirizzo è arteterapia plastico-pittorica). Il laboratorio monografico, rivolto al target dell’adolescenza, disturbi di personalità e tossicodipendenze, ha avuto il suo fondamento nell’integrazione fra il linguaggio sonoro-musicale e quello del colore-plastico. L’incontro con la tecnica della Musicoterapia Recettiva Analitica, è per me già avvenuto qualche mese fa, durante un altro laboratorio il quale, come questo, ha saputo entusiasmarmi e coinvolgere particolarmente.

Le prime forme di musicoterapia recettiva risalgono ai tempi dei greci, che vedono uno strumento musicale (la lira) esercitare, tramite i suoi suoni, la capacità di modificare i toni dell’umore. Dai tempi più remoti sino ai tempi più recenti – si pensi ad esempio all’uso nelle realtà manicomiali, come anche al suo utilizzo, da parte dell’eccellenza medica, sia in sala operatoria che come sussidio terapeutico in caso di stress post-traumatico – il fascino e il potere evocativo della musica ha esplicato i suoi effetti sia sulla psiche che sul corpo – la musica, ad esempio, agendo come attivatore del sistema nervoso centrale, influisce, rallentando o accelerando, sul ritmo cardiaco e respiratorio – , e ciò è stato confermato da strumenti diagnostici (fra i quali la TAC e la PET).

La musicoterapia recettiva, prevedendo l’ascolto di brani musicali, dapprima portati dal conduttore – secondo criteri che tengono in considerazione la specificità del target e dunque in linea con le esigenze e la sensibilità del gruppo alla/e prima/prime seduta/e – poi portati dal gruppo stesso, richiedendo ad ogni membro del gruppo di creare una propria, dunque personalissima, “scaletta musicale” (che consiste, secondo il metodo, in quattro brani), offre alle persone la possibilità di esprimersi in maniera più spontanea, aggirando, tramite la mediazione della musica, quelle difese che (in maniera più o meno marcata) ostacolerebbero l’accesso a contenuti psichici conflittuali o comunque caratterizzati da un vissuto intenso o non del tutto consapevole. I brani musicali dunque, similmente ai numerosi test proiettivi (primo fra tutti quello di Rorschach) hanno un significato proiettivo, fornendo degli stimoli caratterizzati da una certa ambiguità che saranno interpretati, da ciascuna persona, secondo la soggettività e i “meccanismi” interiori di ognuno, portando a galla sia i lati più leggeri che quelli più contorti e meno risolti delle loro esistenze.

I brani, quando selezionati dal conduttore, vengono scelti per sollecitare specifiche dinamiche – nel caso, ad esempio, si voglia promuovere un’elaborazione del lutto, si offriranno brani capaci di lavorare su specifici aspetti psicologici, evocativi di una determinata tematica – oppure smuovere determinate emozioni, inducendo quindi uno specifico stato d’animo (es. senso di rilassamento o sferzata di energia) in quanto, al di là della soggettività che denota l’unicità di ogni singola persona, esiste una certa oggettività insita nel linguaggio musicale: in base ai tempi – i tempi pari stimolano l’incedere, quelli dispari, favoriscono l’introiezione e il rilassamento e la regressione- , ai suoni (il timbro degli strumenti), all’intensità (il volume, a livello psicologico, denota l’affermazione di sé) e alle altezze (a livello oggettivo, fisiologico, i suoni gravi tendono a risuonare nelle parte molli, luoghi delle emozioni, mentre i suoni acuti nel cranio).

La musica, così come l’arte visiva, ha dunque un impatto sulla psiche del soggetto e, nell’ambito dell’arteterapia si inserisce nel sistema di relazione operatore-paziente quale mediatore di comunicazione. Nel caso specifico che vede il paziente portare la propria scaletta musicale al gruppo, i brani scelti dal soggetto, offrono ad egli la possibilità di esprimersi in maniera più immediata ma nel contempo velata proprio grazie all’espressione mediata, e spontanea, del linguaggio musicale in quanto linguaggio non-verbale. Le verbalizzazioni (seguite sempre da un voto di gradimento del brano) svolte dopo ciascuno dei quattro brani presentati, effettuate da ogni componente del gruppo – ed anche, alla fine di tutta la “carrellata”, da parte della persona stessa che ha portato i brani -, si fanno pluralità di voci che divengono evocazioni interiori, frammentate, dei partecipanti, le quali, se da una parte designano un’ assoluta specificità individuale, dall’altra in parte si fondono (dimensione fusionale) nel contenitore-gruppo che in tal modo si fa “cassa di risonanza” dei vissuti emotivi di ogni soggetto e che, tramite quella catena di rispecchiamenti data dai rimandi da parte del gruppo (colti nella loro similarità o nella loro differenza) diventano fonte per possibili nuove dimensioni di significazione di loro stessi e di ciò che ruota attorno a loro stessi. Inoltre, spiega il Prof. Cattich, in certi contesti più problematici, la musica può diventare fondamentale per rimettere in circolo emozioni devitalizzate – come nel caso della difficoltà che un paziente può avvertire nel sentire il proprio mondo emotivo – o, peggio, che virano all’annientamento. Il tutto, nel contesto arteterapico, condito da quella cornice di piacevolezza ludica data non soltanto dall’attività creativa ma anche dallo stare in gruppo, interagendo e condividendo i propri vissuti con gli altri.

Se con il solo intervento della musicoterapia recettiva, il meccanismo proiettivo dei contenuti inconsci (conflitti, bisogni ecc.) viene innescato unicamente mediante l’ascolto dei brani musicali, l’integrazione, proposta dal Prof. Cattich in questo affascinante laboratorio, con le stoffe colorate – aventi ciascuna una tonalità cromatica unica e caratterizzate da un aspetto lucido che, grazie al suo cangiantismo, suscita particolare attrazione – rende più applicabile la tecnica della musicoterapia recettiva a persone che hanno difficoltà ad esprimersi verbalmente. Con questa proposta, dunque, l’espressione di ciò che suscitano i brani musicali viene svolta, anziché dalla parola (ovvero, dalla verbalizzazione), dal potere evocativo del colore delle stoffe che fungono quindi da mediazione.

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Il laboratorio ha, come target, pazienti affetti dal disturbo di personalità borderline, adolescenti e tossicodipendenti. Come ci è stato chiaramente spiegato dal Professore, queste tre utenze possono venir accomunate per aspetti legati all’identità – se, nel caso dell’adolescenza, ad esempio, la carenza nella percezione di sé come immagine definita fa parte di un processo fisiologico legato all’età, nel caso del paziente affetto dal disturbo borderline avviene secondo processi patologici – all’umore (per la sua instabilità e dunque per le sue oscillazioni) e all’impulsività, intesa come incapacità di trattenere un impulso.

Così, la musicoterapia recettiva, il cui potenziale parte dallo stimolo sonoro, lavora, per esempio sul piano dell’identità, permettendo al soggetto, tramite la mediazione musicale, di prendere contatto con aspetti di se stesso e di farli emergere aiutandolo in tal modo a valorizzare la propria individualità, la propria specificità come persona.

L’ascolto dei brani diventa lo stimolo per far uscire sia aspetti noti che aspetti tendenzialmente trascurati se non evitati dal soggetto. Il senso di certe emozioni, per esempio l’aggressività che caratterizza il disturbo borderline, che sono comunemente percepite dal paziente unicamente come negative, possono, grazie all’intervento dell’arteterapeuta, venir acquisite dalla persona in modo nuovo, con significazioni altre, più costruttive – rimanendo nell’esempio di prima, l’aggressività assume il significato di bisogni inascoltati – aiutando quindi il paziente ad acquisire una maggior consapevolezza del proprio mondo interno. Dunque, grazie all’arteterapia, le persone hanno la possibilità di conquistare una dignità individuale completamente nuova. I percorsi di arteterapia favoriscono l’integrazione degli aspetti psichici e psicologici e mirano al recupero dello spessore psicologico-affettivo del paziente e della dimensione sociale.

Il laboratorio, dopo la fase iniziale, caratterizzata dall’esperire la sola musicoterapia recettiva (per dare la possibilità, a chi non l’avesse già sperimentata, di conoscerne la tecnica), ha visto la successiva integrazione delle stoffe al linguaggio sonoro. All’ascolto dei brani quindi è seguita – tramite il prelievo da un mucchio disposto sul pavimento – la scelta di due ritagli di stoffe (di colori tra loro differenti) e, terminata la selezione da parte dell’intero gruppo, l’arteterapeuta (qui il Prof. Cattich) ha proseguito disponendo tutti i frammenti secondo una determinata logica. Tale logica, basata sull’ascolto ricettivo, da parte del conduttore, delle “sensazioni- colore” del gruppo, è in grado di offrire un rimando , una chiave di lettura velatamente psichica capace di avvicinare in maniera “discreta” l’operatore ai pazienti in modo da non smascherarli troppo. E’ seguita, da parte del conduttore, l’analisi verbale sul versante visivo-coloristico tramite aggettivi in grado di qualificare i colori secondo l’ intensità, la luminosità (le gradazioni di chiaro e scuro) e la temperatura (ovvero calda, fredda, fresca, rovente ecc.): una lettura dunque non in termini psicologici ma fenomenici. A quest’analisi, è stata data la possibilità di esprimere ai componenti del gruppo, in risposta a specifiche domande da parte del conduttore, qualcosa di aggiuntivo quale una sensazione emersa, o riconosciuta, o scoperta.

Su me stessa, la musica ha sempre avuto un potente effetto evocativo, rappresentando una sorta di ponte di connessione con la mia interiorità, in grado di far risuonare maggiormente, nel bene e nel male, l’universo emotivo insito in me. Partecipare ad un laboratorio che integri l’ascolto di brani musicali – per me, esperienza notevolmente attivante dal punto di vista psico emotivo – con la sensibilità del colore, e quindi affiancare al senso dell’udito quello della vista, ma non solo, anche del tatto – rendendo quindi il tutto ancor più stimolante in quanto i mediatori in campo sono in posizione dialogica fra loro – ha dato ulteriore energia e nuova luce all’esperienza facendola risultare amplificata e dunque, secondo il mio parere, maggiormente completa, integrale.

Intendo dire che, mentre la “sola” musicoterapia recettiva (terapia che in questo contesto mi piace definire “unicista”) lavora su un piano di maggior astrazione – in quanto poggiante, con la verbalizzazione, su un codice astratto che è quello linguistico, della parola -, l’approccio integrato con le stoffe – che significa visione, luce, colore, materia – permette il realizzarsi di una sorta di pensiero fatto carne, di emozione “incarnata” in quanto divenuta tangibile, reale, concreta. Dunque, le sensazioni provate durante il momento passivo della ricezione, assumono sostanza scavalcando le parole per farsi colore, in una sorta di processo di trasmutazione che dai concetti giunge alle cromie e dalle frasi – gerarchiche composizioni di parole ed elaborazioni organizzate al pari delle composizioni fantasiose realizzabili con le stoffe – approda al mondo formale della sculture.

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Sono sculture fatte d’anima, di emozioni, di sensazioniscolpite” grazie alla magia dell’arte che qui è terapia e dunque emersione, contenimento, ascolto ed empatia. Il tutto agendo su quella grandiosa risorsa, insita in ognuno di noi, chiamata creatività.

Partecipare ai laboratori di arteterapia è per me stimolo di crescita e conoscenza, non solo professionale ma anche interiore.

Dopo l’esercizio che ha visto il connubio dell’ascolto dei brani con la scelta delle due stoffe (finora descritto) e, in quello successivo, l’aggiunta di qualche aggettivo con la funzione di esprimere, da parte dei partecipanti, il vissuto legato al brano, il seguente step del laboratorio è stato quello di realizzare, da parte di una persona scelta dal Professore , una composizione a partire dalla selezione di stoffe avvenuta da parte di tutto il gruppo. La stessa doveva poi venir modificata, seguendo i propri moti interiori, da alcuni, in successione, dando ogni volta alla forma originaria nuova vita, nuova forma. Sculture, dunque, che, nelle mani di diverse persone, assumono diverse shapes, come diversi sono i mondi interiori di ciascuna di loro.

La creazione di qualcosa di compositivo ha quindi dato ulteriore “voce” al non-verbale, attingendo ad un universo formale. Tramite la realizzazione di una composizione di forme, viene data al paziente un’ulteriore possibilità di esprimere se stesso, mediante quella comunicazione, mediata dall’arte, in grado di schermarlo da un’eccessiva esposizione che potrebbe comportare il timore di venir criticato. In tal modo egli ha la possibilità di esprimersi e nel contempo sentirsi protetto. Ciò risulta particolarmente compatibile sia con la fascia d’utenza degli adolescenti che con quella di persone affette da disturbi di personalità di tipo borderline.

Come spiegato dal Prof. Cattich, sarà compito, sensibilissimo, dell’arteterapeuta riuscire a porsi all’ascolto empatico del paziente in modo da coglierne le specifiche esigenze: se vi sono alcuni che sentono la necessità di rimanere “celati”, cercando quindi di mantenersi protetti – dagli altri ma anche da loro stessi – altri, al contrario, hanno bisogno di venir “scoperti” dal terapeuta il quale presterà loro aiuto nel cercare di definire maggiormente la loro identità.

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Anche i rimandi da parte del gruppo risultano fondamentali: tramite ciò che è stata detto o compiuto dagli altri, ognuno ha sia la possibilità di “ascoltare”, e dunque accogliere, qualcosa che – tramite una sorta di processo identificativo – sente risuonare in se stesso, come, all’opposto, permanere in una posizione di “non-ascolto” in quanto le barriere difensive issate dal paziente sono alte a tal punto da non permettergli di accedere a determinati aspetti psichici/psicologici di se stesso.

L’innesto della recettiva con un altro mezzo espressivo (in tal caso le stoffe colorate) punta anche a far acquisire, nei pazienti, maggior coraggio. Grazie all’analogico e alla sua componente creativa, si fa sperimentare quindi al paziente una dimensione di incoraggiamento in quanto esso permette di far avvicinare la persona al proprio “serbatoio” inconscio-affettivo, non solo in maniera graduale e progressiva, ma anche secondo una modalità più sostenibile, e dunque più accettabile, in quanto risulta velato dalla mediazione propria delle artiterapie.

Durante il laboratorio, ci è stata data anche la possibilità di portare noi stessi una scaletta musicale (quattro brani) che, in quanto personalissima, sarebbe servita da presentazione al gruppo: ovvero la presentazione non-verbale di se stessi. Due sono state le persone che si sono offerte. Una di queste ero io. Ciò è stato molto interessante e coinvolgente in quanto mi ha dato l’opportunità di assumere un punto di vista completamente diverso rispetto a quello vissuto in precedenza durante il workshop. Se prima mi trovavo in una posizione di ricezione e trasmissione – ascolto e comunicazione di stati emozionali – e di immedesimazione in un ipotetico mio ruolo di arteterapeuta nel contesto specifico del target d’utenza – osservando e sforzandomi di cogliere il più possibile gli insegnamenti del Prof. Cattich – portando la mia scaletta musicale, mi sono ritrovata nella posizione, simulata, di una possibile paziente e ciò mi ha dato modo di vivere l’interazione con un altrettanto possibile arteterapeuta (il cui ruolo è stato rivestito da un’allieva, anch’essa in formazione come noi).

All’ascolto di ciascun brano, è seguita, da parte di tutto il gruppo (esclusa me stessa) la selezione delle due stoffe accompagnata da un sintetico commento verbale.

La sensazione che ho provato è stata molto particolare in quanto, assistere dapprima alla scelta dei colori da parte del gruppo e vedere poi queste cromie “spalmarsi” sul pavimento secondo quella logica dispositiva subordinata ad una funzione di chiarificazione – come spiegato dal Professore, tale passaggio aiuta i pazienti nella messa in ordine delle emozioni, facilitandone l’individuazione e la comprensione – ha avuto su di me un sensibilissimo impatto: ha significato, non solo, cogliere quanto di me il gruppo avesse percepito anche se vanno tenute presenti tutte quelle proiezioni che, in un contesto di questo tipo, agiscono più o meno inconsapevolmente mettendo in campo anche, o talvolta soltanto, parti di se stessi – ma anche cercare di comprendere quanto avesse cercato di porsi al mio ascolto e in che modo. Mi ha fatto sentire anche in parte denudata di me stessa, dal momento che ho visto esposta, assumendo sostanza nel colore, la parte di me forse più profonda e dunque più vulnerabile. Avendo consapevolezza che ciò sarebbe stato inevitabile, è stata comunque forte l’esigenza, da parte mia, di compiere tale esperienza che mi ha dato la preziosa possibilità di rispecchiarmi e nel contempo condividere (sebbene parzialmente) me stessa con gli altri. Quei colori che man mano si formavano sul pavimento, quei tasselli lucenti e colorati, rappresentavano in parte me stessa, vista dagli occhi del gruppo, e nel contempo ogni persona del gruppo. Ognuno di loro, con le loro peculiarità, le loro emozioni, le loro percezioni assolutamente soggettive. Un’esperienza davvero unica, che ho vissuto con tanta emozione.

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Successivamente, chi era stato incaricato di entrare nella parte dell’arteterapeuta ha realizzato, partendo dalle selezioni delle stoffe di tutto il gruppo, delle composizioni: nello specifico, una composizione per ogni brano ascoltato. Anche questa è stata un’esperienza per me piuttosto forte. Se tre (su quattro) composizioni erano rispondenti al mio vissuto, una composizione (quella che ha seguito un brano a metà della scaletta) è stata percepita da me decisamente fuorviante in quanto la disposizione delle stoffe, così come costituite dalla compagna, erano in netta dissonanza con il mio sentire. Dopo aver espresso verbalmente la sensazione di tale discrepanza con il mio vissuto, mi è stata data la possibilità di ricomporre l’artefatto cercando di comunicare, questa volta tramite la mediazione non-verbale, la mia dimensione interiore. L’esperienza si è conclusa poi in maniera felice in quanto l’interazione tra me (come paziente) e la compagna (come arteterapeuta) è stata re-integrata, e ciò, infatti, si è reso evidente tramite la quarta, e ultima, composizione realizzata dalla stessa, rivelatasi nuovamente in comunione con il mio sentire. A questo punto dunque è stata confermata quella che il Prof. Cattich ha spiegato essere una convalidazione empatica, ovvero quella sorta di connessione operatore-paziente che si realizza nel momento in cui il terapeuta dà dimostrazione di esser riuscito ad entrare in comunicazione empatica con il paziente, manifestando comprensione e accoglimento in se stesso.

Concludo col dire che questo laboratorio per me è stato davvero entusiasmante sotto ogni aspetto. Grazie al pieno di emozioni vissute, individualmente e attraverso il gruppo, ho fatto un tuffo in un oceano di sensazioni. Desidero anche ringraziare il Prof. Cattich, che, grazie alla sua competenza e sensibilità empatica ci ha fatto addentrare in ogni aspetto di questo laboratorio, da quello più tecnico a quello più umano. Aspetto, quest’ultimo, imprescindibile e assolutamente fondamentale in una professione così delicata come quella d’aiuto.

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Sabrina Tabarelli

Autore: Sabrina Tabarelli

Dopo la Maturità d’arte presso l’Istituto Statale d’Arte di Trento, ho proseguito gli studi artistici conseguendo la Laurea in Dams indirizzo Arte Contemporanea presso la Scuola di Lettere e Beni Culturali dell’Università di Bologna con una tesi monografica dal titolo Scanavino e l’Informale. Sin da piccola nutro una forte passione per la scrittura creativa (racconti e poesie) dedicandomi, di recente, anche alla stesura di brevi saggi critici e biografie per amici e conoscenti (soprattutto nell’ambito della pittura). Nel 2013 ho pubblicato due miei racconti all’interno della collana “Nuovi Autori di Racconti” Casa Editrice Pagine, Roma. Dal 2014 collaboro con il quotidiano on-line La voce del Trentino nella sezione Arte e Cultura curando recensioni di mostre e articoli prevalentemente d’arte contemporanea. Coltivo inoltre una grande passione per la fotografia digitale (soprattutto b/n) che pratico da anni a livello amatoriale ricercando in essa una dimensione espressivo artistica, fortemente emotiva. Amo la lettura (in particolare testi di approfondimento di storia dell’arte, psicologia e romanzi giapponesi), il cinema (d’essai, drammatici, gialli psicologici; adoro David Lynch), la musica (dalla new age all’elettronica, dal neoclassical e la minimal al synthpop, dalla new wave al neofolk e altri generi; tra i cantautori italiani, ho nel cuore Battiato), la natura e gli animali (tutti, ma soprattutto i gatti).

La psicologia e l’arte possono essere considerate le chiavi della mia vita.

Da sempre, sin dall’adolescenza, sentivo forte l’esigenza di poter impiegare la mia sensibilità in una professione d’aiuto che coniugasse l’arte e la psicologia. Grazie ad Artedo, la possibilità di intraprendere questo percorso, profondo e delicatissimo, è divenuta realtà. Un viaggio che, passo dopo passo, in quel cammino verso gli altri, già sta plasmando la mia esistenza. Profondamente.

La crescita interiore e l’esplorazione di se stessi è un viaggio che non ha fine…

Iscritta ad Artedo dal primo ottobre 2015 al Corso di specializzazione in Arteterapia. Attualmente iscritta presso la Scuola  Artedo di Arti Terapie di Verona. 

Nata a Bolzano, vivo tra Trento e Bologna.

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