“Quando arriverà il nostro momento”? Come ho vissuto il XIV Congresso Nazionale sulle Arti Terapie a Scalea – 2/3 dicembre 2016

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Quando arriverà il nostro momento”? …

Quante parole chiave. Quante piccole luci che legandosi le une alle altre, come fili d’argento nella notte, creano costellazioni nell’interiorità di ognuno di noi, che non può esser altro che inedita e unica nel suo instancabile procedere verso la propria essenza. Autenticità. Come un suono sibillino nella notte senza luna, così piena di desideri inespressi e di sogni raggomitolati su se stessi e soffocati. Notte buia è la notte priva di quelle piccole stelle che come sonori zampilli inondano di luce l’oscura profondità del sé. Il bavaglio pian piano si leva e la libera espressione respira, nella sua ampia e generosa pienezza. Stelle. Sono quelle stelle ad illuminare nuove vie, nuove strade, che nella notte supplicano di venir percorse. Il soffocante mutismo che relega la propria più profonda, intima e vera sostanza ad un silenzio assordante, lentamente prende voce, lentamente si innalza. Oltre le cortine dell’assenza di sé, oltre la vuota voragine dell’esser orfani di se stessi, oltre l’analfabetismo della propria vera natura. Si innalza.

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Quante parole chiave in questo congresso. Quante riflessioni, oltre alle tante informazioni che hanno dato tanto speranza per il nostro futuro professionale. “Quando arriverà il nostro momento”? una domanda che, tra gli innumerevoli entusiastici interventi svolti dal nostro Presidente Stefano Centonze, ha risuonato in quella sala congressi risuonando anche in tutti noi che eravamo lì davanti come allievi, come futuri professionisti, come esseri umani che credono in ciò che hanno intrapreso e che, forse, hanno bisogno di credere sempre più in loro stessi e in ciò che fanno. Perché penso che la Fiducia in se stessi e nelle proprie scelte debba venir coltivata ogni giorno, ogni momento, costantemente.

Io credo. E tra i tanti io c’ero. Non ha importanza se sotto i riflettori o al buio, perché ciò che conta è Esserci. Una presenza che è ascolto, attenzione, concentrazione e speranza. Che è riflessione, umiltà e perseveranza. Che è caparbietà in quanto, nonostante le difficoltà che tutti noi possiamo avere, e che in misura differente ci assalgono, noi Ci Siamo. Perché Esserci significa Crederci e non lasciarsi vivere ma, al contrario, prendere in mano le redini della propria esistenza. Esserci significa tante cose e una più di tutte, quella che come un filo costantemente tesse le maglie della propria volontà di andare avanti, di fare, di mettersi in gioco, di mettersi alla prova, nonostante tutto, nonostante non sia per niente facile, nonostante gli ostacoli, che a volte sembrano insormontabili o amari o incomprensibili. Quel filo che mappa la propria costellazione esistenziale, che la illumina di luce endogena, ha un nome: Entusiasmo. Parola chiave, questa. Quante parole chiave durante questo congresso, durante questa vivida esperienza. Entusiasmo che è energia capace di rinnovarsi e di risorgere, di non abbattersi, di risalire, di far rinascere. Resilienza.

Quando arriverà il nostro momento”? Il momento è adesso, il momento è ora, il momento è in questo “qui ed ora” che non può essere ieri né domani ma che, con la consapevolezza di sé, dà luce al prima e al dopo oltre che all’adesso. E dunque altra parola chiave: Consapevolezza. Che è pensabilità, la pensabilità dell’impensabile, di contro alle difese dalle tante angosce che costantemente cercano di venir in qualche modo evacuate dalla propria mente. E’ passaggio dagli elementi beta agli elementi alfa (Bion). Metabolizzazione continua, costante, imperterrita e costantemente scalpitante. In noi, dentro di noi. Consapevolezza è Esserci, sentirsi, ascoltarsi, rimanere in contatto con se stessi sempre e comunque.

E’ Crescita. Perché consapevolezza è Integrazione delle proprie dinamiche interne. Delle proprie parti “buone” e di quelle “cattive” e problematiche. E’ quindi elaborazione, mentalizzazione, riconoscimento e dunque Conoscenza. E’ essere in contatto con i propri sentimenti, con le proprie Emozioni quando invece il loro venir meno non può che sviluppare anticonoscenza. Ciò che viene reso pensabile lo si digerisce di più, fa meno paura, alleggerisce l’angoscia.

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Un congresso che, sulla scia delle mie sensazioni, in un certo senso ha assunto anche una sorta di “funzione “terapeutica” proprio nella misura in cui ha saputo esser costruttivo sia nel sollevare riflessioni, riferendomi in particolare a quelle di natura psicologica, sia nel suo esser stato “nutrice di emozioni”, svolgendo in entrambe le dimensioni una funzione costruttiva in quanto suscettibile di fungere da strumento di risonanza in grado di movimentare il pensiero e il vissuto di ciascuno di noi. Ci ha aiutato a pensare, a spostare i nostri asfittici baricentri, agitandoli, scuotendoli per renderli in tal modo maggiormente affini a noi stessi, alla nostra vera essenza e dunque maggiormente affini anche alla nostra progettualità, umana e professionale.

Consapevolezza è anche Speranza, non negatrice di sofferenza esistenziale ma, al contrario, sua “accoglitrice” in quanto proprio il riconoscerla acuisce e fa acquisire pienamente il senso e il significato delle cose. Riconoscimento, elaborazione, accettazione delle nostre parti luce e di quelle ombra. Necessari passaggi per giungere ad una vera comprensione di sé e dunque degli altri, aprendo un varco verso una convivenza sociale più vera e giusta. E dunque, speranza significa anche saper convivere con la sofferenza in quanto, proprio perché si è reso accessibile il proprio mondo interno, viene data la possibilità di attingere ad una rinnovata Forza vitale in se stessi, che scalcia per venir sprigionata, che lentamente e gradualmente andrà ad affrancarsi da quelle catene di sopraffazione, anelli più o meno distruttivi, che albergano in ciascuno di noi.

Si tratta di ripulire un vetro opaco al fine di scorgere nuova luce. Nuove visioni. Nuova vita. Pensiero divergente, ampliamento della propria mappa mentale, vedere oltre.

Creatività. Altra parola chiave, per tutti, e soprattutto per noi. E che parola chiave! Creatività. Ed è proprio grazie ad essa che si è in grado di affrontare le cose in modo rinnovato, secondo quella visione diversa capace di aprire a nuove possibilità. Significa trasformazione, soluzioni. Problem solving creativo. “Quando arriverà il nostro momento”? La creatività permette di dare una spinta propulsiva alla conoscenza e alla vita, permette di riappropriarci di noi stessi, delle nostre potenzialità, di farci sentire vivi. Pienamente vivi. Al di là di schemi asfittici, polverosi e frustranti, al di là di ingabbiamenti che limitano il nostro saltellare esistenziale, al di là dello stereotipo capace solo di produrre sterile e muta omologazione, sta la creatività. Che si muove anche nell’imprevisto, nel non dato e nel non noto e dunque nel nuovo che chiama nuove configurazioni, nuove modalità, nuova vita. Grazie alla creatività noi siamo Noi. Processo di individuazione junghiano. Soltanto ascoltando se stessi si può raggiungere la propria essenza, unica ed irripetibile, ed essere attori protagonisti del proprio percorso esistenziale.

Creatività è trasformazione. Che non può prescindere dalla profonda conoscenza di sé, la sola capace di produrre un altrettanto profondo cambiamento, non semplicemente adattivo bensì trasformativo. Che parte da dentro di sé, da qui dentro, qui nel fondo di noi stessi. La creatività è spazio ludico, di gioco, è una porta spalancata sul proprio mondo emozionale che grazie al processo creativo, cuore dell’arteterapia, fa emergere bagnandolo di viva luce. Finalmente. La dimensione artistica permette anche di render avvicinabile la sofferenza, tollerarla e dunque conoscerla. Renderla pensabile. Ma non solo, renderla visibile e “toccabile” in quanto, portando fuori il proprio mondo interno, lo si può sfiorare con mano (un disegno, un’opera in creta ecc.) ed osservare anche da altri punti di vista.  La creatività può esser stimolata e allenata ed è un processo espansibile in quanto, una volta attivata, una volta trovata la chiave per muoverla in noi, la sua forza trasformativa può espandersi a “trecentossesantagradi” nella nostra vita, anche nella nostra quotidianità e dunque aiutarci a sostenere le difficoltà, e a cogliere le opportunità, grandi o piccole che siano, che ciascuno di noi incontra nella propria esistenza.

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Quando arriverà il nostro momento”? La creatività è presente in ognuno di noi e l’arteterapia offre lo spazio ad essa per venir mobilitata, potenziata, esaltata. E come un fiume in piena inonda ogni cosa di nuova luce, di quelle nuove stelle che sono sorta di luci-guida foriere di nuova esistenza. Perché se riusciamo a conoscerci riusciamo a conoscere anche le proprie potenzialità e dunque i propri desideri e i propri talenti, potendo muoverci in tal senso. Lungo la giusta strada, giusta per noi, per ciò che ci contraddistingue nel profondo. Incoraggiamento. Altra parola chiave nella relazione d’aiuto, correlata all’Autostima che è sostegno e valorizzazione delle proprie risorse. Credere nelle proprie risorse è imprescindibile per poter raggiungere qualsiasi obiettivo nella propria vita. Fiducia. Legata al concetto di autostima e così importante da infondere nell’altro nel specifico contesto dell’arteterapia come anche in tutte le altre professioni della relazione d’aiuto. Come risulta imprescindibile la conoscenza degli aspetti profondi della propria mente nel momento in cui si attuano processi di interazione con l’altro.

Combattere l’indifferenza fra le persone”, ne è stato discusso al congresso, fra la miriade di argomenti e riflessioni. Il senso di Solidarietà e di attenzione e riguardo verso l’altro è il solo capace di promuovere una cultura della cura e della responsabilità, di contro a comportamenti collettivi patologici. Il rispetto e la cura dell’altro comportano il riconoscimento dell’altro in modi sani, grazie ad una sana capacità relazionale e ad una capacità empatica capace di schiacciare l’indifferenza a favore di comportamenti solidali e altruistici, di contro a distruttive logiche difensive, di scissione e proiezione, incapaci di promuovere una cultura di pace e solidarietà.

. E poi ci sono stati gli spettacoli, le performance. Uno su tutti mi ha colpito particolarmente, tanto da non riuscire quasi a respirare, tanto da non riuscire quasi a trattenere le lacrime. “Io di chi sono”? ha avuto come tema l’affido familiare. Una struggente rielaborazione autobiografica interpretata in modo altrettanto struggente quanto in modo intensamente vivo, vero, caldo, dalla bravissima e talentuosa Monica Corimbi. Caldo come le ferite. Bollente come il dolore. Io c’ero. E posso dire di esserci stata pienamente, con il cuore e con la mente.

Sabato giornata piena, giornata ricca, giornata festa per le emozioni e per gli occhi. Dico per gli occhi in quanto al mattino ho improvvisato una breve escursione solitaria nella vecchia Scalea. Mi piace accennare alla bellezza di questo territorio che ha ospitato il nostro convegno e che mi ha rapito, con il suo borgo medievale e con l’immensità di un mare che davanti alla location del congresso si spalmava all’infinito portandoti sempre più in là, sempre più in fondo collaborando anch’esso, questo è quello che ho percepito, ad affondare ancor più in se stessi in una sorta di unione panica col tutto.

Il borgo medievale, posto su un’altura, è semplicemente delizioso nel suo silenzio e nel suo intreccio fatto di scale e gradini che profumano di storia e di vita stampate in ogni dove, su ogni ciottolo dei quasi interminabili gradini e in ogni vicolo e sulle pareti delle vecchie mura che hanno visto svariati domini (bizantino, longobardo, normanno ecc.). Il silenzio e la solitudine di un borgo quasi fantasmatico hanno fatto il resto. Le ripide scalinate hanno saputo mettermi decisamente alla prova non smorzando, nonostante tutto, il mio entusiasmo e la mia voglia di continuare, di salire, di arrampicare nonostante le varie difficoltà. Come faccio sempre nella vita.

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Da Piazza Maggiore De Palma, una vista sul mare ammaliatrice e ancora più su la cosiddetta “chiesa di sopra” e la torre di guardia aragonese costruita nel XV secolo. E poi il ritorno. Camminando tra le scalinate e le strette viuzze quasi addossate alle case in un’atmosfera assolutamente atemporale, d’estatico incanto. In fondo e a ridosso della costa domina Torre Talao costruita da Carlo V nel XVI sec. che purtroppo non sono riuscita a visitare.

Dicevo, giornata piena e cuore per noi allievi in quanto durante la giornata si sono distribuiti i laboratori esperienziali aperti anche agli esterni. Musicoterapia e arteterapia le mie scelte. Rispettivamente tenuti dal dott. Valerio Cadeddu e dal mio direttore di sede Axel Rutten. L’invisibile che alberga in noi si è fatto suono, si è fatto voce e si è fatto colore e materia da plasmare, toccare, far vivere fra le proprie fragili mani. Il proprio nome da accarezzare, da accudire e da sfiorare, da tener racchiuso nella propria mano, scrutandolo da una piccola fessura ricavata dal proprio pugno stretto ma allentato, un varco per farvi scorrere il suono della propria voce che calda irrora e risuona dentro di esso e dentro di noi. Non avevo mai vissuto prima d’ora in tal modo il mio nome. Il nome è suono ma si è ampliato anche in visione, colore, ampiezza, materia tattile. I sensi si espandono, la sensorialità si fa sottile portatrice di significati che si rincorrono, che rimbalzano sulle molli pareti della propria emotività che come un fiume inonda la nostra esperienza.

Respiro seduta su un prato, sola con me stessa ma con gli altri. Il mare dietro di me, la brezza e le onde a consolare. Respiro guidato, respiro aria e così facendo cerco una sosta, ma attiva, dinamica. Creta da plasmare, umidità sulla pelle e fra le mani, pensieri che svaniscono e divengono materia. E le mani si muovono da sole, è la memoria del sogno, la via maestra per l’accesso ai propri stati d’animo, alle proprie emozioni, dolorose e non. Ora è là davanti, si fa sostanza, vive con gli altri, è visibile agli altri. Respiro. Disegniamo, ancora. E poi condividiamo e infine parliamo. Una stanza ad accogliere una cinquantina di persone, l’odore della creta nell’aria e intrecci di parole e opere a saturare un ambiente di espressione pura. Il non verbale incontra il verbale dialogando e diventa ascolto, attenzione, partecipazione, emozione. Diventa Empatia.

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Quando arriverà il nostro momento”?

Quel momento è già qui. Non un minuto prima, non un minuto dopo. Il qui e ora è la chiave per poter pienamente Esserci.

Io c’ero. Io ci sono. Io ci provo. Io ci credo. Profondamente.

E lotterò. Con tutta me stessa.

Grazie Artedo.

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Sabrina Tabarelli

Autore: Sabrina Tabarelli

Dopo la Maturità d’arte presso l’Istituto Statale d’Arte di Trento, ho proseguito gli studi artistici conseguendo la Laurea in Dams indirizzo Arte Contemporanea presso la Scuola di Lettere e Beni Culturali dell’Università di Bologna con una tesi monografica dal titolo Scanavino e l’Informale. Sin da piccola nutro una forte passione per la scrittura creativa (racconti e poesie) dedicandomi, di recente, anche alla stesura di brevi saggi critici e biografie per amici e conoscenti (soprattutto nell’ambito della pittura). Nel 2013 ho pubblicato due miei racconti all’interno della collana “Nuovi Autori di Racconti” Casa Editrice Pagine, Roma. Dal 2014 collaboro con il quotidiano on-line La voce del Trentino nella sezione Arte e Cultura curando recensioni di mostre e articoli prevalentemente d’arte contemporanea. Coltivo inoltre una grande passione per la fotografia digitale (soprattutto b/n) che pratico da anni a livello amatoriale ricercando in essa una dimensione espressivo artistica, fortemente emotiva. Amo la lettura (in particolare testi di approfondimento di storia dell’arte, psicologia e romanzi giapponesi), il cinema (d’essai, drammatici, gialli psicologici; adoro David Lynch), la musica (dalla new age all’elettronica, dal neoclassical e la minimal al synthpop, dalla new wave al neofolk e altri generi; tra i cantautori italiani, ho nel cuore Battiato), la natura e gli animali (tutti, ma soprattutto i gatti).

La psicologia e l’arte possono essere considerate le chiavi della mia vita.

Da sempre, sin dall’adolescenza, sentivo forte l’esigenza di poter impiegare la mia sensibilità in una professione d’aiuto che coniugasse l’arte e la psicologia. Grazie ad Artedo, la possibilità di intraprendere questo percorso, profondo e delicatissimo, è divenuta realtà. Un viaggio che, passo dopo passo, in quel cammino verso gli altri, già sta plasmando la mia esistenza. Profondamente.

La crescita interiore e l’esplorazione di se stessi è un viaggio che non ha fine…

Iscritta ad Artedo dal primo ottobre 2015 al Corso di specializzazione in Arteterapia. Attualmente iscritta presso la Scuola  Artedo di Arti Terapie di Verona. 

Nata a Bolzano, vivo tra Trento e Bologna.

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