La mia prima, primissima esperienza. Prima del mio tirocinio. Ormai prossimo

Eravamo tutti lì. Assieme. Voi ed io, in quel piccolo angolo di mondo così lontano dal caos e dalla frenesia cittadina. Sotto un cielo blu che sembrava risuonare talmente era intenso, tutto sembrava vivido lassù. L’aria così tersa da poter realmente respirare e i profili delle montagne tutt’attorno parevano braccia premurose nel chiudere e al contempo schiudere invitando, chi lo desiderasse, a cercare e a ricercare l’orizzonte. Quell’orizzonte. Il profumo dei boschi e l’umido sentore riscaldato dal sole del mezzogiorno, il calare della notte che è nera e fitta in stradine poco illuminate, silenziose e solitarie. Lassù il tempo si spalma come un docile suono stemperandosi e quasi perdendosi nella sua riconquista di se stesso, così naturale, così ritmico ma discreto, quasi evanescente.

Una piccola esperienza che ho vissuto per qualche giorno, che ho vissuto con concentrazione ed emozione scavalcando e cavalcando la vulnerabilità che sempre mi accompagna ma che sempre mai mi tradisce. La fragilità ha il sapore della vita. Fresca, tremante, mai statica e dunque suscettibile di vibrare, come inquiete ali di farfalla. Ma non sono voli facili, non sono voli privi di ostacoli né privi del loro esser conturbante, a volte.

G. sei stato il primo a salutarmi, mentre gli altri erano fuori a passeggiare, tutti assieme, tutti in gruppo. Tu no. Chiuso nel tuo silenzio stavi seduto e quasi immobile su quel divano così vicino alla finestra, così vicino a quel fuori che tu, ogni tanto, osservavi nella tua impenetrabile solitudine. Quasi. Così mi apparivi ma solo un attimo prima di aver visto un cenno di sorriso, quello stesso sorriso che hai fatto apparire sul tuo volto dopo aver disegnato, qualche ora più tardi, tutti assieme, tutti in gruppo. C’eri anche tu, nonostante fossi sempre stato così restio a partecipare, a condividere, nonostante fossi sempre stato così… solo. Così mi è stato riferito. La tua presenza ha rinnegato un’assenza e in quella “Palla di fuoco”, sospesa tra terra e cielo, ho letto un’energia che premeva di uscire. L’urgenza dell’esistere palesarsi nel tuo tratto così deciso nella costruzione di una simbologia che ardeva. O perlomeno questo è quello che ho percepito. Perché le cose penso vadano innanzitutto ascoltate, sentite e dunque vissute così, come ci colgono.

A. Sono rimasta ferma per vari minuti ad osservarti mentre coloravi i tuoi personaggi con quel pennello dalla punta sottilissima, quasi un miniatore, così capace nella tua attività ad ammaestrare quell’inquieta incandescenza che altrove diventava velocità di esecuzione, nel tuo esclamare “disegno finito”! poi posso fumare una sigaretta”? Il sole, il prato e un cielo azzurro e quello steccato così imponente, così ingabbiante. Forse. “Il sole più bello”, il titolo che hai dato. E poi i cavalli nel tuo collage. Uno stremato dalla fatica mentre l’altro al trotto, irruente e selvatico. La natura, il mare e poi l’immagine di un’opera d’arte simbolista. Il sogno, il sonno, l’altrove. Ti è piaciuto di più suonare mi hai detto. Quel tamburo che non vedevi l’ora di suonare, ancor prima degli altri, di tutti gli altri.

A. (stessa iniziale) sei stato l’unico a volermi aiutare quando, sola in quel bellissimo atelier dedicato alle attività creative, hai fatto irruzione chiedendomi se potevi metterti a tagliuzzare con me frammenti di riviste che tappezzavano quel tavolone di legno dove di lì a poco avrebbe accolto, come un momento quasi conviviale, tutti voi ed io con voi. “Posso aiutarti?” e il sorriso che si accende e in un attimo tutto sembra farsi più leggero, e assolutamente spontaneo. Pochissime parole e la difficoltà che sembra stemperarsi in un entusiasmo così autentico al quale è impossibile sottrarsi, come credo risulti altrettanto impossibile non porsi quelle piccole riflessioni così basilari, così fondamentali. Assolute. Le fauci del giaguaro spalancate sul mondo accompagnano altre immagini di animali nel tuo collage, un cavallo, un gatto e così via. Mi è parso così animato, così prorompente.

C. così introverso, così riservato ma nonostante questo sempre presente, con quella voglia di esserci, nonostante tutto. Nonostante tutto. Nella sala piena di cuscini a terra e foulard vivacemente appesi al soffitto, sotto il quale ho cercato di disporre il setting costituito da una notevole varietà di strumenti musicali, tu hai scelto uno di quelli più imponenti, più possenti. Il tamburo. Un battito costante come la tua presenza. Un battito con pause e ritmi ricercati, rincorsi e seguiti da altrettante pause fatte di mani che chiedevano di riposare. Ma non demordevi e così, riprendevi ancora e ancora. Mi ha colpito la tua comunione con quel movimento quasi in sordina ma calzante, a suo modo potente. Come la tua partecipazione. E poi il tuo collage. “Le mani sul mondo”.

S. a volte così ridente, a volte così cupo. A volte così chiacchierone, a volte così taciturno. Tra presenza e assenza di parola. Ma sempre presente, comunque. In atelier con la musica, nel partecipare ai collages e nella tua espressione grafica così sintetica, così elementare, così silenziosa. Presente, quasi sempre. Quasi, perché al collage collettivo non te la sei sentita di esserci con le mani ma c’eri con lo sguardo o, perlomeno, con il tuo essere seduto vicino ai tuoi compagni su quella sedia che senza la tua presenza sarebbe stata vuota.

L. così educata, così gentile nei modi e melodiosa nel parlare. Così introspettiva, anche. Piccole confidenze, tanti sorrisi e voglia di mettersi in gioco. “Il mio risveglio” è stato il titolo del tuo collage. Il letto, il riposo, il mare e la casetta coi fiori. I tuoi angoli di quiete, di pace. Le tue parole sono delicate come quei fiori che hai voluto disegnare, come la sensibilità e il tuo essere così paziente con te stessa e con gli altri. Mi hai parlato dei tuoi giorni lassù, durante quella piccola vacanza, mi hai portato a vedere degli animali chiedendomi se potevo aiutarti a dar loro da mangiare, mi hai aiutato anche a radunare tutti gli altri per i saluti dopo cena, quando ormai fuori era buio ma dentro c’era ancora tanta vita, tanta vivacità, nonostante tutto. Nonostante i farmaci.

M. ti ringrazio per avermi messo un po’ alla prova, per la tua non troppa docilità, le tue forse troppe domande e il tuo chiedere forse troppa attenzione nel gruppo. La tua vulnerabilità e le tue piccole provocazioni così assetate di rassicurazioni. Ma il tuo impegno e la tua presenza in ogni attività hanno di certo oltrepassato tutto il resto, dando a loro modo colore e calore al gruppo.

E poi c’era I. che mi ha letteralmente spiazzato nell’avermi totalmente annullato il setting che avevo predisposto per l’attività grafica successiva a quella con l’utilizzo degli strumenti musicali. Un iniziale mio disorientamento è stato quasi subito scavalcato da un mio gran sorriso e il mio rimboccarmi le maniche nel riassettare tutto. Candidamente, nel momento in cui col gruppo stavo uscendo dalla sala adibita alla musica, I. disse ad alta voce e con la soddisfazione di chi sa di aver fatto un ottimo lavoro “Ho messo tutto a posto, ho fatto ordine! Fatto ordine”! Come non sorridere? Come non sentire in sé quella scintilla di vita data non solo dall’imprevisto ma da quell’innocenza così spudoratamente autentica e dunque bella, bellissima…

Ecco, desidero concludere con quest’immagine queste brevi “diapositive” impresse nella mia memoria. Flash di quei tre giorni trascorsi con loro e che hanno segnato la mia primissima esperienza facendomi unica protagonista nella sua ideazione e gestione nonostante i miei, ben celati e giustificati, timori e nonostante la mia più che ovvia inesperienza. Ma quando ci si trova “sul campo” non c’è spazio per la paura, per la vulnerabilità o per la troppa riflessione, né si ha il tempo per rincorrere troppo le teorie e i ragionamenti, e allora tutto è lì davanti a noi, con quella freschezza e quell’imprevedibilità che chiede di venir “giocata”, di venir vissuta. E mentre cogli nei loro sorrisi e nelle loro piccole parole quella scintilla, d’entusiasmo, di vitalistica speranza e presenza nonostante il loro dolore, non hai tempo per pensare. Devi semplicemente Fare. Con le mani, con il cuore, con lo sguardo, con tutta te stessa. Devi semplicemente Essere.

Questa, la mia piccola minuscola esperienza finora. La prima, spero, di tutte le altre che mi faranno crescere professionalmente ed individualmente. Questo, soprattutto, per me significa “esserci”.

Un sentito grazie agli operatori della struttura che mi hanno dato lo spazio per “poter esserci” e ovviamente un grazie va a tutti loro, veri protagonisti, che mi hanno dato così tanta fiducia e speranza. A loro che così autenticamente hanno “voluto esserci” in questo mio piccolo e modestissimo viaggio. Fatto di Emozioni. Vive.

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Sabrina Tabarelli

Autore: Sabrina Tabarelli

Dopo la Maturità d’arte presso l’Istituto Statale d’Arte di Trento, ho proseguito gli studi artistici conseguendo la Laurea in Dams indirizzo Arte Contemporanea presso la Scuola di Lettere e Beni Culturali dell’Università di Bologna con una tesi monografica dal titolo Scanavino e l’Informale. Sin da piccola nutro una forte passione per la scrittura creativa (racconti e poesie) dedicandomi, di recente, anche alla stesura di brevi saggi critici e biografie per amici e conoscenti (soprattutto nell’ambito della pittura). Nel 2013 ho pubblicato due miei racconti all’interno della collana “Nuovi Autori di Racconti” Casa Editrice Pagine, Roma. Dal 2014 collaboro con il quotidiano on-line La voce del Trentino nella sezione Arte e Cultura curando recensioni di mostre e articoli prevalentemente d’arte contemporanea. Coltivo inoltre una grande passione per la fotografia digitale (soprattutto b/n) che pratico da anni a livello amatoriale ricercando in essa una dimensione espressivo artistica, fortemente emotiva. Amo la lettura (in particolare testi di approfondimento di storia dell’arte, psicologia e romanzi giapponesi), il cinema (d’essai, drammatici, gialli psicologici; adoro David Lynch), la musica (dalla new age all’elettronica, dal neoclassical e la minimal al synthpop, dalla new wave al neofolk e altri generi; tra i cantautori italiani, ho nel cuore Battiato), la natura e gli animali (tutti, ma soprattutto i gatti).

La psicologia e l’arte possono essere considerate le chiavi della mia vita.

Da sempre, sin dall’adolescenza, sentivo forte l’esigenza di poter impiegare la mia sensibilità in una professione d’aiuto che coniugasse l’arte e la psicologia. Grazie ad Artedo, la possibilità di intraprendere questo percorso, profondo e delicatissimo, è divenuta realtà. Un viaggio che, passo dopo passo, in quel cammino verso gli altri, già sta plasmando la mia esistenza. Profondamente.

La crescita interiore e l’esplorazione di se stessi è un viaggio che non ha fine…

Iscritta ad Artedo dal primo ottobre 2015 al Corso di specializzazione in Arteterapia. Attualmente iscritta presso la Scuola  Artedo di Arti Terapie di Verona. 

Nata a Bolzano, vivo tra Trento e Bologna.

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