Usare la pietra ollare in Arteterapia

LABORATORIO PIETRA OLLARE 19/20/11/2016
VERONA
Docente; Axel Rütten

Premessa; in questo articolo troverete molti puntini di sospensione, perché così è la vita… Attimi di sospensione tra una realtà e l’altra, uno spazio temporale dove l’anima si raccoglie in uno spazio intimo, fecondo e creativo… Ho tanto da imparare, sono al terzo anno di formazione in Arteterapia, e con la mia semplicità e umiltà vorrei raccontarvi in questo blog il mio viaggio- percorso nella scuola Artedo di Verona; Il mio tirocinio, le emozioni, le sensazioni…
Buon viaggio!

La pietra ollare è unilaterale, si toglie e basta, a differenza dell’argilla che è considerata un mater-iale ed è malleabile, si può togliere e aggiungere.
Si trova in natura di colore verde, ma anche color crema, marrone, rossa.
Presente in nord Italia in particolare Liguria e Piemonte.
È estremamente lavorabile, resistente al fuoco, non si deteriora ad alte temperature.
È una pietra molto antica, veniva usata anche nell’antico Egitto.

Con la pietra ollare si possono solo ridurre i volumi, solo togliere; questo è metaforico anche di quello che dovremmo togliere dalla nostra vita per sentirsi più leggeri, più aperti al cambiamento.

La forma essenziale della vita è il cerchio, il tondo ( accoglienza/ utero/protegge)
Lo spazio determina cambiamenti nella nostra mente es’ se è tondo, quadrato.
Dovremmo imparare a fare esperienza di vari spazi per ampliare la nostra mente, lo spazio condiziona il nostro fare.

Pensieri:
Come diceva Michelangelo…
Osservando un blocco di pietra, diceva che la scultura era già dentro di essa, bastava solo farla uscire con amore, passione, dedizione.
Intrigante metafora di noi, che imprigionati in certe credenze limitanti, rimaniamo intrappolati, o meglio dire pietrificati, non riuscendo a far uscire la nostra più bella scultura: Noi stessi, davanti a gli eventi che succedono nella nostra vita, senza aver la forza di cambiare, ma diventando così sempre più insofferenti.

I materiali che vengono usati per lavorare la pietra ollare sono i seguenti:
Lime, seghetti, scalpelli, martelli, mazzuolo.
Carta vetrata da volume 60, per andare a 120/180, verso i 400 è molto sottile
Carta di giornale/ maschera anti polvere
Plastiche, grembiuli, cerotti
Olio impregnate, olio di lino.

Sedute in cerchio con al centro un tavolo imbastito a festa di bellissime pietre, inizia la nostra fase di esplorazione; le nostre anime vagano alla ricerca della propria pietra, chiamiamola filosofale… ognuna immersa in se stessa e nel suo sentire, quel sentire che ci farà scegliere la pietra ancora acerba e in attesa di uscire dal suo guscio per brillare.
Dopo aver scelto la propria pietra, abbiamo cercato di formare con l’argilla un prototipo della pietra stessa, alla ricerca di una connessione tra i due materiali; qui entra in gioco la bellezza ma anche la difficoltà di ricreare la stessa forma in tridimensionale, è tutto un osservare, un cambiare punto di osservazione, prospettiva, dobbiamo fidarci anche qui del nostro sentire, la forma che riterremmo opportuna si paleserà. Non dovevamo seguire alla lettera la somiglianza tra le due forme, anzi se lo avessimo ritenuto opportuno avremmo potuto anche stravolgerle leggermente.

Sono stata attratta fin da subito da una particolare pietra rossa, mi ricordava la terra che amo; Tenerife, quel colore che ti entra dentro e ti riscalda, con il sole che risplende e le montagne che si tingono di mille sfumature e ombre al tramonto, uno spettacolo per l’anima.

L’ho guardata, osservata, e dentro di me pensavo; ma è già perfetta così come è…
come faccio a inciderla, levigarla, seghettarla? Mi sembrava di offenderla tanto per me era bella nella sua semplicità. Per prima cosa ho iniziato con lo scalpello, più toglievo e più mi sentivo bene, era come liberarsi dalle zavorre, dal superfluo, non sentivo però la necessità di limare, mi piaceva grezza, pura nella sua essenza, dal pezzo in argilla l’ho cambiata parecchio. Mentre la modellavo sentivo la necessità di lasciar fare al mio sentire…non mi sono posta limiti né regole, mi sono lasciata andare, non mi interessava se era per così dire brutta, non simmetrica. Mi sono divertita a scavare, lasciare scanalature, come una sorgente che nasceva da una roccia.
Non è importante in Arteterapia che un lavoro sia bello, ma che ci sia comunicazione.

Metaforicamente parlando il non voler apportare modifiche significherebbe che si è poco disposti a modificarsi interiormente…
Un buon Arteterapeuta deve far affrontare i problemi del paziente non parlando, ma lasciandolo entrare nella materia dell’oggetto.

È importante usare la calma, non voler troppo da noi, ma lasciare che il nostro IO sia libero di esplorare infiniti modus operandi.
Altra cosa è meglio non dare il nome al nostro oggetto perché si può diventare schiavi della nostra stessa idea. Per noi allievi è importante usare i laboratori come esercizio per comunicare con SÉ stessi. Se vogliamo essere dei buoni Arteterapeuti, prima dobbiamo sperimentare noi le vaste e sconfinate sensazioni ed emozioni che un setting ci procura, per essere pronti quando sarà il momento di condurre noi un gruppo nel miglior modo possibile ed essendo attenti a mantenere la giusta distanza e la giusta empatia.
Nell’ Arteterapia avremmo a che fare con pazienti che hanno perso un po’ il gusto della vita.
Con l’Arteterapia dobbiamo dimenticare il tempo, amare, creare, far ritornare la voglia di vivere anche a piccoli passi infondendo fiducia nel paziente.

Tornando a noi:
Procedendo nella lavorazione della pietra ho sentito sempre di più la necessità di scavare più a fondo, andare in profondità, scavando dei contenitori che fungessero da grotte, nascondigli.
L’idea di levigare non mi andava a genio, la preferisco così, grezza, arcaica, libera, senza per forza doversi imbellettare. I momenti di pausa erano frequenti, mi aiutavano ad osservare vari punti di vista, mi lasciavano anche il tempo di prendere confidenza con le nuove forme che si andavano a creare, un momento con SÉ stessi, di pausa e riflessione, nell’attesa che una nuova idea si formasse nella mia mente.

Terminata la nostra scultura l’abbiamo pulita con un panno di cotone bianco, immersa in una bacinella con dentro l’acqua, lasciata asciugare per circa mezz’ora.
In seguito abbiamo dato l’impregnante, lasciata riposare e ripassata con l’impregnante che ha dato luce e brillantezza alla pietra.
La mia scultura sembrava a prima vista una grotta, ma anche una sorgente, con l’acqua che sgorgava dalla pietra, una vela di una barca, una statuina antica, una sezione, un sotterraneo, una tomba…

In seguito ci è stato richiesto di metterci in coppia, e anche qui è stato il “ caso “ a farci formare le coppie. Messe di fronte gli uni a gli altri dovevamo raccontare il nostro manufatto in tre minuti al nostro compagno, senza consensi e interferenze, facendo finta di non conoscersi per non rimanere incontaminati da quello che diceva l’altro e poi ci si scambiava.
L’esercizio era quello di allenarsi ad osservare i nostri futuri pazienti senza lasciarsi troppo condizionare. In seguito le coppie dovevano poi davanti a tutti esporre in un lasso di breve tempo le loro osservazioni sul lavoro fatto dal compagno, viceversa poi il compagno doveva dire al docente se il compagno lo aveva soddisfatto per il modo con cui aveva parlato della sua scultura.

È stato un bellissimo e meditativo laboratorio…
La pietra nella sua semplicità e immutabilità è saggezza…
Il lavorarla, è un mettersi in gioco, facendo uscire le parti di noi che teniamo più nascoste, ma anche quelle che sono più pure…

Benedetta

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Benedetta Carradori

Autore: Benedetta Carradori

 

Diplomata liceo artistico, stilista e modellista della calzatura, animatrice socio culturale… adoro giocare e sperimentare con le bolle di sapone e lavorare con i bambini. Cosa dire di me…. Sono una persona semplice, creativa e bambina dentro, mi stupisco per ogni cosa, mi piace sperimentare. Nei miei scritti troverete molti puntini di sospensione, perché così è la vita… Attimi di sospensione tra una realtà e l’altra, uno spazio temporale dove l’anima si raccoglie in uno spazio intimo, fecondo e creativo…
Ho tanto da imparare, ma con la mia semplicità e umiltà vorrei raccontarvi in questo blog il mio viaggio- percorso nella scuola Artedo di Verona; Il mio tirocinio, le emozioni, le sensazioni… Buon viaggio!

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