Mobiles. E tutto, in sospensione, è movimento. In punta di equilibrio. Laboratorio Artedo Bologna. Condotto dal docente Axel Rütten, 25-26 febbraio 2017

Aggiunte e sottrazioni
lasciar cadere e aggrovigliare
legarsi e impigliarsi
fili a cadere, fili a contorcersi
incastri come incontri
qualcosa rimane e qualcosa se ne va’
lasciar andare e trattenere
nella fluidità di un movimento sempre suscettibile di mutare
ma sempre fedele a se stesso nella variabilità esistenziale
ll movimento è vita, fragilità e sua accettazione
…Mobiles…

Mobiles… e tutto, perdendo gravità, si mobilita alla ricerca di equilibri sempre sul punto di perdersi… imparando, passo dopo passo, ad abbracciare l’accettazione di quel dinamismo fragile e funambolico…

Seconda volta che frequento questo laboratorio, stesso tema ma non stesso vissuto poiché mai, nei nostri laboratori, la modalità di vivere è la stessa… come in un caleidoscopio, ogni volta, la risultante immaginifica, quella straordinaria molteplicità plurale, diventa altro e altro ancora… medesimi frammenti, che giocano fra loro tenendosi per mano, si specchiano e rispecchiano portando al mondo nuove forme, nuove composizioni, nuove combinazioni, in fondo sempre se stesse eppur sempre suscettibili di essere diverse, capaci, dunque, di rinnovarsi.

Tridimensionalità, movimento nello spazio, danza fragilissima e poetica quella del mobile, la cui accettazione diventa accettazione della vita stessa.

Il mobile. Sempre votato a quel suo saper così elegantemente sostare nell’incertezza, appeso soltanto a un filo sottilissimo esposto al più piccolo alito di vento. La sua mobilità, giocando costantemente con l’equilibrio, non può che portare ad un suo continuo riassetto offrendo a chi si ferma ad osservarlo, il dinamismo di una miriade di punti di vista che mutano ad ogni esigua sollecitazione d’aria e ad ogni minimo mutare di quegli elementi che lo compongono… pesi in sospensione… giochi fatti di formule (esistenziali), sottrazioni e addizioni, moltiplicazioni e divisioni alla ricerca, perenne, di un equilibrio fra le parti. Enigmatico mobile. Trasformi la pesantezza più grave in relativa leggerezza grazie al tuo essere sospeso.

La sostenibile leggerezza dell’essere”. Il titolo, così illuminante, del nostro laboratorio. Nel qui e ora della cornice artiterapica il dolore può trovare un po’ di sollievo, sollevandosi e rendendosi maggiormente sopportabile. Sostenibile. Conflittualità, mediazione e accettazione. Nel fare forgiamo noi stessi. Nel fare ci avviciniamo ogni volta sempre più a noi stessi.

La stanza e le ombre sul muro. Si muovono, danzano libere, inconsistenti rotondità e spigolosità, tasselli che si rincorrono dialogando, ora. Affinché il conflitto si faccia integrazione e sia interazione interlocutrice. Sì, è una danza quella del mobile. E mentre la rincorri con lo sguardo non può non incantarti coi suoi gesti che sono fatti di noi e che chiedono di venir osservati, se non scrutati, per venir accolti e infine amati.

Leggerezza, movimento, equilibrio. Come fosse un suono, è colore e materia che si spande nell’aria trasportandoti e parlandoti. L’arteterapia si fa spazio di accoglimento, di movimentazione, e di pensabilità e l’emersione diventa così eccezionalmente e straordinariamente materia, fatta di emozioni, sogni, pulsioni, e pensieri in attesa di trovare quella giusta collocazione relazionale nella fluida “corporeità esistenziale”. Affinché la flessibilità possa essere la liquida sostanza capace di unire ma anche, all’occorrenza, di distanziare mediante la dinamicità di un elastico mai troppo molle né mai troppo teso. Equilibrio. La lezione del mobile è così profonda e così accessibile, nella sua pragmatica poeticità. Togli, aggiungi, cambi: tutto muta, tutto si trasforma e tutto, ogni volta, in misura minima o notevole, viene a patti con la fatica della ricerca d’equilibrio, sempre precario, sempre in movimento. Anch’esso.

Nella costruzione del mobile si è costantemente chiamati a trovare modalità nuove e diverse (problem solving) in risposta a piccole, o “grandi”, problematiche che via via, durante l’assemblaggio si presentano. Così l’idea, estetica, si deve per forza scontrare con la realtà pratica nella sostanza del peso che le unità sospese hanno, in quella continua tensione dialettica tra lato destro e sinistro, poli che, entrambi, sembrano mirare alla supremazia. Il mettere in equilibrio diventa così una dimensione che chiede e necessita di venir conquistata con notevoli dosi di dedizione, pazienza e tolleranza a quella precarietà e disequilibri che si presentano nel corso dell’intero processo. Dunque l’idea, l’astrazione, nell’incontro con il concreto, con il peso e le sue differenziazioni, determina l’affiorare, con forza necessaria, di un modus operandi che deve fare i conti con il compromesso e la frustrazione nel tentativo di raggiungere quella mediazione fatta di parti e controparti in intenso e acuto dialogo. La movimentazione degli elementi e dello spazio (lo spazio muove il mobile e il mobile muove lo spazio) si fa movimentazione interiore: è metafora e nel contempo cosa materiale, è pensiero e nel contempo sostanza, emozione e corpo, è esterno e al contempo interno (lo spazio potenziale dell’oggetto transizionale). E su questo, ruota e si basa l’arteterapia.

L’operare con le mani è opera del pensiero, risoluzione, costante, di conflitti e “problematicità” che chiedono di trovar soluzione: mettere in equilibrio i pesi, aggiungendo e sottraendo, porta ad un continuo confronto con i materiali (e la loro resistenza) e con se stessi. La comunicazione si instaura tra il noi e l’esterno e al contempo con “l’altro da noi”, tramite una movimentazione, tutta interiore (ma anche tutta esteriore in quanto rappresentata, simbolizzata) volta al tendere la mano, sia nel segno della propria integrazione, che in un rinnovato, e (nel tempo) bonificato relazionarsi con l'”altro” incontrandolo anche, e soprattutto, nella difficoltà, nella più o meno conflittualità. Tutto ciò si rivela fondante non solo nella propria vita quotidiana ma anche, e in particolar modo, in quella dimensione, delicatissima, quale è la relazione d’aiuto.

Seconda volta, secondo “giro di volta” per me con i mobile. Doppia esperienza, doppie emozioni e doppia modalità di rapportarmi con questo meraviglioso mondo in sospensione. Non è mai facile, per me, diventando, a volte, piuttosto difficile. Luogo sacro il laboratorio, luogo di silenzio e di dialogo, di introspezione e di comunicazione, di sé e d’altro da sé, di me e di te. Le emozioni sgorgano tra sorrisi e ferite, si fanno spazio tra le intercapedini, per trovare espressione e farsi percorso, scontrandosi negli angoli e sui muri del proprio esistere, tra resistenza e lasciar andare, tra fatica e leggerezza. E siamo tutti lì, ognuno con se stesso e al contempo ognuno con l’altro mentre tutto, incandescente come lava, scalpita e si riscalda, in un girotondo di sguardi e di voci che si fa polifonico. Meraviglia. Ogni laboratorio è un organismo che pulsa, è organismo in fibrillazione che vibra e, nella sua vigorosa sostanza, diventa vita che si espande, come lungo il perimetro di un cerchio percorso ad alta velocità.

E penso a me, e penso a “noi” che proveniamo da vite separate e diverse che, per un lasso di tempo che all’incirca copre diciotto ore, ci porta a convivere e a condividere il medesimo spazio, il medesimo “contenitore”. Ad ogni laboratorio. Condivisione. Facendo della diversità sorgente di solidarietà, di confronto, più o meno morbido, in quei dialoghi ma soprattutto in quella messa in forma (e in mostra) di parti così fragili di sé… mentre il conflitto è lì che ti guarda e a volte l’emozione ti governa così tanto scordandosi di sorriderti… anche. E ti accorgi che non sempre è facile sorridere alla propria sensibilità ed emotività quando si fa così intensa, così… iper, portandoti “altrove” da te e non “qui” con te. Non è sempre facile perché in fondo niente è mai facile. Ma introiettare tutto questo e, nei giorni a venire – e in quelli che distanziano un laboratorio e l’altro, nei quali ci vedono nuovamente immersi nella nostra vita – cercare di farlo proprio, sempre più profondamente proprio… è crescita. Veloce, lenta, ostacolata, fluida, quello che sia… è crescita. E questa scrittura, per me, lo è allo stesso modo. Perché tutto è incontro e nell’incontro, tra difficoltà e scorrevolezza, è più facile incontrare se stessi. Gradualmente e, proprio come i mobiles, con quella pazienza certosina capace di non far desistere e non mollare il proprio obiettivo che in primis è rivestito dall’acuire, passo dopo passo, quella consapevolezza che unicamente può restituirci il senso di ogni cosa.

E allora mi immagino così piccola fra questi sentieri, sottoposta alle intemperie che sempre vengono investite dal sole, e mi immagino camminare comunque senza sosta con le ginocchia sbucciate ma con quella piccola luce negli occhi. Mi immagino così, anche durante questi meravigliosi laboratori, ed è tutto qui dentro e dentro ciò che in questi spazi realizzo e realizziamo. E mi accorgo di quanto la mia vulnerabilità non sia e non possa esser “clemente” a me stessa e che, al posto suo, dovrò esser io clemente con lei, non per giustificarla ma per comprenderla, accoglierla ed accettarla. Amarla.

I laboratori. Quanto stupore, meraviglia e riflessione. Quanto incontro e frizione, accoglimento e raccoglimento. Mani e ascolto. Il tutto si gioca tra introversione ed estroversione, dentro e fuori, dolore e gioia. Anche. Ognuno solo, ognuno con gli altri. Una condivisione, in solitudine, penso. Anzi, sento.

A proposito. Desidero soffermarmi un attimo sulla dicotomia gioia/dolore sulla quale è caduta la mia scelta nel momento in cui Axel, il nostro docente, ci ha chiesto, al secondo giorno di laboratorio, di lavorare sul tema degli opposti, dei contrasti. Ho vissuto la costruzione dei miei due mobiles (uno libero e l’altro a tema) in concentrazione, quasi in meditazione potrei dire, ascoltandomi e giocando con i materiali silenziosamente. Mi è piaciuto moltissimo. Una lotta continua tra il cercare equilibrio e il ridurre la resistenza tra gli elementi per permetter loro di scorrere e muoversi nello spazio. Inevitabile per chi, come me, ha già svolto lo stesso laboratorio, confrontare il proprio elaborato attuale con quello precedente. Qualche cambiamento. Uso massiccio di filo, filamenti che si librano nell’aria e che si lasciano cadere, in sospensione. Forse una volontà di lasciar scorrere o il feroce tentativo di voler lasciar andare qualcosa da sé, slegandolo da rigidi assetti. Altrettanto forte, al suo opposto, la componente del nodo e del groviglio che di esso diviene contrappeso e dunque il trattenere, conservare, memorizzare e infine elaborare per farne vissuto esistenziale, fondante, grazie ad una dimensione volta a conquistare sempre più maggior coscienza. Non è facile. Per niente. E ogni volta, è sempre diversa la salita così come la discesa. E cerco di accettarle così. O almeno, con fatica, ci provo.

Molti frammenti, micro mondi incastrati e interagenti, pluralità di particelle messe in dialogo fra loro, associate, per affinità o contrasto, ma sempre in comunicazione. Il mobile richiama alla mobilità che lotta “in direzione ostinata e contraria” (cit.) alla sclerotizzazione dei propri schemi interiori. Non è facile. Ma ci provo.

Come matrioska o mise en abime, scatole cinesi di significazioni fatte di ricordi, vissuti, resistenze, fra buio e luce, oscurità e luminosità. Queste, le mie percezioni.

Gioia/dolore. Un tema forte che ho voluto affrontare e sono felice di averlo fatto perché penso sempre che le cose si debbano affrontare sconfiggendo resistenze e paure. Un tuffo ad occhi chiusi a mare aperto. E poi si vedrà. E poi si elaborerà. E intanto si vive. E intanto è vita.

Gioia/dolore. Nero. Drappo che si spezza, lacerato da invadente legno di rosso invasivo. Mentre filo tagliente, sottile, di freddo metallo, lo avvolge quasi stritolando ma vibrando nell’aria. Forse in un altrove poco distante da quel buio nero assordante. Al suo opposto, guizzi di pura luce, giallo esuberante, succoso arancio e fili che morbidamente abbracciano per poi rilassarsi, sospesi, senza alcun timore di cadere. Fuoco che brucia, luce che danza. Il rosso è lì. Trasformato o teso verso la trasformazione. Si compenetrano, toccandosi, a volte, nella rotazione. Nella relazione. Gioia e dolore dialogano. In un abbraccio che a volte, inevitabilmente ferisce. Integrazione.

Mi trovo ora su questo balcone e il mattino è così splendido e luminoso e con questa forza irrora il mio mobile che mi pare sospeso tra la terra e questo cielo blu immenso e terso senza alcuna nuvola. E, tra i tanti e preziosi insegnamenti consegnataci dal nostro docente, assorbo in me il libero flusso di questa mobile scultura che il mio sguardo incantato segue… e che, quasi strizzandomi l’occhio mi fa cenno di quella leggerezza che così dolcemente, strepitando, chiede di rendersi accessibile a me stessa…

Tutto deve venir accettato. Prima o poi.

Essere sulla strada è già conquista, penso. Sento.

Ci provo.

Laboratorio 25-26 febbraio 2017
tenuto dal docente Axel Rütten
Artedo Bologna 

edizioni-circolovirtuoso-logo-sito

(Visitato 179 volte, 1 visite oggi)
Sabrina Tabarelli

Autore: Sabrina Tabarelli

Dopo la Maturità d’arte presso l’Istituto Statale d’Arte di Trento, ho proseguito gli studi artistici conseguendo la Laurea in Dams indirizzo Arte Contemporanea presso la Scuola di Lettere e Beni Culturali dell’Università di Bologna con una tesi monografica dal titolo Scanavino e l’Informale. Sin da piccola nutro una forte passione per la scrittura creativa (racconti e poesie) dedicandomi, di recente, anche alla stesura di brevi saggi critici e biografie per amici e conoscenti (soprattutto nell’ambito della pittura). Nel 2013 ho pubblicato due miei racconti all’interno della collana “Nuovi Autori di Racconti” Casa Editrice Pagine, Roma. Dal 2014 collaboro con il quotidiano on-line La voce del Trentino nella sezione Arte e Cultura curando recensioni di mostre e articoli prevalentemente d’arte contemporanea. Coltivo inoltre una grande passione per la fotografia digitale (soprattutto b/n) che pratico da anni a livello amatoriale ricercando in essa una dimensione espressivo artistica, fortemente emotiva. Amo la lettura (in particolare testi di approfondimento di storia dell’arte, psicologia e romanzi giapponesi), il cinema (d’essai, drammatici, gialli psicologici; adoro David Lynch), la musica (dalla new age all’elettronica, dal neoclassical e la minimal al synthpop, dalla new wave al neofolk e altri generi; tra i cantautori italiani, ho nel cuore Battiato), la natura e gli animali (tutti, ma soprattutto i gatti).

La psicologia e l’arte possono essere considerate le chiavi della mia vita.

Da sempre, sin dall’adolescenza, sentivo forte l’esigenza di poter impiegare la mia sensibilità in una professione d’aiuto che coniugasse l’arte e la psicologia. Grazie ad Artedo, la possibilità di intraprendere questo percorso, profondo e delicatissimo, è divenuta realtà. Un viaggio che, passo dopo passo, in quel cammino verso gli altri, già sta plasmando la mia esistenza. Profondamente.

La crescita interiore e l’esplorazione di se stessi è un viaggio che non ha fine…

Iscritta ad Artedo dal primo ottobre 2015 al Corso di specializzazione in Arteterapia. Attualmente iscritta presso la Scuola  Artedo di Arti Terapie di Verona. 

Nata a Bolzano, vivo tra Trento e Bologna.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *