Tra fiaba e mobile

Mi sono trovata a ripensare, nei momenti e nelle situazioni più impensate della giornata al mobile. Queste strutture appese, aeree, ritmiche, interagiscono e occupano lo spazio in un qui ed ora in continua trasformazione. Sono io stessa un mobile, appesa al filo della vita, vivo lo spazio che mi circonda. Le parti presenti come le nuove, che si vanno nel tempo ad aggiungere, oscillano tra l’equilibrio e la sua assenza. Un’assenza inevitabile nel momento in cui si opera un cambiamento. Talvolta le varie parti si scontrano, altre volte si oscurano, altre le lascio andare creando un vuoto che a suo tempo sarà colmato.

Anche la fiaba può essere vista, a mio avviso come un mobile: è una “unità in movimento, costituita da più elementi che si aggregano e si scindono, si contrappongono e si sostengono creando differenti equilibri” (P. Santagostino, Guarire con una fiaba, p.79). Essa tende a combinare in un tutto armonico quanti più elementi possibili.

Fiaba e mobile condividono la medesima sorte: essere relegati al mondo infantile come puro strumento di intrattenimento e svago. Ad oggi, come suggerisce lo stesso Bettelheim gran parte dei bambini conosce le fiabe attraverso versioni semplificate, molto spesso unicamente da trasposizioni cinematografiche in cui gli aspetti orrifici e spinosi vengono rabboniti, andando così a privare le fiabe del loro significato più profondo. È opinione diffusa che l’originario destinatario della fiaba fosse l’adulto; sarà il trionfo della Ragione nell’età dei Lumi ad allontanare la mente adulta e razionale dall’attività fantastica.

Mobile e fiaba parlano il medesimo linguaggio metaforico. Il primo, attraverso l’uso di materiali di recupero come carta, legno, bambù (metallo nel caso delle sculture mobili di Calder), suggerisce l’idea che anche l’oggetto, l’esperienza, l’emozione più pesanti possano ammantarsi di leggerezza. La seconda per mezzo di parole, voce e simboli (nel caso della CAA) parla dei perché, del significato di ciò che accade, parla dei problemi sussurrando una possibile via d’uscita. Entrambi ci permettono di guardare nell’intimità di noi stessi attraverso una sperimentazione inconsapevole che di fatto è molto più efficace di ogni altro discorso strutturato. Calvino considera la fiaba come una “spiegazione generale della vita… il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e una donna, soprattutto per la parte di vita che è il farsi un destino: la giovinezza… (Calvino, Sulla fiaba, p.39)

Fiaba e mobile condividono e vivono gli opposti, escludendo l’ambiguità polivalente del reale: luce ed ombra, caldo e freddo, maschile e femminile, leggero e pesante concorrono nel processo di superamento di un equilibrio instabile. Entrambe albergano nella creatività che “consente di attivare meccanismi di risoluzione di problemi incontrati nella vita quotidiana, allenando risorse interiori (ed allentando le resistenze) che a volte l’individuo stesso non sa o non crede di possedere” (Centonze, La tecnica della fiabazione, p.39).

Biografia di riferimento:

Bruno Bettelheim, Il mondo incantato, Feltrinelli Editore.

Stefano Centonze, La tecnica della fiabazione, Edizioni Circolo Virtuoso.

Paola Santagostino, Guarire con una fiaba, Universale Economica Feltrinelli.

Verena Kast, Le fiabe che curano, Red Edizioni.

Italo Calvino, Sulla fiaba, Mondadori.

Axel Rütten, Mobiles, la sostenibile leggerezza dell’essere.

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